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Bilzingsleben 370.000 anni fa. Abitazioni e officine dell’Homo erectus heidelbergensis

Un accampamento di cacciatori all’alba dei tempi

 

 

Bilzingsleben 370.000 anni fa. Ancora una finestra affacciata sul nostro passato. Insieme ad altri importanti giacimenti del Paleolitico come Dmanisi in Georgia, Isernia la Pineta in Italia, Atapuerca in Spagna e il sito tedesco di Schöningen con le sue lance, Bilzingsleben ci permette di ricostruire la vita di questi primi antenati giunti dall’Africa. Il travertino ha imprigionato uno stralcio di vita del Paleolitico, ha fossilizzato un momento preistorico.

 Il giacimento di Bilzingsleben si trova su di un altopiano situato al centro della Germania, in Turingia, nella valle di Wippertal. La superficie dei corsi d’acqua della regione è ricca di calcare. A Bilzingsleben il letto di torrente generato da una fonte carsica ha ristagnato all’interno di una barriera di travertino, formando un piccolo lago. Qui, in un periodo che si estende dai 412.000 ai 320.000 anni fa, viveva un gruppo di ominidi della specie Homo erectus heidelbergensis. All’epoca il clima era mite, dall’altopiano si dominava l’intera vallata e quindi si controllavano in modo ottimale gli spostamenti della selvaggina. Una posizione ideale per i gruppi di cacciatori-raccoglitori del Paleolitico.

 Poi, nel corso dei millenni, la barriera di tufo è aumentata facendo salire il livello del lago, le acque hanno ricoperto poco a poco il sito dell’insediamento paleolitico con una spessa crosta di calcare che ha il merito di aver conservato intatto il luogo per millenni. Un’istantanea di vita fissata per sempre nel travertino. Il sito è stato, per così dire, sigillato. Il deposito di calcare in loco era talmente resistente, che gli abitanti del luogo lo hanno sfruttato per centinaia di anni come cava di travertino, estraendone del materiale da costruzione. Quando, nel 1710, vennero alla luce i primi fossili, la gente pensò di trovarsi dinanzi ai resti del diluvio universale. Nel 1818 si scoprì un cranio umano che purtroppo è andato perduto.

Museo di Bilzingsleben. In primo piano sono visibili alcune ricostruzioni di capanne paleolitiche dell'Homo erectus. Foto: Metilsteiner CC-BY-3.0

Museo di Bilzingsleben. In primo piano sono visibili alcune ricostruzioni di capanne paleolitiche dell’Homo erectus. Foto: Metilsteiner CC-BY-3.0

 I lavori di scavo organizzati ed eseguiti in modo scientifico sono iniziati soltanto nel 1969, sotto la direzione del geologo e archeologo professor Dietrich Mania. Hanno portato alla luce ben 37 resti fossili di ominidi, più di 140.000 manufatti di pietra, del materiale botanico e numerosi utensili di osso, avorio, legno. Tutto è rimasto intatto sotto il calcare come in un affascinante museo en plein air. I reperti di Homo erectus heidelbergensis sono ben 27 frammenti di crani, un frammento di mandibola e alcuni denti appartenenti a tre individui diversi.

Officine a cielo aperto, oggetti con incisioni

 Impressionante è poi il quadro di vita di questi ominidi desunto dalla lettura complessiva dei reperti che sono stati individuati nell’insediamento. Il nucleo dell’abitato corrisponde a una superficie di 600 metri quadrati. Abbiamo a che fare con abitazioni di forma ovale, costituite da pelli animali assicurate a una struttura di stanghe di legno e ossa. Il diametro delle capanne varia dai 4 ai 5 metri e davanti alla porta di queste si sono trovati resti di focolari, così come incudini litiche per fabbricare oggetti di vario tipo.

 Infine sono state trovate anche delle ossa di animali che presentano strane incisioni lineari, alcune delle quali disposte, in modo regolare, a ventaglio. Queste non possono essere l’effetto secondario della lavorazione di oggetti, osserva il professor Mania. Sono state fatte con intenzione e quindi potrebbero costituire addirittura una prima forma simbolica di scrittura o computo. Si tratta di un’ipotesi, beninteso, ma è di certo una possibilità affascinante e verosimile.

 La ricostruzione dei crani eseguita in base ai resti ossei fa pensare a un volume cerebrale pari a più di 1100 centimetri cubici. Dimensioni di tutto rispetto, quindi, che suggeriscono la presenza di individui già abbastanza specializzati.

