La scoperta del fuoco nel Paleolitico

 

 

Quando iniziò l’uomo a controllare il fuoco? Quando riuscì con i suoi arnesi a provocare le prime scintille e poi a preservare e usare le fiamme in modo efficace? Fra i tanti interrogativi che si pongono antropologi e paleontologi, la scoperta del fuoco è forse il più affascinante, di certo il più misterioso. Senza la padronanza della fiamma, l’evoluzione umana non sarebbe stata quella che fu. Il fuoco: un elemento essenziale per proteggersi dagli animali feroci, per riscaldarsi, far luce nella notte.

Il dono di Prometeo e la sua irrinunciabile utilità

I miti greci narrano del titano Prometeo, l’eroe che decise di rubare il fuoco a Giove e riportarlo sulla terra. Il padre di tutti gli dei l’aveva sottratto agli esseri umani per punire Prometeo stesso. Ma il titano riuscì ad accendere un arbusto attingendo al fuoco celeste del carro di Elios, dio del sole, e tornò sulla terra vincitore stringendo nel pugno la sua fiaccola ardente.

La parola e il fuoco: due conquiste dell’uomo che hanno plasmato in modo decisivo la sua evoluzione. Se la facoltà di usare un linguaggio gli permise di comunicare con i suoi simili, organizzarsi meglio all’interno di un gruppo e trasmettere in modo più efficace le sue esperienze con tutti i vantaggi che questo comportava, il fuoco gli diede modo di cuocere il cibo, che diveniva più digeribile e, al contempo, gli forniva un maggior numero di calorie ed energia. E non solo questo: una maggiore riserva di energia permetteva un migliore funzionamento e un veloce sviluppo del cervello.

Già l'Homo erectus, circa 1 milione di anni fa, scoprì il fuoco. Foto Henry Gilbert e Kathy Schick CC BY-SA 3.0

Già l’Homo erectus, circa 1 milione di anni fa, scoprì il fuoco. Foto Henry Gilbert e Kathy Schick CC BY-SA 3.0

Il primatologo americano Richard Wrangham sostiene che il cervello esige quotidianamente almeno un quinto delle nostre provviste energetiche, il che equivale al 2% del peso corporeo. Questo fabbisogno di energia è difficilmente estinguibile con del cibo vegetale e la carne cruda è, in grandi quantità, difficilmente digeribile. A ciò si aggiunge la perdita di tempo. Secondo gli studi di Karina Fonseca-Azevedo, per sopperire alle esigenze del suo grosso cervello tramite cibi non cotti, un Homo erectus avrebbe dovuto mangiare per almeno nove ore al giorno.

Dobbiamo pensare, infatti, che un gorilla trascorre l‘80% della sua giornata mangiando. Ma per un ominide che doveva occuparsi di altre incombenze altrettanto essenziali, come per esempio la caccia o la fabbricazione di utensili di importanza vitale, non sarebbe stato possibile. C’è poi un altro elemento addotto da Wrangham: alcuni vegetali sono commestibili soltanto dopo essere stati sottoposti a cottura. Questo processo è in grado di rendere digeribili tutte le parti delle piante e di eliminare eventuali batteri o parassiti. In questo senso il fuoco si rivelò una scoperta di importanza capitale. Rendeva digeribili gli alimenti, eliminava i batteri e inoltre rendeva possibile la conservazione a lungo termine della carne o del pesce tramite il procedimento dell’affumicatura.

Un milione di anni fa, in Africa

Chi scoprì il fuoco? Le tracce che conducono all’australopiteco e all’Homo habilis (4,1-1,5 milioni di anni fa) sono controverse. Gli esempi forse più eclatanti che rientrano in questa categoria riguardano i siti di Koobi Fora (lago di Turkana, in Kenia), Swartkrans (Sudafrica), Yuanmou e Gongwangling (Cina) e Pandalja (Croazia). I resti di combustione rilevati in questi giacimenti paleolitici vengono interpretati come tracce di incendi provocati da agenti naturali. Invece i reperti più antichi con tracce di combustione indotta dalla mano di un ominide risalgono a un milione di anni fa e vengono dall’Africa. La culla dell’Homo sapiens. Sono stati individuati nella Grotta di Wonderwerk, Africa meridionale. Intenti alla datazione dei sedimenti presenti nella caverna, gli archeologi del team di Michael Chazan dell’Università di Toronto hanno scoperto resti di ossa e piante bruciati. Il problema, in questi casi, è capire se si tratti di una combustione dovuta ad agenti naturali oppure provocata dalla mano di un ominide.

Poiché il sito in questione si trova a una profondità di 30 metri all’interno della grotta, è difficile pensare a cause naturali. Gli studiosi tendono ad ipotizzare l’intervento di ominidi. Tanto più che i differenti e spessi strati di cenere suggeriscono una ripetuta accensione di fuochi nello stesso punto della caverna e la struttura della cenere dimostra che il fuoco è stato acceso direttamente all’interno della grotta.

l'Homo erectus scoprì e imparò a controllare il fuoco. Ricostruzione di Homo erectus. Museo Regionale della Vestfalia a Herne. Foto Rafaelam

Ricostruzione di Homo erectus. Museo Regionale della Vestfalia a Herne. Foto Rafaelamonteiro80 CC BY-SA 3.0

Altri elementi inducono a pensare che il materiale di combustione non fosse inizialmente legna ma che si trattasse di foglie, arbusti ed erba secca. Nella Grotta di Wonderwerk non ci sono tracce di carbone di legno. Analisi spettroscopiche rivelano la temperatura raggiunta da queste fiamme preistoriche: 500 gradi Celsius.

