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Quando l’uomo scoprì il fuoco

La scoperta del fuoco nel Paleolitico

 

 

Quando iniziò l’uomo a controllare il fuoco? Quando riuscì con i suoi arnesi a provocare le prime scintille e poi a preservare e usare le fiamme in modo efficace? Fra i tanti interrogativi che si pongono antropologi e paleontologi, la scoperta del fuoco è forse il più affascinante, di certo il più misterioso. Senza la padronanza della fiamma, l’evoluzione umana non sarebbe stata quella che fu. Il fuoco: un elemento essenziale per proteggersi dagli animali feroci, per riscaldarsi, far luce nella notte. Una delle componenti tecniche indispensabili alla vita che formano il „pacchetto culturale“ dell’Homo erectus: fuoco, abitazione e vestiario. Senza di esse, il nostro progenitore non sarebbe riuscito a sopravvivere nei climi freddi asiatici ed europei.

Il dono di Prometeo e la sua irrinunciabile utilità

I miti greci narrano del titano Prometeo, l’eroe che decise di rubare il fuoco a Giove e riportarlo sulla terra. Il padre di tutti gli dei l’aveva sottratto agli esseri umani per punire Prometeo stesso. Ma il titano riuscì ad accendere un arbusto attingendo al fuoco celeste del carro di Elios, dio del sole, e tornò sulla terra vincitore, stringendo nel pugno la sua fiaccola ardente. Il suo dono al genere umano.

La parola e il fuoco: due conquiste dell’uomo che hanno plasmato in modo decisivo la sua evoluzione. Un’evoluzione strettamente legata allo sviluppo del cervello. Se la facoltà di usare un linguaggio gli permise di comunicare con i suoi simili, di organizzarsi meglio all’interno di un gruppo pianificando per il futuro e  di trasmettere in modo più efficace le sue esperienze al clan con tutti i vantaggi che questo comportava, il fuoco gli diede modo di cuocere il cibo che diveniva più digeribile e, al contempo, gli forniva un maggior numero di calorie ed energia. Lo sviluppo di un linguaggio complesso che andava al di là della semplice articolazione di qualche parola tramutandosi poco a poco  in una lingua vera e propria sulla base di una struttura sintattico-grammaticale legata a simboli e al pensiero astratto e la fruizione di una maggiore riserva di energia grazie all’uso del fuoco e alla cottura degli alimenti, questi due strumenti di importanza vitale portarono ad un migliore funzionamento e ad una rapida evoluzione del cervello umano.

Già l'Homo erectus, circa 1 milione di anni fa, scoprì il fuoco. Foto Henry Gilbert e Kathy Schick CC BY-SA 3.0

Già l’Homo erectus, circa 1 milione di anni fa, scoprì il fuoco. Foto Henry Gilbert e Kathy Schick CC BY-SA 3.0

Il primatologo americano Richard Wrangham sostiene che il cervello esige quotidianamente almeno un quinto delle nostre provviste energetiche, il che equivale al 2% del peso corporeo di una persona. Questo fabbisogno di energia è difficilmente estinguibile con del cibo vegetale e la carne cruda è, in grandi quantità, difficilmente digeribile. A ciò si aggiunge la perdita di tempo. Secondo gli studi di Karina Fonseca-Azevedo, per sopperire alle esigenze del suo grosso cervello tramite cibi non cotti, un Homo erectus avrebbe dovuto mangiare per almeno nove ore al giorno. Una teoria azzardata?

Per nulla! Basta osservare le abitudini delle grandi scimmie. Dobbiamo pensare che un gorilla, il quale si nutre di cibo vegetale, trascorre l‘80% della sua giornata mangiando. Per un ominide sarebbe stato impossibile. L’Homo erectus doveva occuparsi di altre incombenze altrettanto essenziali, come per esempio la costruzione di abitazioni, la caccia, la provvista di cibo per i periodi più freddi, oppure la fabbricazione di utensili di uso quotidiano e di importanza vitale. Non sarebbe stato possibile trascorrere l’80% della giornata mangiando. C’è poi un altro elemento addotto da Richard Wrangham: alcuni vegetali sono commestibili soltanto dopo essere stati sottoposti a cottura. Questo processo è in grado di rendere digeribili tutte le parti delle piante e di eliminare eventuali batteri o parassiti. E sappiamo bene che l’Homo erectus non mangiava soltanto carne, anzi gran parte della sua dieta si basava su alimenti vegetali. Non per nulla era un raccoglitore. Dunque il fuoco si rivelò una scoperta di importanza capitale. Rendeva digeribili gli alimenti, eliminava i batteri e inoltre rendeva possibile la conservazione a lungo termine della carne o del pesce tramite il procedimento dell’affumicatura, una tecnica che – secondo alcuni studiosi – già l’Homo erectus padroneggiava.

