Poeta per passione, frate per vocazione

 

 

San Francesco d’Assisi. Tutti conoscono il frate gentile che parlava con gli uccelli, ammansiva gli animali feroci e viveva come un povero di Cristo. Pochi sanno invece che Francesco in gioventù era stato trovatore. Nel suo misticismo profondo si nascondeva il pensiero poco ortodosso del sufismo. Francesco aveva l’anima di un sufi e, in quanto tale, fu un ribelle agli occhi della Chiesa. Ma la sua attitudine pacifista lo salvò da possibili persecuzioni delle autorità ecclesiastiche che preferirono fare di lui… un santo.

Proprio così. Ed è strano pensare che oggi questo personaggio, indubbiamente affascinante e per tanti aspetti anti-clericale, sia considerato uno dei santi più insigni della Cristianità. Miracoli della Chiesa Cattolica. Ma scopriamo, allora, questa seconda faccia di Francesco. Quella più autentica, imbarazzante e taciuta.

Francesco (1182 – 1226)  nacque ad Assisi. Suo padre, il ricco mercante di stoffe Giovanni di Pietro Bernardone, si recava spesso nella Francia meridionale per affari e la madre di Francesco, madonna Giovanna Pica, era originaria della Provenza. Proprio per questo motivo Bernardone diede al figlio il nome di Francesco, un nome obsoleto nell’Assisi dell’epoca. Nonostante la madre avesse fatto battezzare il bambino con il nome di Giovanni, in onore di Giovanni il Battista: una timida eco dell’eresia giovannita tanto diffusa nel Midi? Forse. Il Mezzogiorno francese era la culla dell’eresia e dei trovatori. Era la Francia acculturata e sempre pronta a ricevere nuovi impulsi dall’esterno, il bastione dei Catari, la croce e delizia dei Cagoti, antichi maestri costruttori dell’Ordine del Tempio.

Veduta di Assisi.

Veduta di Assisi, la città di san Francesco. Un santo particolare, a mezza via fra il frate e il trovatore.

Dalla madre provenzale, Francesco ereditò la passione per la lingua occitana. Egli fu nella sua giovinezza il capo dei trovatori d’Assisi, il giovane parlava e recitava versi in provenzale. E possiamo immaginare che sicuramente il legato materno non si fermò alle preferenze letterarie, ma abbracciò anche il pensiero libero e poco convenzionale del Midi. Il giovane Francesco di certo si dilettò di musica, poesia e fugaci amori, insieme con il suo gruppo di amici di Assisi. Compose dei versi nella lingua di moda degli ambienti colti, quella che veniva insegnata all’Università.

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San Francesco parla agli uccelli. Giotto di Bondone. Straordinariamente umano, ribelle nel suo distanziarsi dal fasto e dal modus vivendi ecclesiastico, Franceso fa pensare alla semplicità della filosofia sufi. 

Poi ci fu uno iato. La biografia del santo racconta che Francesco, appena ventitreenne, annunciò pubblicamente di voler seguire la vocazione di frate, voltando le spalle all’eredità cospicua di casa sua. Una vera sensazione. I personaggi più in vista di Assisi si riunirono sbalorditi e incuriositi (forse anche divertiti) nel palazzo vescovile. Si voleva vedere per bene in faccia quel giovane che aveva avuto la fortuna di nascere in una famiglia benestante e nonostante ciò aveva commesso la scelleratezza di rubare delle stoffe dal negozio del padre.

Francesco, però, non si sentiva un ladro. Aveva preso le stoffe senza il permesso del genitore, è vero, ma per uno scopo nobile: le aveva vendute per pagare il restauro della vecchia, malandata chiesa di San Damiano. E tuttavia veniva messo a giudizio. Nel palazzo del vescovo, sotto lo sguardo duro del prelato e circondato da una folla di curiosi, Francesco dichiarò la sua indipendenza. Con un gesto spontaneo quanto inatteso, il giovane si spogliò degli abiti lussuosi che portava addosso e del denaro che aveva nelle tasche e pose tutto ai piedi di suo padre, rimanendo completamente nudo nel bel mezzo della sala. Dopodiché proclamò l’intenzione di trascorrere la sua vita, da quel momento in poi, nella povertà più assoluta e in preghiera. Voleva vivere secondo i Vangeli.

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San Francesco riceve le stigmate. Lucas Cranach il Vecchio, 1502.

