Una reliquia imbarazzante

 

 

L’arca dell’Alleanza. È forse l’oggetto più enigmatico di tutto il Vecchio Testamento. Una reliquia futuristica. Mal si adatta a un popolo di umili pastori perduti nel deserto del Sinai tra montagne tuonanti e tende polverose. Fu uno scrigno voluto dall’imperioso Jahve per meglio controllare il popolo eletto in quel viaggio interminabile verso la terra promessa. Un’odissea assurda, che durò 40 anni di stenti pur dovendo percorrere una distanza irrisoria. Un viaggio fra tempo e spazio, tra la storia e il mito. Come se Jahve avesse incatenato gli Israeliti al deserto per addestrarli all’ubbidienza assoluta. E l’Arca fungeva da tramite divino.

Fu costruita con legno di acacia e oro puro, sulla base di misure ben precise che, tradotte in centimetri (in origine erano cubiti), dovevano corrispondere più o meno a 1,30 m di lunghezza, 80 centimetri di larghezza e altri 80 centimetri di altezza. Era rivestita internamente ed esternamente di uno strato di oro puro. Sulle pareti esterne furono fissati quattro grossi anelli d’oro massiccio in cui introdurre delle stanghe per il trasporto dell’Arca a spalla. Due cherubini d’oro ornamentali furono fissati alle estremità del coperchio dello scrigno, l’uno di fronte all’altro, ad ali spiegate.

E tutto questo nel bel mezzo del deserto? Senza l’attrezzatura necessaria? E i materiali? L’oro? L’acacia? Ovviamente no. Lo scrigno era un reliquiario trafugato dall’Egitto. Quando si parla della fuga degli Israeliti guidati da Mosè, si dice infatti che questi avevano rubato “i contenitori sacri degli Egizi”, e lo scrigno poteva benissimo essere uno di essi. Tanto più che sempre durante la permanenza nel deserto del Sinai si verifica anche l’episodio dell’adorazione del vitello d’oro, atto che manda Mosè su tutte le furie. E questa statua di divinità altro non poteva essere che un’effigie del dio egizio Apis oppure della vacca cosmica Hathor. Altra reliquia trafugata da qualche tempio egizio.

In ogni caso l’Arca sembra essere stata destinata a uno scopo ben preciso. Era una sorta di reliquiario, doveva custodire tre oggetti sacri importantissimi: le Tavole della Testimonianza, il vaso della manna e il leggendario bastone di Aronne. Inoltre il coperchio della cassa fungeva anche da altare, perché Jahve vi sarebbe apparso ogni qualvolta avesse voluto comunicare con il suo popolo eletto. L’Arca fu collocata nella cosiddetta tenda del Convegno, una capanna di pastori nomadi cui potevano accedere soltanto Mosè e suo fratello Aronne, i due sacerdoti della comunità.

Ogni qualvolta Jahve fosse sceso dal cielo fin sull’Arca, una densa nuvola avrebbe avvolto la tenda del Convegno, nascondendola agli sguardi indiscreti. Per un motivo ben preciso: a nessuno era concesso di vedere il volto di Jahve, il Nascosto, colui che disse al suo patriarca: “Non puoi vedere il mio volto. Nessuno può rimanere in vita dopo aver visto il mio volto.”(Mosè 2, 33- 20)

Tutto si fermava in religioso silenzio. Bisognava attendere. Il dileguarsi della nuvola era il segnale dell’ascensione al cielo di Jahve. A quel punto gli Israeliti potevano smantellare l’accampamento e rimettersi in moto. Già questa funzione di altare è abbastanza obsoleta di per sé, però si potrebbe spiegare con il desiderio di creare intorno all’oggetto un’aura di profonda sacralità. Mentre la terza funzione dell’Arca pone agli esegeti grandi problemi.

L’Arca dell’Alleanza come arma mortale

Perché lo scrigno non era solo reliquiario e altare ma anche un’arma temibile da combattimento. Non per nulla fu portata a spalla sul campo di battaglia. E in questa sua funzione lo scrigno non causò soltanto la morte dei nemici, ma anche quella degli Israeliti. Il palladio cominciò a mietere vittime nel popolo eletto. I primi a farne le spese furono Abihu e Nadab, figli di Aronne. I due giovani ebbero l’infelice idea di ignorare il divieto di accesso alla tenda del Convegno e di penetrarvi all’insaputa del padre. Immediatamente l’Arca sprigionò una fiamma di morte che li avvolse e li consumò.