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Un milione di anni fa, in Africa

Fin qui abbiamo parlato sempre dell’Homo erectus. Ma chi scoprì il fuoco? Le tracce che conducono all’australopiteco e all’Homo habilis (4,1-1,5 milioni di anni fa) sono controverse. Gli esempi forse più celebri collocati in questa categoria riguardano i siti di Koobi Fora (lago di Turkana, in Kenia), Swartkrans (Sudafrica), Yuanmou e Gongwangling (Cina) e Pandalja (Croazia). Ma i resti di combustione rilevati in questi giacimenti paleolitici vengono interpretati come tracce di incendi provocati da agenti naturali e non per induzione. Si tratta invece di vedere quale ominide fu il primo a provocare egli stesso, applicando una tecnica mirata, l’accensione del fuoco e non soltanto ad usufruire della fiamma scatenata, per esempio, dalla caduta di un fumine. I reperti più antichi recanti delle tracce di combustione indotta risalgono a un milione di anni fa e vengono dall’Africa. Il Continente nero, la culla dell’Homo sapiens e non solo, di tutta la specie umana. Sono stati individuati nella Grotta di Wonderwerk, Sudafrica, a 45 chilometri dalle Kuruman Hills. Nel giacimento paleologico si sono recuperati diversi orizzonti del Paleolitico inferiore, medio e superiore, utensili litici che suggeriscono un periodo estremamente lungo di occupazione del sito. Dobbiamo poi pensare che la Grotta di Wonderwerk presenta una lunghezza di 140 metri e una superficie di 2400 metri quadrati.

Un grande spazio, dunque, in cui c’è molto da cercare. La sedimentazione raggiunge i sei metri, sono depositi che raccontano allo studioso esperto una storia vecchia due milioni di anni. Le ricerche nella caverna africana ebbero inizio nel 1940, allorché vennero alla luce i primi utensili di pietra, continuarono poi negli anni Settanta del secolo scorso, ma soltanto di recente (2011) le conferme del lungo lavoro scientifico hanno dimostrato la padronanza del fuoco di chi abitò, un milione di anni fa, la grotta africana. Intenti alla datazione dei sedimenti presenti nella caverna, gli archeologi del team di Michael Chazan dell’Università di Toronto hanno scoperto resti di ossa e piante bruciati. Il problema, in questi casi, è sempre lo stesso: capire se si tratti di una combustione dovuta ad agenti naturali oppure provocata intenzionalmente dalla mano di un ominide.

Poiché il sito in questione si trova a una profondità di 30 metri all’interno della grotta, è difficile pensare a cause naturali. Gli studiosi tendono ad ipotizzare l’intervento di ominidi. Tanto più che i differenti e spessi strati di cenere suggeriscono una ripetuta accensione di fuochi nello stesso punto della caverna e la struttura della cenere dimostra che il fuoco è stato acceso direttamente all’interno della grotta.

l'Homo erectus scoprì e imparò a controllare il fuoco. Ricostruzione di Homo erectus. Museo Regionale della Vestfalia a Herne. Foto Rafaelam

Ricostruzione di Homo erectus. Museo Regionale della Vestfalia a Herne. Foto Rafaelamonteiro80 CC BY-SA 3.0

Altri elementi inducono a pensare che il materiale di combustione non fosse inizialmente legna, ma che si trattasse di foglie, arbusti ed erba secca. Nella Grotta di Wonderwerk non ci sono tracce di carbone di legno. Analisi spettroscopiche rivelano la temperatura raggiunta da queste fiamme preistoriche: 500 gradi Celsius. Del resto la Grotta di Wonderwerk, ai confini del deserto del Kalahari, è situata in un territorio che da sempre ha presentato importanti tracce di numerosi insediamenti umani del Paleolitico. Evidentemente in quei tempi remoti era un luogo favorevole sia per il fattore climatico che per quello faunistico, un posto che invitava gli ominidi ad accamparsi e a sviluppare nuove tecnologie.