Forse un primo impulso alla conversione di Francesco si era manifestato in sordina già molti anni addietro, in occasione della guerra fra Assisi e Perugia (1154), quando Francesco prese parte ai combattimenti e cadde prigioniero dei Perugini. Forse fu la malattia che, insieme con il riscatto pagato dal padre, gli permise di ritornare a casa, a farlo meditare sull’insensatezza della vita mondana, a fargli cercare uno scopo superiore di vita. In ogni caso, nel palazzo vescovile di Assisi era nato colui che si definiva il giullare di Dio. E con lui nasceva un nuovo movimento religioso che si opponeva al fasto e alla corruzione imperanti nella Chiesa. Quello dei Francescani. Non era ancora un ordine, ma lo sarebbe diventato.

Il movimento di Francesco poteva essere pericoloso, nel clima inquieto di quegli anni oscurati dalle sette eretiche. Sicuramente agli inizi della carriera monacale di Francesco molti pensarono che il giovane intendesse seguire la dottrina eretica dei Valdesi. In effetti il suo comportamento presentava paralleli intriganti con l’atteggiamento del ricco commerciante Valdus di Lione. Anche questo trentenne, soltanto pochi anni prima della nascita di Francesco, aveva abbandonato la famiglia e i suoi beni per praticare una vita in povertà e predicare i Vangeli.

Intorno a Valdus non tardò a formarsi un grande gruppo di seguaci. E la cosa prese una brutta piega. La Chiesa si vide costretta a intervenire, nel 1184 Valdus e i suoi Valdesi furono tacciati di eresia dal sinodo di Verona. Molti finirono sul rogo, altri fuggirono in Italia. E poi c’erano gli gnostici Catari, che si moltiplicavano a vista d’occhio soprattutto nel Midi e ormai avevano infiltrato tutte le classi sociali.

San Francesco d’Assisi: un sufi d’Occidente?

In un periodo in cui Catari e Valdesi minacciavano la continuità della Chiesa, le prediche del poverello, che riunivano folle di fedeli, apparivano sospette agli occhi delle autorità ecclesiastiche. Francesco, però, dimostrò di essere un caso a parte. Nonostante i paralleli con l’ideologia di Valdus, il fraticello di Assisi seguiva una linea differente. Al contrario di Valdus, Francesco non cercava il confronto aperto con la Chiesa. Rifuggiva i conflitti. Non seminava odio o rancore. Le sue prediche si svolgevano in tranquillità, pacate, benigne, senza causare insurrezioni. Francesco era sempre cordiale e allegro. Per questo gli ecclesiastici si decisero per una forma di prudente accettazione. Se la popolarità di Francesco divenne così grande che sarebbe stato difficile eliminarlo senza problemi, si preferiva tollerarlo, chiudere un occhio, e tenerlo semplicemente sotto controllo.

Tommaso da Celano ci ha tramandato un ritratto vivace del poverello di Assisi, uno schizzo che ci avvicina di qualche passo a lui:

“Facondissimo nel parlare, ilare d’aspetto, benigno di viso, di statura mediocre, piccoletto anzichenò; testa non grande e rotonda; faccia alquanto lunga e protesa; fronte piana e piccola; occhi di giusta misura, neri e semplici; capelli foschi; orecchie dritte, ma piccole; tempie piane; lingua spedita, di fuoco e acuta; voce veemente, dolce, chiara e sonora(…) Umile fra gli umili, a tutti dimostrava una mansuetudine immensa, e sapeva accordarsi all’amore di ciascuno. Il più santo fra i santi, che fra i peccatori sembrava uno di loro.”( T. da Celano, Vita prima)

Questo ritratto ricorda l’auto definizione di Francesco giullare di Dio. Sicuramente il monaco era un amante nel senso sufi del termine. Uno che amava la verità e l’anima umana pur con tutti i suoi difetti, uno che percepiva con gioia il respiro del mondo circostante. Francesco cercava di raggiungere la Conoscenza nella natura, cercava il contatto con gli elementi e con gli animali, anzi, addirittura parlava con loro. Del resto la natura fu il suo rifugio ultimo. Alla fine della sua vita, trascorse 40 giorni in eremitaggio in una grotta del monte Verna.

Francesco. Un personaggio amabile e misterioso nella sua disarmante semplicità. A ragione, Dante Alighieri lo collocò nel Paradiso, tra le dodici figure più brillanti, tra i mistici e i teologi. Gli aneddoti sulla vita di Francesco mettono in luce molte affinità tra il comportamento del monaco e il pensiero sufi, e suggeriscono la possibilità che il poverello fosse un tacito ammiratore del sufismo.