Ancor più incomprensibile risulta la brutta fine che fece il buon israelita Usai. Questi, nel tentativo di salvare l’Arca da una caduta dal carro mentre lo scrigno veniva trasportato da un luogo all’altro, l’afferrò con le mani e morì sul colpo annientato dal fuoco divoratore. Si ha davvero l’impressione che qualcosa nella fabbricazione dello scrigno sia sfuggita di mano ai bravi devoti di Jahve e che i poveretti abbiano costruito un ordigno mortale senza nemmeno accorgersene. Come mai? Una perversa vena di sadismo da parte dell’Altissimo?

Gli Israeliti trasportano l'Arca dell'Alleanza sul campo di battaglia a Gerico. Dominio pubblico.

Gli Israeliti trasportano l’Arca dell’Alleanza sul campo di battaglia a Gerico. Dominio pubblico.

Ovviamente le vittime predestinate erano i Filistei. Questi riuscirono a sottrarre lo scrigno e a trasportarlo nella città di Asdod. Ma se pensavano di aver fatto un affare, ben presto dovettero ricredersi: un’epidemia misteriosa si abbatté sulla città. Affetti da una sorta di contaminazione che li riempiva di orribili bubboni, gli abitanti di Asdod cominciarono a perire come mosche. I Filistei si videro costretti a rispedire l’Arca al nemico. La caricarono su di un carro trainato dai buoi e la abbandonarono in aperta campagna. Il popolo eletto corse a recuperare lo scrigno. Una folla intera si precipitò ad accogliere l’Arca. Ma ancora una volta lo scrigno sprigionò la fiamma letale, uccidendo più di 50.000 persone (Samuele 6, 18-19) .

Insomma, l’Arca dell’Alleanza è il cruccio degli esegeti e l’incubo di ogni storico. Naturalmente per queste sue proprietà eccezionali viene confinata nel regno del mito. Però non dobbiamo trascurare il possibile nucleo di verità che sempre cova nel cuore della leggenda. Forse gli Israeliti vennero in possesso di un oggetto simile anche se questo, probabilmente, era un semplice reliquiario. Però i misteri non finiscono qui. Nel Pentateuco l’Arca dell’Alleanza sparisce d’improvviso. Non se ne parla più. Riappare più tardi, nei libri di Samuele. Gli autori scrivono che, ai tempi di re David, la reliquia fu portata nella località Kirjath- Jearim, a casa del pio israelita Abinadab.

Molto più tardi re Salomone, il figlio di David, costruì un tempio di pietra per custodire l’Arca, il primo tempio di pietra di Gerusalemme. Lo fece perché lo scrigno “voleva stare nel buio”, dicono gli autori del Vecchio Testamento. Una volta edificato il tempio e nel corso di una grande cerimonia, l’Arca fu deposta nel santissimo. Dopodiché gli scrittori della Bibbia non ne fanno più parola. È probabile che lo scrigno sia rimasto per un certo periodo nel buio del tempio gerosolimitano. Fino all’anno 650 a.C., quando – narra il secondo Libro dei Maccabei – il profeta Geremia, figlio del sacerdote Hilkia, prelevò l’Arca dell’Alleanza dal tempio per metterla in salvo dall’imminente saccheggio dei Babilonesi.

Dov’è finita l’Arca che voleva stare nel buio?

La nascose in una grotta del monte Nebo, situato a circa cinquanta chilometri da Gerusalemme. Il nascondiglio fu scelto con tale acribia, che si finì per smarrire l’ubicazione della grotta e l’Arca non fu mai più ritrovata. Alla conquista babilonese di Gerusalemme Geremia fu fatto prigioniero e condotto in Egitto, dove sarebbe morto lapidato dal suo stesso popolo. Di conseguenza nel 70 d. C., quando il tempio fu distrutto dai soldati romani, l’Arca non si trovava più in città. Ormai da secoli dormiva nella caverna del monte Nebo. Questo spiega perché l’Arca dell’Alleanza non fu raffigurata accanto agli altri oggetti sacri israeliti trafugati dal tempio sul bellissimo bassorilievo dell’Arco di Tito che illustra il trionfo dopo la presa di Gerusalemme.