L’importanza della scoperta avvenuta nella Grotta di Wonderwerk è grande, perché fino a quel momento si pensava che la datazione più antica di focolari risalisse a circa 790.000 anni fa in seguito alla scoperta fatta nella grotta di GesherBenot Ya’aqov, in Israele. Qui furono trovati, accanto a piccoli artefatti litici, resti di piante commestibili bruciate. Del resto, se non ci fosse stata la scoperta di Wonderwerk, il primato sarebbe passato all’Europa. Prima si pensava che i reperti più antichi europei risalissero a circa 400.000 anni fa. Erano stati portati alla luce nei siti di Beeches Pit (Inghilterra), Terra Amata (presso Nizza), Vertesszolos (Ungheria) e Bilzingsleben (Germania). Nel giacimento paleolitico tedesco di Schöningen erano state rinvenute ben otto lance di legno fabbricate dall’homo heidelbergensis circa 370.000 anni fa, e pare che le punte di queste armi da caccia dalla forma perfetta siano state temprate sulla fiamma. Erano lance da getto in grado di raggiungere una distanza di ben 70 metri, non avevano nulla da invidiare ai giavellotti moderni e hanno sbalordito tutti gli studiosi per la raffinata tecnica con cui sono state costruite.

Oggi però il primato del fuoco europeo sembra essere passato ad una grotta spagnola, la Cueva Negra presso il Rio Quipar. Qui le tracce del fuoco risalgono a ben 800.000 anni or sono. Il team del paleontologo Michael Walker dell’Università di Murcia ha scoperto più di 165 pietre, artefatti di pietra e osssa animali che sono stati bruciati. Le analisi chimiche e microscopiche hanno rivelato che tali reperti furono sottoposti al calore diretto delle fiamme raggiungendo una temperatura fra 400 e 600°C. Il focolare si trova all’interno della grotta, ad una distanza di sette metri dall’entrata. Dunque in luogo protetto. Anche l’ambiente esterno non fa pensare alla possibilità di un fuoco accidentale. A quell’epoca la Cueva Negra era situata in mezzo a un terreno paludoso, privo di vegetazione secca, sulla riva di un fiume. Ancora un focolare di Homo erectus? La problematica sollevata da questo ritrovamento spagnolo concerne soprattutto gli artefatti recuperati in loco che, a detta degli esperti, sarebbero troppo avanzati per essere opera di un Homo di 800.000 anni fa. Si è dunque suggerito che le datazioni del focolare e degli utensili siano da collocare in due orizzonti diversi, i manufatti litici verrebbero così posticipati di 200.000 anni. D’altra parte però il paleontologo Michael Walker osserva che i resti fossili animali rinvenuti insieme agli utensili litici rispecchiano proprio la fauna tipica per l’epoca attribuita la focolare in questione.