E non è da escludersi che Francesco abbia voluto apprendere di più su questa filosofia orientale recandosi sul posto, cercando un dialogo diretto con i maestri sufi, poiché tentò diverse volte di recarsi in Medio Oriente. A trent’anni, Francesco progettò un viaggio in Siria che purtroppo non ebbe luogo a causa di problemi finanziari. Dopodiché Francesco attraversò tutta la Spagna – all’epoca un’impresa difficile e anche pericolosa per un monaco senza arte né parte – per raggiungere il Marocco. Nel bel mezzo del viaggio purtroppo si ammalò e dovette tornare in Italia.

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San Francesco d’Assisi riceve le stigmate. El Greco, 1585. Diverse interpretazioni di Francesco di artisti diversi. Ma qual era la vera anima del santo? Quella di un trovatore di Dio oppure di un umile frate?

Soltanto nell’anno 1219  riuscì a raggiungere la città di Damietta, in Egitto. In quel periodo infuriavano le crociate in Terrasanta, Damietta si trovava in stato d’assedio. Dall’altra parte del fiume s’era accampato il sultano egizio Malik-el-Kamil. Dunque Francesco si recò dal sultano insieme con il suo accompagnatore, frate Illuminato. I due frati furono fatti prigionieri e condotti dinanzi a Malik-el-Kamil. Non sappiamo esattamente che accadde, ma secondo la cronaca cristiana il principe mussulmano sembra essersi mostrato tollerante e aver permesso ai due fraticelli di aggirarsi liberamente nei suoi territori e, addirittura, di predicare ai propri soldati.

A questo punto il cronista da Celano sostiene che Francesco volesse convertire il sultano al cattolicesimo. In verità questa  spedizione in Egitto sembra aver seguito altri tutt’altro scopo. Le prediche si presentano più come un effetto collaterale della presenza di Francesco in Medio Oriente, che come mèta principe del santo. In ogni caso sappiamo che Francesco rimase oltremodo sconcertato e inorridito dal massacro che avevano commesso i crociati a Damietta. Abbandonò il campo cristiano e girovagò nei luoghi sacri di Palestina in cerca di raccoglimento, di pace.

Paralleli tra Francescani e Dervisci

Tra il 1224 e il 1226, Francesco scrisse un piccolo capolavoro: Il cantico delle creature. Il poverello sembrava cercare riparo dall’incubo ricorrente degli orrori della guerra, vissuti da vicino in Terrasanta, fra le braccia della natura. Il suo saluto andava al sole e alla luna, al mondo di bellezza e purezza che lo circondava. Eppure Il cantico delle creature trova una corrispondenza nella storia sufi: il maestro dei Dervisci Jalaluddin Rumi dedicò al sole molti componimenti poetici.

Idries Shah, autore che rese famoso il sufismo in Occidente, coglie ulteriori paralleli tra Francesco e i Dervisci: la tonaca con cappuccio e larghe maniche, il rifiuto della corona di spine come oggetto di penitenza, l’idea francescana della preghiera santa e infine il tipico saluto di Francesco “Pace a voi” che traduce un saluto arabo diffusissimo.

Il 14 settembre 1224, raccontano i biografi, mentre pregava sul monte Verna, Francesco scoprì di avere le stigmate. Dio lo aveva ascoltato e gli mandava un suo segnale. Ma le malattie lo perseguitavano, probabilmente accentuate dal rigido modus vivendi del poverello. E la morte lo colse nell’ottobre del 1226.

Con Francesco se ne andò un grande rivoluzionario pacifista, il sufi occidentale per eccellenza e uno dei personaggi più amati del Medioevo. La morte nascose ai suoi occhi le persecuzioni cui furono sottoposti i Francescani da parte della Chiesa Cattolica negli anni a venire. Le autorità guardavano con crescente sospetto questi fraticelli così diversi dagli altri e depositari di una singolare filosofia di vita.

La morte gli risparmiò la vista della corruzione che un giorno avrebbe finito per contaminare anche il suo amato ordine. Francesco spirò nella chiesetta della Porziuncola, nel mezzo delle febbrili visioni di santo. Se davvero il Paradiso esiste, la sua anima lo raggiunse subito. Leggera come una piuma d’uccello e splendente come fratello Sole.