I seguaci del Falco giunti da lontano

 

 

I primi re egizi. Re e non regine. Un dogma dell’archeologia. E tuttavia mi chiedo: prima che i re delle origini, coloro che si dicevano i “compagni di Horus”, governassero sull’Egitto e come appare ancora oggi in diversi aspetti che caratterizzano le culture africane, la donna aveva forse un ruolo di primo piano? il pantheon egizio era forse dominato da una dea? Domande imbarazzanti, indesiderate, che subito fanno scuotere il capo agli esponenti più celebri dell’Egittologia internazionale.

Eppure degli indizi che suggeriscono la presenza di una divinità femminile di primo piano nel Predinastico egizio ci sono. Troppo poco si è parlato, in ambiente egittologico, della rivoluzionaria scoperta fatta dall’archeologa francese Christiane Desroches Noblecourt. Un ritrovamento  che ha contribuito a tracciare una nuova via di ricerca. Alcuni anni fa, nella Valle delle Regine, la studiosa s’imbatté in una grotta sacra. Dopo attenta analisi, Noblecourt disse che si trattava di un luogo di culto preistorico dedicato alla dea Hathor- Sothis. Nella caverna furono scoperti, tra le altre cose, dei disegni murali che rappresentavano una vacca cosmica cui si accompagnava il triangolo tipico del femminino sacro.

vaso predinastico

Vaso predinastico con immagine di barca e, sulla sinistra, immagine di una divinità femminile con le braccia alzate. Foto di Sabina Marineo. Museo di Stato dell’Arte Egizia, Monaco

Il nome originario della divinità simbolizzata dalla vacca e venerata in epoca predinastica – quella che più tardi sarebbe divenuta Hathor – non era soltanto Ahet, ma anche Bat o Beth, talvolta Nek- beth. Quest’ultimo appellativo definiva presso i nubiani la dea Neith, e lo studioso Schlichting afferma con sicurezza che il culto dell’egizia Neith risale al periodo preistorico e protodinastico.

La sua teoria è confermata dal ritrovamento di un vaso in una tomba di Naqada scavata tra il 4300 e il 4000 a.C. Su questo reperto è raffigurata la corona tipica della dea Neith. Ciò significa che si venerava Neith ben mille anni prima dell’inizio dell’epoca dinastica. L’egittologo Walter Emery lo conferma.

Alla luce di tali ritrovamenti, si cristallizza una nuova immagine dell’Egitto predinastico, un’immagine sconosciuta ai più, eppure sempre più probabile. Si tratta di un mondo preistorico che si è sviluppato ed è fiorito, almeno in parte, sotto il segno del femminino sacro.

Seth di Ombos e Neith di Sais

Alla divinità Seth che dominava incontrastata gli albori della storia egizia nell’Alto Egitto, si contrapponeva la battagliera Neith signora di Sais, di casa nella zona del Delta. Il suo simbolo era un arco con due frecce incrociate. Già molto tempo prima dell’unione delle Due Terre, era venerato un feticcio di Neith. Il tempio più antico che si conosca, eretto durante il regno del sovrano Hor Aha, era dedicato a lei. Emery rileva che molto probabilmente i re delle primissime dinastie giunti dal sud – i sovrani thiniti – si unirono in matrimonio con principesse del nord proprio allo scopo di legittimare il loro dominio su entrambe le terre, Alto e Basso Egitto.

Palette Gerzeh

Paletta predinastica di Gerzeh che rappresenta la vacca cosmica, divinità femminile. Disegno di Sabina Marineo.

Inoltre va ricordato che tra i re predinastici appaiono diversi nomi femminili, e sono tutte sovrane il cui nome conteneva quello della dea Neith: Merit-Neith, Hotep-Neith, Hor-Neith. Fu forse lei la prima grande signora dell’Egitto? Quella la cui immagine nel corso dei secoli si sarebbe trasformata e poi smembrata in quella di Hathor, Iside e tutte le sorelle? In una sorta di sincretismo volto a perpetrare il ricordo della dea madre?

A ciò si aggiunge l’enigma delle sepolture reali situate nelle necropoli badariane. Si è rilevato che diverse tombe d’imponenti dimensioni appartengono a personaggi di sesso femminile. All’interno di molte sepolture sono state rinvenute statuette femminili di carattere sacro. Tutto ciò porta a supporre che queste popolazioni predinastiche abbiano venerato una dea della fertilità. Grazie al paziente lavoro di studiosi del calibro di Marija Gimbutas e Harald Haarmann, negli ultimi decenni si va cristallizzando la cultura della Vecchia Europa, la civiltà danubiana che si estendeva dai Balcani al Volga sin dal VII millennio prima di Cristo: tremila anni prima che avesse inizio la storia dell’Egitto e di Sumer.