Prima del Sapiens: Prometeo era un Homo erectus

Torniamo adesso alla domanda che ci siamo posti prima, nel corso dell’articolo. Chi fu il vero Prometeo? In ogni caso il primo ad accendere un fuoco non fu l’Homo sapiens, che in quei tempi ancora non esisteva. La nostra specie si sarebbe sviluppata molto più tardi, intorno a 195.000 anni or sono. I reperti sudafricani parlano per l’Homo erectus. Nei giacimenti in questione sono venuti alla luce utensili tipici attribuiti a lui, un ominide che già esisteva 1,8 milioni di anni fa. A questo punto si pone la domanda: le facoltà dell’Homo erectus e le grandi dimensioni del suo cervello si sono sviluppate grazie all’uso del fuoco e quindi dell’ingestione di cibi cotti, oppure è stato proprio il suo grande cervello a permettergli di scoprire come si accendeva, si conservava e si utilizzava un fuoco? Alcuni esperti della mente umana, come il neurologo professore Gerhard Roth, pensano che sia stata la grossa massa cerebrale dell’Homo erectus, uno sviluppo incrementato a suo avviso dall’uso della parola, a portare alla scoperta della tecnica di accensione del fuoco. Questo fenomeno di rapida crescita del cervello, avvenuta intorno a 2 milioni di anni fa, determinò quello stacco decisivo tra l’Homo erectus e gli ominidi che l’avevano preceduto (da circa 350 a 1100 cm cubi) e continuò sino all’uomo di Neanderthal (il nostro cugino il cui cervello raggiunse le dimensioni più grandi in assoluto), per poi trovare una certa stabilità con l’uomo anatomicamente moderno.

Di certo alle radici della scoperta del fuoco ci fu il caso. È probabile che i nostri lontanissimi antenati abbiano conosciuto il fuoco grazie a incendi provocati da cause naturali, per esempio in seguito alla caduta di un fulmine o all’eruzione di un vulcano. Magari inizialmente si servirono della fiamma causata dalla mano della natura e impararono a conservarla per un certo periodo, senza però essere in grado di provocarla manualmente. Si può pensare che poi, in un secondo tempo, abbiano acceso i primi fuochi tramite sfregamento. Una tecnica usata ancora oggi dai Boscimani dell’Africa meridionale che usano dei bastoncini di legno ed erba secca.

Alla luce dei reperti, l’Homo erectus era ancora lontano dalle tecniche di accensione più evolute del Neolitico basate sull’uso di pietra focaia, particelle di pirite e funghi. Utensili trovati presso la mummia di Ötzi. L’uomo dei ghiacci portava con sé un contenitore fatto di corteccia di betulla in cui custodiva braci di carbone di legna e nella sua borsa di pelle strappata si trovò una massa scura, resti di Fomes fomentarius, un fungo usato per l’accensione del fuoco. Questa tradizione dell’uso della pietra focaia è testimoniata, in Europa, da centinaia di reperti che, partendo da 32.000 anni fa (grotta di Vogelherdhöhle in Germania), continuano a costellare il Mesolitico e il Neolitico. Nelle caverne francesi di Lascaux e La Mouthe si sono trovate numerose lampade a grasso animale. Fonti di luce che illuminavano le rocce su cui gli artisti preistorici tracciavano le meravigliose pitture del Magdaleniano.  È possibile che i nostri antenati adoperassero il fuoco anche durante le loro battute di caccia allo scopo di dirigere gli animali in uno spazio che facilitasse l’accerchiamento e quindi la cattura, ma non abbiamo indizi certi in questo senso.

Il Neanderthal incollava, l’Homo sapiens… dissodava

Le fiamme dell’uomo di Neanderthal erano in grado, 80.000 anni fa, di produrre la temperatura adatta alla fabbricazione di una colla naturale che serviva a costruire armi ed utensili compositi. Nel giacimento paleolitico tedesco di Königsaue è stato trovato un grumo di pece ricavata dalla corteccia di betulla, la colla più antica di cui si sia a conoscenza, opera di un Neanderthal e che porta ancora l’impronta di un dito del nostro lontanissimo cugino scomparso. Bisogna evidenziare a tale proposito che questo tipo di colla si differenzia da altri materiali simili dell’antichità che si trovano, per così dire, già pronti all’uso nella natura, poiché la colla di Königsaue è stata prodotta sinteticamente tramite la cottura controllata della corteccia di betulla ad una temperatura costante fra 340 e 400°C. I tentativi di riprodurre questo collante oggi in laboratorio hanno dimostrato la difficoltà dell’applicazione di tale tecnica, e dobbiamo pensare che l’uomo di Neanderthal non aveva a disposizione né i contenitori, né gli strumenti di misurazione moderni.

