Attentati a vuoto, una morte misteriosa e testimonianze intriganti

 

 

Adolf  Hitler è forse morto in Argentina? Come sostengono da tempo alcuni ricercatori e numerosi testimoni? Il 20 luglio 1944 ebbe luogo l’attentato più famoso alla vita del Führer. Era solo uno dei tanti. Si pensa che Hitler sia sopravvissuto almeno ad una quarantina di attentati. Anzi, l’autore Will Berthold ne ha contati ben 42. Ma quello del 20 luglio 1944 ha impressionato maggiormente la memoria storica.

Era stato il colonnello Claus Schenk conte di Stauffenberg (von Stauffenberg) a organizzare l’azione insieme con il capitano Ulrich-Wilhelm Schwerin von Schwanenfeld, il generale Erich Hoepner, il presidente della polizia Fritz-Dietlof von der Schulenburg, il consigliere governativo Peter Yorck von Wartenburg, Eugen Gerstenmaier e l’ufficiale di marina Berthold Schenk von Stauffenberg, fratello di Claus.

Francobollo in memoria dell'attentato del 20 luglio 1944 che ritrae Claus Schenk conte di Stauffenberg

Francobollo in memoria dell’attentato del 20 luglio 1944 che ritrae Claus Schenk conte di Stauffenberg

 

Von Stauffenberg era fermamente deciso ad attuare il piano personalmente. Alle 11,30 del giorno fatidico, il colonnello giunse al quartier generale di Hitler chiamato “Wolfsschanze” che si trovava presso Rastenburg, nella Prussia orientale. Alle 12,15 von Stauffenberg si appartava in una camera e innescava la bomba. Alle 12,35 il colonnello entrava nella baracca in cui erano riuniti Hitler e gli ufficiali intenti a discutere problemi di strategia militare. Piazzava la borsa con l’ordigno vicino ad una zampa del tavolo e abbandonava la stanza. Alle 12,42 la bomba esplodeva.

 Nell’attimo della detonazione, tutte le finestre della baracca erano aperte a causa della calura estiva. Gli attentatori non avevano potuto prevedere che Hitler e gli ufficiali si sarebbero riuniti in una baracca anziché nel consueto bunker, né avevano fatto i conti con il fattore delle finestre aperte che di certo diminuì l’effetto dell’esplosione, e nemmeno avevano potuto prevedere il contrattempo che costrinse von Stauffenberg a far detonare solo una carica di esplosivo anziché due, come stabilito.

Nonostante quattro uomini fossero mortalmente feriti e altri nove riportassero ferite gravi, Adolf Hitler se la cavò con qualche graffio. Gli attentatori e i loro complici furono tutti condannati a morte, le loro famiglie gettate in carcere. Questo fu l’ultimo attentato al Führer. Quasi un anno dopo, il 30 aprile 1945, Hitler sarebbe morto davvero in un bunker della Reichskanzlei di Berlino, a quattordici metri di profondità. Suicidato. O forse no? Secondo la versione ufficiale di chi, per primo, aveva visto le salme, Hitler si uccise con uno sparo alla tempia destra insieme a colei che per anni era stata la sua amante ed era divenuta, soltanto poche ore prima, sua moglie: Eva Braun. La donna si era avvelenata.

Fotografia storica della baracca nella Wolfsschanze, quartier generale di Hitler, distrutta dall'esplosione del 20 luglio 1944 „Bundesarchiv Bild 146-1972-025-12, Zerstörte Lagerbaracke nach dem 20. Juli 1944“ von Unbekannt - Dieses Bild wurde im Rahmen einer Kooperation zwischen dem Bundesarchiv und Wikimedia Deutschland aus dem Bundesarchiv für Wikimedia Commons zur Verfügung gestellt. Das Bundesarchiv gewährleistet eine authentische Bildüberlieferung nur durch die Originale (Negative und/oder Positive), bzw. die Digitalisate der Originale im Rahmen des Digitalen Bildarchivs.. Lizenziert unter Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0-de über Wikimedia Commons - http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Bundesarchiv_Bild_146-1972-025-12,_Zerst%C3%B6rte_Lagerbaracke_nach_dem_20._Juli_1944.jpg#mediaviewer/Datei:Bundesarchiv_Bild_146-1972-025-12,_Zerst%C3%B6rte_Lagerbaracke_nach_dem_20._Juli_1944.jpg

