Il mistero dei cacciatori degli Urali

 

 

L’idolo di Shigir: un’imponente statua di legno di quasi 3 metri di altezza che risale a 11.000 anni fa. È il prodotto di una comunità di cacciatori-raccoglitori dell’Età della Pietra. Dimostra che le genti degli Urali avevano già sviluppato l’intuito, l’abilità artistica e organizzativa necessari a realizzare delle sculture monumentali. Non lasciarono le loro tracce su costruzioni litiche, lavorarono invece il legno di larice, materiale ricavato dalle foreste. A causa della veloce deperibilità del legno, possiamo immaginare che molti prodotti della loro cultura siano andati perduti. È un caso fortuito che ha portato alla scoperta dell’idolo di Shigir. Dobbiamo ringraziare le proprietà di conservazione delle paludi degli Urali.

Cercando l’oro, hanno trovato il legno

Era il 1890, quando l’eccezionale scultura di Shigir fu trovata a 4 metri di profondità in una torbiera situata a circa 100 km a nord di Ekaterinburg, versante orientale della catena dei monti Urali. Frammentata in più pezzi di legno scurito dalla mano del tempo e dai processi chimici. I cercatori d’oro furono di certo abbastanza delusi, l’idolo di Shigir non era ciò che avevano sperato di trovare. Tuttavia qualcosa gli fece pensare che si trattasse di una scoperta di una certa importanza. Forse il frammento della testa, con i suoi lineamenti di arcaica bellezza, dovette incutergli un senso di rispetto. Per questo motivo prelevarono i pezzi che riuscirono a ripescare dal fango della palude e li consegnarono al Museo Storico di Ekaterinburg, dove si trovano ancora oggi.

L'idolo di Shigir, monumentale scultura del Mesolitico.

L’idolo di Shigir, monumentale scultura del Mesolitico.

Come per un miracolo, questo capolavoro della preistoria era emerso dalla torba. Un ambiente che l’aveva protetto anziché distruggerlo, poiché l’acidità del terreno in concomitanza con il clima freddo del luogo aveva inibito la decomposizione del materiale. Ci vollero ben cento anni, prima che i frammenti dell’idolo di Shigir venissero esaminati dagli esperti. Nel 1997 le analisi al C14 attribuirono alla scultura un’età di 9500 anni, ma gli studiosi erano piuttosto scettici perché fino a quel momento i reperti che risalivano a un’epoca così remota erano di piccole dimensioni. Non si era mai trovata una stele di legno tanto grande. Si trattava di un unicum. Poi, alcuni anni fa, l’archeologo Thomas Terberger dell’Ufficio Regionale per la Tutela dei Beni Culturali della Bassa Sassonia decise di ripetere le analisi. Il risultato è una nuova datazione: l’idolo di Shigir è stato realizzato ben 11.000 anni fa. Dunque si tratta della scultura monumentale in legno più antica al mondo.

Un’antichità che, tanto per farci un’idea, corrisponde grosso modo a quella del complesso templare di Göbekli Tepe, in Anatolia. Dobbiamo inoltre pensare che l’idolo di Shigir originariamente era alto più di 5 metri. Purtroppo dei pezzi sono andati perduti. Ma anche con l’attuale statura di due metri e mezzo, è abbastanza imponente da risultare impressionante. Fu scolpito nel legno fresco di un larice appena abbattuto che contava 157 anni d’età. Il corpo si presenta lungo, sottile, percorso da misteriose incisioni a zig zag che di certo rivestivano un significato particolare nell’universo simbolico dei cacciatori- raccoglitori degli Urali. Segni che accompagnano l’oggettistica del Mesolitico europeo, ornando piccoli oggetti di osso, corno oppure ambra (la resina del Mare del Nord o del Mare dell’Est). Una lingua a noi sconosciuta? Un simbolismo rituale?

Paludi e segreti

Osservando bene la scultura, si nota che l’idolo in realtà ha sette facce. La testa presenta un volto piatto dal grande naso, gli occhi come due fessure, la bocca come un’apertura rotonda e buia. Le altre facce sono raffigurate più in basso, lungo il corpo della statua. Si distinguono meglio sui disegni in bianco e nero, piuttosto che dalle fotografie a colori. Nonostante molti pezzi siano andati perduti nei disordini del XX secolo, l’archeologo Vladimir Tolmachev poté prenderli in esame tutti nel 1914 ed ebbe così la possibilità di immortalare in questo importantissimo documento anche le parti mancanti. Le sette facce sono lì, seminascoste dalle incisioni a zig zag, dai segni misteriosi scavati sulla superficie dell’idolo da un cucchiaio di pietra. Si vedono nasi pronunciati, occhi dalle orbite profonde.