In base ai ritrovamenti fatti finora, la cultura della Vecchia Europa poggiava su una struttura di stampo ecumenico e matrifocale, vale a dire, in cui la donna rivestiva un ruolo particolarmente importante. Non si trattava di un matriarcato, uomo e donna avevano ruoli complementari in seno alla società. Queste comunità vivevano in modo socialmente egalitario, senza che ci fosse una classe dominante. Tutti i membri della comunità avevano accesso alle risorse naturali, si praticavano l’agricoltura e il commercio, non ci sono tracce di episodi violenti come guerre o distruzioni operate dalla mano dell’uomo. Le genti della Vecchia Europa abitavano città molto popolose, in case spaziose. Si riunivano in edifici sacri, vestivano in modo raffinato e…probabilmente possedevano anche un sistema di scrittura. Più di duemila anni prima degli Egizi e dei Sumeri.

Stele Horus Djet/Wadji

Stele di re Horus Serpente (Djet /Wadji), uno dei primi re egizi, Il falco Horus sulla facciata di palazzo (serech) con il serpente simbolo di Djet.Museo del Louvre. Disegno di Sabina Marineo.

È possibile che pure in Egitto, prima dell’epoca dinastica, ci fossero comunità ecumeniche matrifocali di questo tipo, e che le regine del Delta fossero le ultime depositarie di tale passato nascosto? Pare proprio di sì. Così come la Vecchia Europa fu spazzata via dall’avvento di popoli di pastori protoindoeuropei giunti dalle steppe del Volga, così l’Egitto preistorico fu rivoluzionato dall’arrivo dei Compagni di Horus. E chi erano questi Shemsu – Hor?

Già le prime steli dei re egizi, quelle lapidi erette dinanzi alle tombe delle necropoli più antiche che riportavano i nomi esotici di re Scorpione, re Serpente e re Toro, sono dominate dall’immagine del falcone Horus. Sotto l’animale appare la sagoma stilizzata della facciata di palazzo, detta serech, nella quale è inciso il nome del sovrano. Quest’usanza continuò sino alla fine della III dinastia. Ancora non esisteva la pratica di inscrivere il nome del faraone nel cartiglio – anello di forma ovale – che cominciò a prendere piede soltanto in un secondo tempo.

Altri sovrani scelsero come divinità Seth il rosso, dio del deserto e del caos. Non abbiamo ritratti di questi re. Ma statuette che rappresentano individui barbuti avvolti in un lungo mantello e spesso portano un alto copricapo conico, ci vengono incontro nel nebuloso periodo naqadiano. Quando ancora non si può parlare di re, quando ancora non sono apparse le prime tombe di maggiori dimensioni, suddivise in più camere, per non parlare poi dei complessi funerari imponenti situati nell’Alto Egitto e circondati da centinaia di tombe con vittime sacrificali. Questi barbuti dal nome sconosciuto ci fissano con occhi tondi.

La barba fluente, però, non è mai stato e non fu nemmeno più tardi un elemento tipico africano. Gli stessi faraoni porteranno soltanto una barba rituale, posticcia. E ci si chiede perché. Volevano forse ricordare una tradizione più antica? Proveniente da un’altra cultura in cui gli uomini maturi amavano  mostrarsi barbuti per evidenziare la loro mascolinità nei confronti delle donne? Come, per esempio, si usava fare presso molte popolazioni asiatiche o mediorientali?

Gli occhi tondi di questi enigmatici barbuti ricordano quelli di certe statue sumere dalle iridi azzurre che provocano domande inquietanti: si volevano mettere in risalto occhi chiari e barbe fluenti come tipici elementi non africani? Questi primi signori volevano forse evidenziare le loro origini straniere? Così come fecero i principi sumeri? Come fece Sargon, quando si vantò di regnare sul popolo dalle teste nere? E subito saltano all’occhio le statue del Regno Antico al Museo Egizio del Cairo, quelle che riproducono le fattezze della classe dominante. Persone dalla pelle chiara e spesso con occhi azzurri, grigi, di un verde splendente che ricorda lo sguardo di un gatto.

I primi re, quelli che portarono a termine un duro processo di unificazione delle Due Terre, che instaurarono una struttura sociale nuova patriarcale e divennero i sacerdoti esclusivi di un culto incentrato sul sole, quelli che iniziarono a costruire monumenti importanti e tombe maestose, che si circondarono di vittime sacrificali e si fecero rappresentare quasi sempre in posa bellica con la mazza nel pugno nell’atto di massacrare il nemico vinto, ci tenevano a sottolineare di non appartenere alla popolazione autoctona. Perché? Da dove venivano? Qual era il loro segreto?

Per capire chi fossero questi signori della guerra, dobbiamo volgerci ai miti. E le leggende delle origini ci conducono al tempio di Edfu, nell’Alto Egitto, dove nacque Horus.

 

Per approfondire il tema dell’Egitto predinastico e protodinastico, rimando al mio saggio „Prima di Cheope“ edito da Nexus Edizioni, 2013.

 

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