Fotografia storica della baracca nella Wolfsschanze, quartier generale di Hitler, distrutta dall’esplosione del 20 luglio 1944 „Bundesarchiv Bild 146-1972-025-12, Zerstörte Lagerbaracke nach dem 20. Juli 1944“ von Unbekannt – Dieses Bild wurde im Rahmen einer Kooperation zwischen dem Bundesarchiv und Wikimedia Deutschland aus dem Bundesarchiv für Wikimedia Commons zur Verfügung gestellt. Das Bundesarchiv gewährleistet eine authentische Bildüberlieferung nur durch die Originale (Negative und/oder Positive), bzw. die Digitalisate der Originale im Rahmen des Digitalen Bildarchivs.. CC BY-SA 3.0

Il problema è che i corpi di Hitler ed Eva Braun furono portati subito dopo l’accaduto nel giardino della Reichskanzlei, dove i militari seguaci del Führer li cosparsero di benzina e gli dettero fuoco affinché non cadessero nelle mani del nemico. Questa era stata la volontà di Hitler. Quando le salme, dopo aver bruciato per delle ore, erano completamente carbonizzate, i resti vennero seppelliti in una fossa scavata nel terriccio del giardino.

 L’azione fece sì che i soldati russi, una volta penetrati nel bunker, non trovassero più i corpi di Hitler ed Eva Braun. Era come se la coppia si fosse dissolta nel nulla. Questo fatto però diede adito a diverse speculazioni, tanto più che non esisteva nemmeno una foto d’epoca che mostrasse i due cadaveri prima dell’incenerimento. Erano morti veramente oppure si trattava di una messinscena e i due erano fuggiti in segreto?

 Soltanto nel 2000 saltò fuori un elemento nuovo. Il Ministero degli Esteri russo annunciò di essere in possesso dei resti di Hitler ed esibì la fotografia della mandibola del Führer, di un frammento del suo cranio forato da un proiettile e di alcuni brandelli del divano insanguinato sul quale il dittatore sarebbe morto insieme ad Eva.

Le analisi dei resti di Hitler

 Incuriositosi, l’antropologo Nicholas Bellantoni ricevette dal Ministero degli Esteri russo il permesso di analizzare questi resti di persona. Lo fece nell’ottobre 2009, in collaborazione con diversi esperti di genetica dell’Università del Connecticut, e poi rese pubblico il risultato della sua ricerca: il cranio esaminato era quello di una donna tra i venti e i quaranta anni di età. Un risultato più che imbarazzante.

Notizia della morte di Hitler nel bunker di Berlino

Notizia della morte di Hitler nel bunker di Berlino

A questa sorpresa ne seguì subito un’altra. La ferita di arma da fuoco si trovava sulla parte posteriore del cranio e non sulla tempia destra, come dissero i testimoni del bunker. Ergo: il cranio non apparteneva per nulla a Hitler e la vittima era stata uccisa, non si era suicidata. Allora? O i russi avevano preso un granchio, oppure avevano simulato di essere in possesso dei resti del Führer per mettere la parola fine alla domanda ricorrente: Hitler era riuscito a fuggire?

A questo punto le voci sulla fuga del dittatore in Sudamerica si sono fatte risentire, i vecchi testimoni che dicevano di averlo visto in Argentina e Paraguay tornarono a far parlare di sé e pure gli autori come il giornalista Abel Basti e lo storico Mariano Llano che hanno svolto lunghe, approfondite ricerche in loco e sono certi che il Führer non possa essere morto nel bunker di Berlino.

Anche perché dobbiamo pensare che i testimoni presenti nel bunker berlinese quando il dittatore si sarebbe suicidato, non si trovavano accanto a lui nel momento della morte. Queste persone sentirono lo scoppio dello sparo da dietro una spessa porta chiusa, non videro Hitler nell’atto di uccidersi. Sembra inoltre che i testimoni si siano contraddetti quando descrissero ciò che avevano visto appena erano giunti sulla scena del presunto suicidio. Ci sono testimonianze discordanti riguardo le scarpe di Eva Braun e anche riguardo la posizione dei cadaveri nella stanza.