Un’altra funzione del fuoco è venuta alla luce di recente: la tecnica di dissodare il terreno per permettere la crescita mirata di alcuni tipi di vegetazione. Prima si pensava che il dissodamento tramite combustione fosse nato dall’inventiva dell’uomo del Neolitico, colui che sviluppò il „pacchetto culturale“ dell’agricoltura e dell’allevamento del bestiame inaugurando una nuova epoca, quella della rivoluzione agricola. Invece già 20.000 anni fa i cacciatori raccoglitori del Paleolitico usavano questa tecnica. La scoperta è molto più importante di quanto possa sembrare di primo acchito, poiché significa che già l’Homo sapiens iniziò ad effettuare interventi nell’ambiente naturale che lo circondava, modellandolo per i suoi scopi. I paesaggi delle vaste steppe tipici dell’Era glaciale non sarebbero stati, dunque, soltanto il risultato della situazione climatica, bensì anche e soprattutto dell’intervento umano. La notizia giunge dal Centro di studio sulla biodiversità climatica di Senckenberg.

Laddove il clima in vasti territori permetteva la crescita di fitte foreste, i nostri progenitori appiccavano fuoco per far posto a paesaggi artificiali di steppa, in cui fosse più facile cacciare i grossi animali. Questo il risultato di approfondite analisi su sedimenti dell’Era glaciale contenenti resti di cenere e comparazioni con simulazioni di vegetazioni virtuali sulla base della situazione climatica. L’Homo sapiens giocava con il fuoco. In questo modo si facilitava il controllo sui movimenti della selvaggina, la caccia e, al contempo, anche la raccolta di cibo negli spazi aperti. La scoperta può finalmente spiegare la contraddizione che, da sempre, si presentava ai climatologi: da una parte l’analisi dei sedimenti ricavati dai laghi e dalle paludi dimostrava che l’Europa durante l’Era glaciale doveva essere attraversata da scarsa vegetazione a steppa oppure tundra; dall’altra le simulazioni dei vari tipi di vegetazione effettuate al computer sulla base al clima suggerivano un continente ricoperto da fitte foreste. Ora sappiamo che accadde veramente: l’uomo modellò il suo habitat facendo uso del fuoco.

Homo erectus. Gruppo intorno al fuoco. Illustrazione di Amédée Forestier - Dominio pubblico

Homo erectus. Gruppo intorno al fuoco. Illustrazione di Amédée Forestier – Dominio pubblico

Tutto ciò avvenne in epoche più „recenti“. Ma già le fiamme dell’Homo erectus potevano proteggere lui e il suo clan dall’aggressione di animali feroci, lo riscaldavano, facevano luce nella notte e gli permettevano di conservare gli alimenti e di cuocerli, e stimolavano all’incontro del gruppo intorno al fuoco. La studiosa Polly Wissner dell’Università di Utah ha fatto, a questo proposito, un rilevamento interessante. Ha confrontato delle conversazioni di Boscimani registrate durante la giornata con altre registrate invece durante la notte, quando la comunità si riuniva attorno al fuoco. Mentre durante il giorno i Boscimani parlavano prevalentemente di aspetti organizzativi e della vita quotidiana, intorno al fuoco i loro cuori si aprivano, la fantasia imperava, i vecchi narravano antiche storie e leggende, i giovani e i bimbi danzavano, cantavano. I contatti sociali e culturali avevano quindi il sopravvento. Tutto un universo di sogno si apriva sotto il cielo stellato, alla luce palpitante delle fiamme. Il dono di Prometeo.

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By | 2017-04-19T15:58:37+00:00 März 14th, 2015|Categories: paleolitico|Tags: , , |2 Comments

2 Comments

  1. […] parole sul possibile artista, l’Homo erectus. Colui che scoprì il fuoco. I reperti più antichi di questo ominide risalgono a 1,9 milioni di anni fa, sono stati […]

  2. evdokia chatzi 12/06/2016 at 22:15 - Reply

    salve, a proposito di controstoria invito tutti ad andare a leggere e approfondire la scoperta del cranio, scheletro, tracce di fuoco, arnesi di ossa e di pietra e tanti altri ritrovamenti nella caverna di petralona ,nella penisola calcidica della grecia ad opera del paleontologo aris poulianos, nonche‘ le sue peripezie personali e del suo team di lavoro proprio per queste sue scoperte!!!!!!!!!

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