Di seguito a quest’analisi, alcuni particolari colpiscono particolarmente l’attenzione del lettore della Bibbia. Innanzitutto l’immagine di Jahve il Nascosto che ricorda subito il dio egizio Amun, quello dal volto sconosciuto. E poi le caratteristiche materiali dell’Arca che assomiglia in tutto e per tutto a uno scrigno egizio. Le figure dorate che gli autori del Vecchio Testamento chiamano cherubini e l’iconografia moderna ha trasformato in angeli, possono essere stati originariamente delle sfingi oppure delle rappresentazioni di dee egizie che, non di rado, venivano raffigurate proprio ad ali spiegate. Per non parlare poi del fatto che gli antichi Egizi erano soliti portare degli scrigni dorati di questo tipo in processione, a spalla. Dentro erano custoditi i simulacri dei loro dèi, oppure delle reliquie care alla religione egizia.

Una bizzarra tradizione vuole l’Arca dell’Alleanza ad Aksum. Secondo il libro degli Etiopi Kebra Nagast (XIII secolo), la leggendaria regina di Saba – in questi scritti è chiamata Makeda – si recò a Gerusalemme per conoscere di persona re Salomone. Da quel viaggio nacque una relazione amorosa fra i due sovrani e, al suo ritorno in patria, la regina diede alla luce un figlio, Menelik. Raggiunta l’età adulta, Menelik fece visita al padre accompagnato dall’amico Azario. E sarebbe stato proprio Azario, narra il Kebra Nagast, a rubare nascostamente l’Arca per portarla con sé in Etiopia.

L'Arca dell'Alleanza viene portata nel tempio.

L’Arca dell’Alleanza viene portata nel tempio. Très Riches Heures du Duc de Berry, Miniatura del 1412–16 dei fratelli von Limburg e Jean Colombe. Dominio pubblico.

Dobbiamo però pensare che il Kebra Nagast è uno scritto di epoca medievale, ben lontano dagli avvenimenti descritti nella Bibbia. Inoltre in Etiopia esistono numerose arche custodite in numerosi santuari, e tutte sono dette tabot. Questo vocabolo assomiglia in modo impressionante al temine egizio teba, il cui significato è semplicemente: strumento sacro (vedi: Dizionario Egizio di Rainer Hannig, pag. 1414). Per gli Egizi il teba era uno scrigno rituale che conteneva l’immagine di un dio e si portava in processione. Ogni scrigno sacro con queste caratteristiche poteva essere definito teba. E se anche in Etiopia tutte queste arche sacre sono definite con uno stesso nome, perché l’una dovrebbe differenziarsi dall’altra? Al di là di questo, è impossibile esaminare i tabot etiopi che vengono custoditi in luoghi sacri impenetrabili, sotto la continua vigilanza di sacerdoti. Non sono accessibili. Anzi, non si possono nemmeno vedere.

Di recente gli Etiopi hanno annunciato di voler esibire pubblicamente il teba più importante, quello di Aksum, dopo secoli di segretezza. La notizia è apparsa su diversi giornali e sembrava di essere finalmente vicini alla soluzione di un enigma del passato. Invece, all’ultimo momento, tutto è svanito in una bolla di sapone. Una smentita. Non c’è da stupirsi. Il teba di Aksum non verrà mai mostrato in pubblico per un ovvio motivo: dietro la tenda si nasconde un semplice scrigno come tanti altri e non certo l’Arca dell’Alleanza.

Perché, come ho già detto, ci sono documenti molto più antichi del Kebra Nagast che forniscono un indizio chiaro sull’ultimo luogo di custodia dell’Arca: il monte Nebo, presso Gerusalemme. La narrazione erotica di Salomone e della regina di Saba, la vicenda incredibile dell’amico di Menelik che avrebbe trafugato in tutta tranquillità la reliquia più importante del tempio, non convince e resta una bella favola. L’ultima traccia verosimile è data invece da queste parole:

“Quando gli Israeliti giunsero al monte dove era stato seppellito Mosè, Geremia trovò una grotta e lì dentro nascose la tenda, l’Arca e l’altare delle offerte, e chiuse l’apertura di accesso alla grotta.” ( 2, Maccabei- 2)

Così, con il pesante macigno che i devoti spinsero sino a chiudere l’entrata di quella grotta sconosciuta del monte Nebo, l’oscurità inghiotte per sempre l’Arca dell’Alleanza. Fino ai giorni nostri.

Per approfondire il tema, rimando alla lettura del mio saggio “L’Eresia templare” edito da Venexia Edizioni, 2008.