Il professor Michail Zhilin dell’Accademia Russa delle Scienze, sostiene che l’artefatto è ricoperto di informazioni criptate. Secondo lo studioso, l’idolo aveva la funzione di trasmettere delle conoscenze all’osservatore edotto. Mentre l’archeologa Svetlana Savchenko azzarda una prima interpretazione intuitiva. Le linee orizzontali potrebbero rappresentare il limite fra cielo e terra, acqua e cielo, o forse anche fra il mondo terreno e l’altro mondo; le linee a zig zag potrebbero simbolizzare l’elemento dell’acqua (N.d.A.: come anche negli artefatti della neolitica Cultura del Danubio), potrebbero essere una raffigurazione del serpente, oppure anche di un pericolo; invece i segni dalla forma geometrica romboidale, quelli cruciformi, quadrati o circolari, raffigurerebbero il fuoco oppure l’elemento del sole. Un timido ma importante inizio per affrontare il complesso tema del simbolismo nel Mesolitico.

Disegno dell'idolo di Shigir eseguito nel 1914. I contorni scuri evidenziano alcune delle sette facce originariamente presenti sulla scultura.

Disegno dell’idolo di Shigir eseguito nel 1914. I contorni scuri evidenziano alcune delle sette facce originariamente presenti sulla scultura.

Perché sette facce? Che ruolo aveva il numero sette nella cultura di queste genti? Non è di certo un caso che proprio il sette sia stato il numero magico per eccellenza presso i Babilonesi che lo associavano alle stelle, così come nella Kabala ebraica. L’antropologo Ferdinand von Andrian (1776 – 1851) era convinto che l’esclusività di questo numero fosse stata diffusa dai Sumeri i quali, in seguito a migrazioni, l’avrebbero “esportata” nel mondo antico. Il sette rivestiva particolare importanza anche nel culto greco di Apollo, mentre per i Pitagorici era il numero che scandiva il ritmo della vita umana.

E perché queste preferenze nei confronti del sette? Alcuni studiosi osservano che il numero corrisponde a quelle aperture del corpo umano collegate alle percezioni sensoriali: occhi, orecchie, narici, bocca. Altri pensano che sia da collegarsi ad una primitiva osservazione del cielo stellato concentrata su certi astri, per esempio sul gruppo delle Pleiadi, particolarmente luminose e sempre visibili nel cielo notturno anche a occhio nudo. Affascinanti considerazioni, che restano, per il momento, riflessioni prive di fondamento. Finché non scopriremo di più, il mistero delle sette facce dell’idolo di Shigir rimane.

Comunque nella palude degli Urali gli archeologi hanno trovato più di 3000 armi da caccia, arnesi da pesca e anche utensili di osso e corno, oggi tutti conservati al Museo Archeologico di Ekaterinburg, accanto all’idolo misterioso. Thomas Terberger pensa che la scultura potrebbe aver avuto una funzione totemica. In tale contesto riveste particolare importanza il giacimento mesolitico “Beregovaya 2”, situato a est della palude di Goborovo. In quest’area la studiosa russa Olga Vassileva scoprì nel 1991 un accampamento di cacciatori, in cui vennero alla luce più di 17.000 artefatti di pietra. Il sito è stato datato nel 9.100 a. C., ed è composto di tre diversi orizzonti rappresentati da oggetti litici, ossa di animali e utensili di osso.

Durante l’estate 2009 furono trovati poi altri utensili in legno, arpioni e frecce di osso accanto a ossa di alce, orso bruno, cervo. Infine, nello strato medio di scavo, vennero alla luce asce di scisto e percussori a forma conica, usati per la fabbricazione di micro-lame estremamente sottili che venivano fissate all’estremità di lance di osso. Una scoperta dalle implicazioni importanti. Si tratta, così Terberger, di una produzione di lame e arnesi compositi ad alto livello che appaiono nel Mesolitico russo con secoli di anticipo rispetto ad altre aree abitate della Germania del nord e della Scandinavia, dove si svilupparono soltanto a partire dal 7000 a. C. Ora si tratta di vedere se innovazioni come questa, delle micro-lame, siano scaturite in Germania e Scandinavia sotto un impulso giunto dal territorio degli Urali.

