E l’Homo sapiens inventò Polifemo

 

 

Che l’interpretazione del mito come specchio della nostra storia sia essenziale, l’ho sempre detto e ripetuto. Ora però, in base agli studi recenti, le origini dei miti sembrano essere molto più antiche di quanto si pensasse. Ci conducono alla preistoria dell’uomo, addirittura ai tempi misteriosi del Paleolitico, l’Età della Pietra. Quando la scrittura non esisteva. È stupefacente la scoperta di antropologi ed etnologi impegnati nella filogenetica che collocano la nascita di alcuni miti propri della cultura europea nella culla del Paleolitico, e cioè nel periodo in cui l’Homo sapiens decorava le pareti rocciose delle caverne ibero-francesi con le splendide pitture di animali ed esseri antropomorfi.

L’Età della Pietra: tutta da rivedere?

Quando le “Veneri” preistoriche si moltiplicavano a vista d’occhio raggiungendo le forma di astrazione più complesse e i cacciatori di mammut costruivano le loro capanne con le ossa dei giganti che ci sarebbero state restituite, un giorno, dal permafrost. Non so che ne pensate voi, ma a me l’idea che personaggi come Polifemo e Pigmalione abbiano iniziato ad esistere nelle visioni dei cacciatori-raccoglitori sapiens per raggiungere, decine di migliaia di anni dopo, la mitologia greca e quella degli indiani d’America, fa un certo effetto. Mi emoziona davvero. Sì, perché è come se un filo invisibile collegasse le culture storiche a noi note con un mondo completamente differente, un universo scomparso decine di migliaia di anni prima nelle nebbie del passato e di cui poco o nulla sappiamo.

E soprattutto perché questo universo perduto dei cacciatori europei si è creduto per molto tempo lo scenario in cui si muovevano individui primitivi e grezzi, i nostri parenti vergognosi da nascondere, gli antenati che ancora non avevano idea delle grandi mete che sarebbero state raggiunte molto tempo dopo in seno alle “grandi culture” di Sumeri, Egiziani, Accadi. Eppure le scoperte più recenti dimostrano che questi avi “indecenti” non erano affatto così impresentabili e primitivi come ci sono sempre stati descritti. Anzi, è probabile che la loro vita, seppure più breve e tecnicamente meno “evoluta” del modello cittadino di Sumer, sia trascorsa in vera libertà, fra le braccia della natura, priva di classi e altre restrizioni imposte dalle culture di modello gerarchico.

Raffigurazione di bisonte della Grotta di Lascaux. Forse una rappresentazione della "caccia cosmica"? Foto: Peter80 CC BY SA 3.0

Raffigurazione di bisonte della Grotta di Lascaux. Forse una rappresentazione della „caccia cosmica“? Foto: Peter80 CC BY SA 3.0

In un ambiente di questo tipo, nel corso di una vita breve – si pensa che l’età media raggiunta dal Sapiens del Paleolitico superiore si aggirasse sui trent’anni – ma estremamente libera, gli esponenti della nostra specie inventarono di certo forme artistiche di alto livello, come dimostrano pitture, incisioni, sculture, strumenti musicali e raffinati capi di abbigliamento. Ma non solo questo: avevano già il senso della tradizione e usavano il mito come strumento di trasmissione al clan, di conseguenza ai posteri. Uno strumento che funzionava benissimo, giacché i loro miti hanno superato con grande successo la prova estrema del tempo.

Il cielo stellato e la “caccia cosmica”

È ovvio che il fascino del cielo stellato non sia soltanto una prerogativa dell’uomo moderno, anzi il suo antenato del Paleolitico, ben lontano dai centri abitati e solo nella notte in braccio a mamma Natura, poteva godere con un’intensità di gran lunga maggiore della bellezza del cielo stellato. Non c’erano luci della città a offuscare la vista degli astri, e tantomeno la cortina dell’inquinamento. Lo spettacolo che si presentava ai suoi occhi notte dopo notte doveva essere una cupola immensa di velluto nero trapunto di stelle luminosissime, a tratti attraversata dalla coda di fuoco di una stella cadente.

Non c’è da stupirsi, perciò, che gli astri siano stati associati sin da quei tempi remoti a personaggi mitici, animali leggendari, eroi. E proprio al cielo conduce il mito forse più antico in assoluto: quello che gli studiosi sulle tracce di un percorso evolutivo di saghe e leggende definiscono la “caccia cosmica”. Di che si tratta? Noi appartenenti alla cultura indoeuropea conosciamo questo mito trasmessoci attraverso la mediazione greca. È quello della bella ninfa Callisto amata da Zeus/Giove. Il mito d’Arcadia. Colpita dall’ira della gelosa Hera/Giunone, la povera ninfa viene trasformata in orsa. Nelle foreste d’Arcadia, un giorno, l’orsa Callisto s’imbatte nel giovane cacciatore Arcas, il quale altri non è che il figlio nato dalla sua unione illecita con Giove. Proprio quando Arcas, ignaro di trovarsi di fronte alla madre, sta per uccidere l’orsa Callisto, il signore dell’Olimpo interviene. Per salvare i due, Giove trasforma madre e figlio in stelle: le due costellazioni dell’Orsa Maggiore e l’Orsa Minore. Così Callisto e Arcas possono essere uniti per sempre nell’immensità del cielo, vicini agli dei.