La scoperta avvenuta nella Grotta di Wonderwerk riveste notevole importanza, perché fino a quel momento si pensava che la datazione più antica di focolari risalisse a circa 790.000 anni fa in seguito alla scoperta fatta nella grotta di GesherBenot Ya’aqov, in Israele. Qui furono trovati, accanto a piccoli artefatti litici, resti di piante commestibili bruciate. In Europa i reperti più antichi e accertati risalgono a circa 400.000 anni fa e sono stati portati alla luce nei siti di Beeches Pit (Inghilterra), Terra Amata (presso Nizza) e Vertesszolos (Ungheria).

Prima del Sapiens: Prometeo era un Homo erectus

In ogni caso, il primo ad accendere un fuoco non fu l’Homo sapiens, che in quei tempi ancora non esisteva. I reperti sudafricani parlano per l’Homo erectus. Nei giacimenti in questione sono venuti alla luce utensili tipici attribuiti a lui, un ominide che già esisteva 1,8 milioni di anni fa. A questo punto si pone la domanda: le facoltà dell’Homo erectus e le grandi dimensioni del suo cervello si sono sviluppate grazie all’uso del fuoco e quindi dell’ingestione di cibi cotti, oppure è stato proprio il suo grande cervello a permettergli di scoprire come si accendeva, si conservava e si utilizzava un fuoco?

È comunque probabile che i nostri lontanissimi antenati abbiano conosciuto il fuoco grazie a incendi da cause naturali, per esempio in seguito alla caduta di un fulmine o all’eruzione di un vulcano. Magari inizialmente si servirono della fiamma causata dagli agenti naturali e impararono a conservarla, senza però essere in grado di provocarla manualmente. Si può pensare che poi, in un secondo tempo, abbiano acceso i primi fuochi tramite sfregamento. Una tecnica usata ancora oggi dai Boscimani dell’Africa meridionale.

Alla luce dei reperti, l’Homo erectus era ancora lontano dalle tecniche di accensione più evolute del Neolitico che si basavano sull’uso di pietra focaia, particelle di pirite e funghi. Utensili trovati presso la mummia di Ötzi. L’uomo dei ghiacci portava con sé un contenitore fatto di corteccia di betulla in cui custodiva braci di carbone di legna e nella sua borsa di pelle strappata si trovò una massa scura, resti di Fomes fomentarius, un fungo usato per l’accensione del fuoco. Questa tradizione dell’uso della pietra focaia è testimoniata, in Europa, da centinaia di reperti che, partendo da 32.000 anni fa (grotta di Vogelherdhöhle in Germania), continuano a costellare il Mesolitico e il Neolitico. Nelle caverne francesi di Lascaux e La Mouthe si sono trovate numerose lampade a grasso animale. Fonti di luce che illuminavano le rocce su cui gli artisti preistorici tracciavano le meravigliose pitture del Magdaleniano.  È possibile che i nostri antenati adoperassero il fuoco anche durante le loro battute di caccia, ma non abbiamo indizi certi in questo senso. Sappiamo invece che, a partire dal Neolitico, il fuoco fu utilizzato per dissodare la terra, allo scopo di realizzare nuovi terreni agricoli.

Tutto ciò avvenne in epoche più „recenti“. Ma già le fiamme dell’Homo erectus potevano proteggere lui e il suo clan dall’aggressione di animali feroci, lo riscaldavano, facevano luce nella notte e gli permettevano di conservare gli alimenti e di cuocerli, e stimolavano all’incontro del gruppo intorno al fuoco.

Homo erectus. Gruppo intorno al fuoco. Illustrazione di Amédée Forestier - Dominio pubblico

Homo erectus. Gruppo intorno al fuoco. Illustrazione di Amédée Forestier – Dominio pubblico

La studiosa Polly Wissner dell’Università di Utah ha fatto, a questo proposito, un rilevamento interessante. Ha confrontato delle conversazioni di Boscimani registrate durante la giornata con altre registrate durante la notte, quando la comunità si riuniva attorno al fuoco. Mentre durante il giorno i Boscimani parlavano prevalentemente di aspetti organizzativi e della vita quotidiana, intorno al fuoco narravano storie e leggende, danzavano, cantavano. I contatti sociali e culturali avevano il sopravvento. Tutto un universo di sogno si apriva sotto il cielo stellato, alla luce palpitante delle fiamme, il dono di Prometeo.

Scritto per coloro che si interessano al tema Neanderthal, questo mio saggio offre una stringata panoramica sul periodo preistorico in questione, propone un approccio alla specie e ad alcuni dei siti archeologici più importanti. L’idea è stata quella di rimediare alla carenza di testi in lingua italiana che trattino l’argomento in modo chiaro e non specialistico, quindi accessibili a chiunque voglia saperne di più. Corredato di numerose illustrazioni.

 

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