Arte in grande e in piccolo: idolo di Shigir e… Venere di Bierden

L’idolo di Shigir è un reperto particolarmente importante perché si tratta di uno dei pochi ritrovamenti di arte mesolitica europea. Fino a poco tempo fa questo periodo preistorico sembrava essere un gigantesco buco nero privo di orpelli. Una fase di buio dopo gli ultimi splendori del Magdaleniano, con le fantastiche pitture nelle grotte ibero-francesi e le incisioni di Gönnersdorf. Alla rivalutazione di un Mesolitico artistico-spirituale contribuisce, oltre alla nuova datazione della monumentale scultura lignea degli Urali, anche un reperto tedesco dalle dimensioni minute: la cosiddetta “Venere di Bierden”.

Frammento litico con la Venere di Bierden. Foto: Axel Hindemith CC BY 3.0

Frammento litico con la Venere di Bierden. Foto: Axel Hindemith CC BY 3.0

Un frammento di pietra scoperto nel 2011 presso la località tedesca di Bierden, nella Bassa Sassonia. Venne alla luce durante una ricognizione archeologica in vista dell’installazione del gasdotto settentrionale europeo NEL. Dapprima si trovò una superficie di ben 5000 metri quadrati interessata da resti di un insediamento dell’Età del Bronzo; poi “emerse”, dagli strati di scavo più profondi, l’orizzonte dell’Olocene tardoglaciale. Qui si individuò un’area di 60 metri quadrati con artefatti di selce. Migliaia di artefatti: lame, percussori, microliti, bulini. La presenza di resti fossili di cavalli selvatici e castori confermò la prima impressione, cioè che si trattasse di un accampamento del Mesolitico.

Il reperto forse più eccezionale in assoluto fu un frammento di arenaria, su cui era stata incisa la sagoma di un corpo femminile stilizzato. Era lei, la Venere di Bierden, che inizialmente fu battezzata dagli archeologi con il nome più familiare di “Nelly”. Il frammento litico misura appena 5 x 7 cm, la datazione lo ha collocato approssimativamente (sulla base di analisi dei resti di carbone di legna registrato in situ) nel 9000 a. C.

Con le sue modeste dimensioni, la Venere di Bierden è quindi ben lontana dall’impressionante imponenza dell’idolo di Shigir. Ma si tratta di un’ulteriore testimone dell’arte mesolitica, e questo non è poco. L’incisione mostra la parte inferiore di un corpo di donna visto di fronte. È stata tracciata con poche linee essenziali, in modo schematico ma deciso. E tuttavia, se la datazione del frammento è certa, l’interpretazione dell’incisione è invece ancora discussa. Si volle davvero realizzare la sagoma di un corpo femminile? Oppure sono dei segni tracciati in modo casuale, senza un’intenzione precisa, e che noi osservatori odierni vogliamo interpretare come un corpo di donna?

Il dilemma nasce da un fatto sostanziale: non esistono altre rappresentazioni dello stesso tipo scoperte nell’area della Germania settentrionale e datate nel medesimo periodo preistorico, il Mesolitico. D’altra parte, se pensiamo alle raffigurazioni femminili più antiche di Gönnersdorf o di Nebra, le antesignane tedesche di “Nelly” non mancano. E non bisogna poi dimenticare che la scarsità di ritrovamenti è da attribuirsi di certo anche al tipo di terreno sabbioso e decalcificato di cui sono fatte le pianure della Germania settentrionale. In tale contesto geologico i materiali come ambra, osso, pelle oppure legno, deperiscono velocemente. Anche la mancanza di caverne in questi territori contribuisce a diminuire drasticamente la frequenza di ritrovamenti preistorici.

Ma l’interpretazione che identifica nella piccolissima “Nelly” una Venere preistorica va affermandosi sempre più, come ha dimostrato una mostra organizzata nel 2013 al British Museum di Londra. Qui è stata, per così dire, ufficializzata la denominazione di “Venere di Bierden”. Nonostante la mostra abbia dimostrato la persistenza del mistero sul significato di queste Veneri dell’Età della Pietra. Rappresentavano divinità femminili? Erano simboli di fertilità dal valore apotropaico? Si riferivano a un culto degli antenati? Oppure, come insinua qualche studioso meno fantasioso e più tradizionalista, erano semplici “pin-up” della preistoria?