Il nucleo di un mito è detto “mitema”. Ebbene, la nascita di questo mitema d’Arcadia è stata collocata nel Paleolitico, in un periodo che si estende approssimativamente dal 25.000 al 14.000 a. C. Com’è possibile questa datazione, se non esistono reperti scritti risalenti a un’epoca tanto lontana? La testimonianza visibile c’è ma non si tratta di uno scritto, bensì di pitture rupestri. L’arte ha preceduto la scrittura. Un esempio per la raffigurazione della “caccia cosmica” si trova nella francese Grotta di Lascaux. È la rappresentazione di un bisonte (il quale sostituirebbe l’orso) che sale verso il cielo in presenza di un cacciatore. Datazione del dipinto: 18.000 -17.000 anni fa.

Nella “caccia cosmica” siberiana, invece, l’orso è sostituito da una renna e il cacciatore che inseguiva l’animale si trasformò nella stella di Orione. Inoltre il mitema è noto anche ad alcune popolazioni africane e ha raggiunto nel corso dei millenni l’America del nord, facendo capolino nelle saghe degli indiani irochesi. Potrebbe trattarsi soltanto di coincidenze? Come se l’essere umano, osservando la magnificenza del cielo stellato, abbia avuto nei rispettivi continenti delle visioni simili e quindi inventato analoghe leggende?

Pigmalione di Jean-Lèon Gérôme, 1890

Pigmalione di Jean-Lèon Gérôme, 1890

Sembra di no, dicono gli studiosi, per un semplice fatto: la “caccia cosmica” non è arrivata dappertutto nel mondo. In Australia, Indonesia e Nuova Guinea, per esempio, non esiste. Partendo dall’Africa, l’Homo sapiens raggiunse questi luoghi molto presto, già 60.000 (secondo le scoperte più recenti anche 100.000) anni fa. Evidentemente in quell’epoca il mitema ancora non esisteva. Esisteva invece più tardi, quando l’Eurasia e il Nordamerica erano collegati fra loro da un ponte di terra, approssimativamente fra i 25.000 e i 14.000 anni or sono. Proprio il periodo in cui, stando alle raffigurazioni rupestri, in Eurasia si diffuse il mito della “caccia cosmica”. Dunque fu la migrazione delle genti eurasiatiche a trasferire il mitema nell’America settentrionale.

Miti, migrazioni e genetica

Affascinati dalle tracce intriganti, gli esperti hanno studiato un programma per computer che si basa su un complesso sistema di algoritmi e serve a ricostruire la provenienza e la diffusione dei mitemi in concomitanza con la diffusione dei gruppi etnici mondiali. Perché, a loro avviso, i miti non venivano trasmessi tramite il solo contatto (magari commerciale) fra genti diverse, ma attraverso la migrazione delle genti stesse. Soltanto il transfer di una popolazione da un luogo all’altro era in grado di trapiantare un mitema nella nuova società di accoglienza. Dunque analizzando la nascita e il percorso dei miti, si può completare il quadro proposto dalla genetica sulle origini e l’evoluzione dei popoli della terra.

Per esempio il mitema della “caccia cosmica”, spogliato dagli orpelli apposti dalle diverse culture, è il seguente: un grosso animale selvatico è inseguito da un cacciatore. Questa caccia ha luogo nel cielo oppure conduce al cielo. L’animale si trasforma in una costellazione. Gli studiosi hanno localizzato l’origine del mitema in Eurasia nell’epoca del Paleolitico superiore, presente in nove diverse varianti. Da lì fu trasferito in Africa (una variante) e in America (due varianti). Le modifiche subite dal mito iniziale sono incredibili. Presso gli indiani della British Columbia, l’orso divenne un tapiro e al posto di Callisto c’era una donna che finiva per essere l’amante del tapiro stesso. Alla fine i due, insidiati dal marito geloso, salirono al cielo trasformandosi nella costellazione di Orione.

Pigmalione e Polifemo

Accanto alla “caccia cosmica” sono stati identificati altri due miti dalle origini remotissime: quello di Pigmalione e quello di Polifemo. Pigmalione, l’artista greco che s’innamorò della statua femminile da lui stesso scolpita dedicandole attenzioni talmente commoventi, da convincere la dea Venere a trasformare la statua in donna, in origine era un africano. Il popolo dei Venda racconta che lo scultore realizzò una donna di legno e se ne innamorò. Grazie all’intervento di una divinità, la statua prese vita. Purtroppo però il capo della tribù la vide e la pretese per sé. A quel punto lo scultore gettò la donna a terra e questa tornò a essere una statua di legno.