C’è poi un altro fatto importante che mi riferì a suo tempo il ricercatore Jan van Helsing: uno dei tre testimoni, Rochus Misch, affermò in sua presenza che fra il momento dello sparo e l’apertura della porta da cui si accedeva alla stanza del suicidio, intercorsero ben 30 minuti. Un arco di tempo molto lungo, che avrebbe permesso ai protagonisti di una morte inscenata di farsi sostituire dai cadaveri di due malcapitati e di fuggire in tutta tranquillità.

Avvistamenti in Sudamerica e memorie di una figlia adottiva

Tanto più che gli avvistamenti di Hitler ed Eva Braun in America del sud sono davvero molti (più di una ventina) e abbastanza intriganti. Hitler in Argentina? Il giornalista Abel Basti è sicuro che alcuni sommergibili abbiano raggiunto la costa della Patagonia argentina nel 1945 e che a bordo di uno di questi sottomarini ci sia stato il Führer. La deposizione di un certo Schabelmann, riportata da Basti, è davvero sconcertante. Questi scrisse al giornalista di aver preso parte alla fuga di Hitler e al suo arrivo in Patagonia. E non solo.

Hitler in Argentina? Veduta della località di San Carlo de Bariloche, Patagonia argentina.

Hitler in Argentina? Veduta della località di San Carlo de Bariloche, Patagonia argentina. „Bariloche 2006 01a“ von Campola – Eigenes Werk. CC BY-SA 3.0

Disse inoltre che i vertici del governo USA erano a conoscenza del fatto che Hitler volesse stabilirsi in Argentina e che l’informazione veniva tenuta rigorosamente top secret perché all’epoca aveva importanti implicazioni politiche ed economiche. Secondo le informazioni pazientemente raccolte da Basti, il Führer visse per alcuni anni in Argentina come Adolf Schutelmayor e poi si trasferì in Paraguay con il nome falso di Kurt Bruno Kirchner. È bene ricordare che entrambi i presidenti di queste nazioni, Juan Domingo Perón e Alfredo Stroessner, erano ammiratori di Hitler.

Accordi economici e militari li legavano da tempo alla Germania, non a caso molti gerarchi nazisti si rifugiarono proprio in questi Paesi alla fine della guerra. Basti ricordare nomi come Priebke, Eichmann, Mengele e le “ratlines”, rotte di viaggio dell’Organizzazione Odessa. L’autore Uki Goni, che ha svolto lunghe ricerche sui retroscena dell’Odessa, afferma che in particolare l’Argentina doveva essere nel dopoguerra un vero paradiso per i nazisti in fuga.

Se Perón non era egli stesso nazista, osserva Goni, è tuttavia certo che ammirava i nazisti e aveva cooperato con loro prima, durante e dopo la guerra. Intendeva salvarli dalla “giustizia dei vincitori” di cui era stato spettatore in seguito ai processi del Tribunale di Norimberga, perché questi processi – a suo parere ingiusti – avevano offeso il suo senso militare dell’onore.

Hitler in Argentina? Vecchia fotografia dell'Hotel Eden appartenente alla famiglia Eichhorn che sarebbe stato spesso frequentato da Hitler durante la sua permanenza in Argentina

Hitler in Argentina? Vecchia fotografia dell’Hotel Eden appartenente alla famiglia Eichhorn che sarebbe stato spesso frequentato da Hitler durante la sua permanenza in Argentina

Dunque, secondo le ricerche dell’argentino Abel Basti, Hitler ed Eva Braun vissero nei pressi della località San Carlos de Bariloche (in Patagonia) fino al 1955, vale a dire fino alla caduta di Perón. Poi Hitler si trasferì in Paraguay, dove trascorse gli ultimi anni di vita. La morte lo raggiunse nel 1971. Un’operazione delicata, questa che riguardava la fuga e la copertura della permanenza di Hitler in Argentina. Ebbe luogo con la complicità dei soliti servizi segreti occidentali. In cambio di una vita a piede libero per il dittatore, i servizi segreti americani ricevevano importanti segreti militari.

In Argentina Hitler ed Eva Braun godettero dell’appoggio dei benestanti Ida e Walter Eichhorn, accesi nazisti e finanziatori del Partito Nazionalsocialista sin dal 1933. Catalina Gomero, figlia adottiva degli Eichhorn, si prese cura di Hitler nel 1949 per ben tre giorni. Nella tenuta dei genitori, a La Falda, dove si trovava anche il loro albergo Hotel Eden. Molti anni dopo la donna avrebbe raccontato ad Abel Basti di questo incredibile incontro.