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A tal proposito il professore scrive:

 “(…) Inoltre il centro della percezione ottica e quello della parola sono particolarmente ben sviluppati. Tuttavia questo tardo Homo erectus presenta una grande affinità morfologica con i crani robusti e protrusi della sua specie. (…) Si nota una notevole concordanza con l’Homo erectus di Giava e con quello di Pechino. Anch’essi sono robusti e le loro caratteristiche, dovute alla posizione eretta, sono molto pronunciate.(…) È il tipico rappresentante dell’Homo erectus in Europa.” (D. Mania “Die ersten Menschen in Europa”, pag. 41)

 La complessità e la ricchezza dei reperti di Bilzingsleben parlano chiaro: questi ominidi vivevano sicuramente in una struttura familiare organizzata, in abitazioni comode e stabili – non stagionali – , si premuravano di tener pulita l’area abitata allontanando i rifiuti che venivano depositati altrove. La zona situata nel nucleo dell’insediamento era suddivisa in ambiti destinati a mansioni diverse. La presenza diffusa di incudini litiche denota i diversi luoghi di lavoro – una sorta di officine all’aperto – , mentre i focolari posti dinanzi all’ingresso delle capanne segnalano possibili siti di riunione del gruppo, probabilmente anche in occasione del consumo dei pasti. A ciò si aggiungono i ritrovamenti di pietre con evidenti tracce che fanno pensare alla cottura del cibo. Su una delle incudini litiche giaceva ancora un osso di elefante lungo 160 centimetri che si trovava in fase di lavorazione.

Un luogo di culto preistorico?

 E poi… una scoperta incredibile: la zona a est dell’insediamento, situata fra l’area di lavoro e la riva del lago, era pavimentata. Si tratta di una superficie quasi circolare che misura 9 metri di diametro. La pavimentazione era costituita da pietre di calcare, lastre di travertino e ossa di animali che sono stati trasportati in situ da circa 250 metri di distanza, quindi seguendo un proposito ben preciso, e poi conficcati l’uno accanto all’altro nel terreno sabbioso a formare una specie di terrazzo.

 Sul lato ovest di questo spiazzo pavimentato si ergeva una grande incudine litica su cui erano state frammentate delle ossa, ma ben presto fu evidente che si trattava di un’incudine particolare. Per un semplice motivo: nelle immediate vicinanze non si vedevano tracce di rifiuti di nessun genere ad eccezione di frammenti di crani umani, appartenenti a due individui. Diversi indizi fanno pensare al professor Mania che il sito possa essere stato usato per particolari attività cultuali, forse cerimonie religiose. La frammentazione dei crani umani potrebbe aver fatto parte di una cerimonia rituale. Ipotesi che ha riscontrato l’interesse e il consenso di molti altri studiosi, come anche il professor Hermann Parzinger.

Bilzingsleben, Homo erectus. Frammento di ossa con incisioni praticate dall'Homo erectus. Foto: Manuel Benito. Dominio pubblico.

Bilzingsleben, Homo erectus heidelbergensis. Frammento osseo con incisioni praticate dall’Homo erectus. Foto: Manuel Benito. Dominio pubblico.

 L’abbondanza e la varietà dei reperti di Bilzingsleben rimane, al momento, un fenomeno unico nella panoramica del Paleolitico inferiore europeo. Ci permette di far luce sulla vita quotidiana dei nostri antenati della specie Homo erectus heidelbergensis che, a quanto pare molto più evoluti di quanto sembrerebbe di primo acchito, già erano in grado di creare intorno a sé un microcosmo funzionante, in cui praticità e comodità si davano la mano.

 Se, come si può dedurre dall’altro giacimento paleolitico di Schöningen, questi ominidi erano anatomicamente e razionalmente così evoluti da poter scagliare con precisione una lancia da tiro da essi stessi fabbricata in modo perfetto, il giacimento di Bilzingsleben dimostra che le loro risorse andavano oltre. Forse erano già in grado di praticare una propria forma di religiosità rituale. E non solo questo. Si possono trarre anche altre deduzioni. Dietrich Mania osserva:

 “La tenacia e la strategia nel perseguire un obiettivo dimostrate dall’Homo erectus nell’uso della sua tecnologia e la fabbricazione di oggetti specializzati, presuppongono capacità intellettive di un certo livello. Soprattutto il pensiero astratto deve essere stato già sviluppato in qualche misura. A tale facoltà si associa la comunicazione per mezzo della parola. Una prova di tutto ciò è rappresentata dai manufatti di osso di Bilzingsleben che riportano disegni incisi intenzionalmente. Uno di questi artefatti misura circa 40 centimetri ed è stato ricavato dalla scheggia di una tibia di elefante. È stato usato come leva, lo dimostrano un’estremità larga e rotta i bordi scheggiati. L’altra estremità ha una forma appuntita che si è arrotondata in seguito all’uso. Questo attrezzo fu trovato fra due zone di lavoro, vicino alla porta di un’abitazione. Sul lato piatto e dritto dell’utensile ci sono delle linee dritte, incise a distanza regolare e uguale. Non è possibile che si tratti di un caso.(…) Per me gli artefatti di questo tipo, e soprattutto quello sopra descritto con la sequenza di linee a ventaglio, servivano a trasmettere dei pensieri o delle immagini in modo visibile ed efficace. Inoltre l’uso di disegni geometrici e simbolici prova la capacità di astrazione. Un individuo capace di pensare per astratto, potrebbe esprimersi per mezzo di una lingua che si serva di simboli e sia raffigurata con dei segni del tipo sopra descritto. Questa è una prova della capacità del nostro Homo erectus di pensare in modo astratto e di esprimersi a parole.” (D. Mania, op. cit, pag. 61)

 Penso che non potrebbe esserci una riflessione più affascinante di questa per concludere il mio articolo.

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By | 2017-04-19T17:53:57+00:00 Oktober 30th, 2014|Categories: paleolitico|Tags: , |5 Comments

5 Comments

  1. Corrado 01/05/2015 at 22:18 - Reply

    https://answersingenesis.org/it/risposte/la-datazione-radiometrica-confuta-la-bibbia/

    Nello studio delle rocce del Grand Canyon di Austin,(17) diverse tecniche hanno dato diversi risultati. Quattro diverse tecniche hanno dato età diverse da 10.000 anni fino a 2,6 miliardi di anni per la stessa roccia.

    In Australia, del legno trovato nel basalto fu chiaramente sepolto nella colata lavica che formò il basalto, come si vede dalle parti bruciate. Il legno fu ‘datato’ usando l’analisi del radiocarbonio a 45.000 anni, ma il basalto fu ‘datato’ col metodo potassio-argon a 45 milioni di anni!

    Legno fossilizzato trovato nelle rocce che si suppone abbiano 250 Milioni di anni conteneva ancora 14C

    Esiste una storia simile riguardo la datazione del teschio di primato, conosciuto come KNM-ER 1470.(10,11) Cominciò con una datazione di 212 – 230 Milioni di anni , che, secondo i fossili, fallì il bersaglio (in accordo col preconcetto che gli esseri umani ‘non esistevano allora’). Furono fatti altri tentativi di datare le rocce vulcaniche della zona. Dopo alcuni anni arrivarono ad una data di 2,9 Milioni di anni , mettendosi così in accordo con altri studi diversi

  2. Corrado 28/04/2015 at 22:54 - Reply

    temo tu non abbia colto il senso del mio commento nè letto il link di approfondimento e gli articoli correlati

    quella delle radiodatazioni è una questione molto spinosa

    • Sabina Marineo 29/04/2015 at 0:28 - Reply

      Salve Corrado, nessuno ha mai detto che non sia spinosa. Su questo non ci piove. Ma resta di fatto che i reperti in questione sono stati datati con il metodo uranio-torio con tutte le conseguenze che questo comporta.

  3. Corrado 27/04/2015 at 20:36 - Reply

    370.000 anni fa … datazione impossibile
    il radiocarbonio arriva al massimo a 50.000 anni fa
    gli altri metodi sono assolutamente erronei e sono stati usati per confermare una pseudo-teoria piena di falle, quella del neodarwinismo
    un link per iniziare a studiare questo argomento taciuto ovviamente dai media e dai testi storici ufficiali

    http://scienzamarcia.blogspot.it/2008/01/i-problemi-della-datazione.html

    • Sabina Marineo 27/04/2015 at 23:32 - Reply

      Salve Corrado, la datazione di Bilzingsleben è stata effettuata con il metodo uranio-torio che permette di arrivare sino a 500.000 anni fa, vale a dire circa dieci volte più a ritroso che con il metodo del radiocarbonio. Si tratta quindi di una datazione possibile.

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