Polifemo di Jacob Jordaens, XVII secolo

Polifemo di Jacob Jordaens, XVII secolo

E poi c’è Polifemo. Tutti conosciamo il gigante da un solo occhio che si trovò a dover fronteggiare lo scaltro Ulisse in una grotta. Il ciclope Polifemo, circondato dalle sue greggi di pecore, imprigiona Ulisse e i suoi compagni nella caverna, fermamente intenzionato a mangiarseli tutti, uno dopo l’altro. A quel punto i navigatori greci riescono ad accecare il ciclope e a lasciare la grotta nascondendosi sotto la pancia delle pecore, in mezzo al pelo e nella confusione del gregge. Un’immagine pittoresca che di certo nessuno scolaro ha mai dimenticato.

Dall’Eurasia, il mito di Polifemo ha raggiunto l’America settentrionale. Qui il ciclope ingordo è scomparso, sono rimasti però gli eroi (in questo caso indiani) e gli animali: un corvo, dei bisonti. È il corvo a tenere prigionieri i bisonti in una caverna. Gli indiani, da sempre grandi cacciatori di bisonti, escogitano un tranello per liberare i quadrupedi. Momento chiave del racconto: due di loro si nascondono sotto il ventre delle bestie, in mezzo al pelo dei bisonti e riescono a scappare mettendo in salvo la vita. Come si vede, gli elementi cambiano, ma il mitema di base è individuabile.

Scomponendo dunque i miti in mitemi, trasformandoli poi in algoritmi e dandoli “in pasto” al computer, gli esperti sono riusciti a disegnare alberi filogenetici da cui si dipartono numerose diramazioni. Sono le vie prese dai mitemi presso le popolazioni/culture diverse. Evidenziano i percorsi, le mutazioni nel corso del tempo. Così gli studiosi hanno fatto scoperte interessanti. Per esempio, se un popolo derivava una leggenda dai suoi vicini, tendeva a “capovolgerne” gli elementi base: un uomo diventava una donna (o viceversa), il bello diventava brutto, la carne cotta diventava cruda, e via dicendo. Più presto e più lontano il mito fu “trapiantato” nel nuovo territorio di diffusione, più raramente interviene un “capovolgimento” degli elementi base. La trasformazione era, poi, influenzata dal nuovo ambiente in cui il mito veniva trasmesso, la storia si tingeva del colorito locale, come abbiamo visto nel caso di Polifemo.

Grazie agli alberi filogenetici, le famiglie di miti possono essere ordinate a seconda dei continenti e dei gruppi linguistici. La parola chiave è: migrazione. Al transfer di un mito da un luogo all’altro corrisponde una migrazione umana da un continente all’altro. La leggenda di Polifemo, per esempio, si spostò dall’Eurasia in America insieme con una prima ondata migratoria di cacciatori-raccoglitori avvenuta nel Paleolitico e poi una seconda volta nel Neolitico, in seguito a una migrazione di agricoltori. Anche la “caccia cosmica” raggiunse il Nuovo Continente in diverse ondate migratorie. È interessante il fatto che le versioni greche della leggenda corrispondano a quelle degli indiani di lingua algonchina e che la genetica abbia riscontrato l’appartenenza dei due gruppi etnici all’aplogruppo X2, il quale, a sua volta, deriva dai cacciatori-raccoglitori eurasiatici del Paleolitico che vissero circa 30.000 anni fa.

Il cosiddetto "sciamano" della Grotta di Les-Trois-Frères, Francia. Disegno di Abbé Breuil

Il cosiddetto „sciamano“ della Grotta di Les-Trois-Frères, Francia. Disegno di Abbé Breuil

I discendenti di queste genti forgiarono, intorno a 20.000 anni or sono, il mito di Polifemo. Una storia che sicuramente per loro rivestiva grande importanza e doveva quindi essere tramandata alla posterità. Un insegnamento, un modello educativo, il ricordo di un eroe, una tessera nel mosaico della loro filosofia di vita. E fu lo spostamento materiale di queste genti, la loro migrazione, a introdurre e diffondere il mito in un nuovo continente, non una trasmissione diffusa per via orale da ascoltatori terzi. Ogni popolo porta con sé i suoi miti. Questa mi pare una rivelazione impressionante. L’importanza del mito diventa sempre più chiara, innegabile, imprescindibile. Seguiamo il filo del mito per indentificare non solo la nostra storia, ma anche la nostra preistoria.

Nella caverna pirenaica francese chiamata “Grotte des Trois Frères” i cacciatori del Paleolitico superiore hanno dipinto una strana immagine: una creatura dal corpo umano e la testa di bisonte con un bastone in pugno. Accanto a lui, una mandria di bisonti. Quest’immagine è stata interpretata fino ad oggi come quella di uno sciamano. Sarà vero oppure abbiamo a che fare con un’altra versione della “caccia cosmica”? Con la raffigurazione chiave dell’uomo che si tramuta in bisonte per poi salire al cielo? Non lo sappiamo ancora, l’universo del Paleolitico è un immenso libro dai sette sigilli. Tutto un mondo aspetta di essere scoperto. Un mondo molto più complesso di quanto si creda. Gli elementi che verranno alla luce nel prossimo futuro di certo stravolgeranno la nostra visione della preistoria. Ci sarà tanto da riscrivere e ancor più da imparare.