La città sacra di Per-Sopdu

Forse è proprio questo luogo arcaico a far luce sul segreto dell’Arca dell’Alleanza. Quella che Mosè portò via nella sua fuga dalla terra dei faraoni. Perché questa reliquia possiede tutte le caratteristiche proprie di un prodotto della tecnologia egizia. Per-Sopdu, la città perduta. Un tempo lì si trovavano dei templi. In uno di essi, nel santissimo, c’era un naos, una cella sacra di granito nero. Oggi il reperto è esposto nel Museo di Ismailia. Se questo naos potesse parlare, ci racconterebbe di battaglie cosmiche e amori incestuosi degli dèi. Ci racconterebbe dello Scrigno di Ra e della Porta del Cielo. La pietra non ha voce, è vero, ma può tramandare incisioni geroglifiche.

Arca dell’Alleanza e Porta del Cielo

Le tre facce di Saft-el-Henneh

E queste raccontano di uno scrigno incredibilmente simile all’Arca della Bibbia. Con una differenza: lo scrigno di Ra fu, probabilmente, l’Arca originaria. Forse si ispirarono a questo oggetto coloro che raccolsero le narrazioni bibliche dell’Antico Testamento, i sacerdoti di Jahve. Forse la tradizione che tramandò il mitema dello scrigno di Ra era ancora viva quando gli Israeliti vennero a contatto con i Babilonesi e attinsero alle loro leggende per crearne delle proprie. E da storia nasce storia. Lo scrigno di Ra divenne l’Arca dell’Alleanza. È possibile? L’oggetto primario, vale a dire la reliquia egizia, veniva custodita a Per-Sopdu. Dove si trovava questa città sacra?

La polvere di secoli e millenni cambia la faccia delle città. Cambia le loro fattezze, i loro nomi. Oggi Per-Sopdu è conosciuta come Saft-el-Henneh. Il centro è situato nel Basso Egitto, a nord-est del Cairo, non lontano dal Wadi Tumilat. Esigue sono le tracce di un passato illustre. Saft-el-Henneh ha poco da mostrare, ormai. Si presenta al turista di passaggio piuttosto scarna, incomprensibile. I resti archeologici in situ sono pochi, la maggior parte dell’antica Per-Sopdu è andata distrutta dall’umidità del clima, dall’antropizzazione, dalla realizzazione di campi coltivati e dall’asportazione delle pietre di edifici e statue operata dalla gente locale che le utilizzò come materiale da costruzione. Soltanto rare parti di mura e sepolture sono rimaste a testimoniare la presenza della fortezza faraonica. Un sito che sicuramente risaliva almeno alla XII dinastia ma, secondo la tradizione antica, era molto più antico. Anzi, secondo i testi delle piramidi Per-Sopdu avrebbe avuto un ruolo importante all’alba dell’Egitto dinastico.

Raffigurazione del dio Sopdu. Da notare la barba tipica da asiatico. Foto: Neithsabes CC BY SA 3.0

Raffigurazione del dio Sopdu. Da notare la barba tipica da asiatico. Foto: Neithsabes CC BY SA 3.0

Negli scritti antichi è chiamata così: la fortezza orientale. Infatti sappiamo che all’epoca dei sovrani tolemaici Per-Sopdu costituiva un centro religioso di tutto rispetto e, al contempo, era un avamposto militare situato in una posizione strategica, sulla rotta del Sinai, la cosiddetta via di Horus. Ma non fu il falco Horus figlio di Iside e Osiride a dominare la fortezza. Il nome Per-Sopdu si riferiva a un’altra divinità. Il suo significato, casa di Sopdu, collegava il sito a Sopdu, signore barbuto della guerra. Questo dio dalle probabili origini asiatiche si era impossessato in epoca dinastica di un centro sacro che prima della sua venuta era dedicato al culto di un albero della vita. Lo rivela il volto più antico della città. La sua denominazione originaria era Hut-Nebes, casa dell’albero Nebes. In quel tempo remoto Hut-Nebes rappresentava il luogo degli inizi, il sito in cui si ergeva la misteriosa Porta del Cielo. Poi giunse il bellico Sopdu e Hut-Nebes divenne Per-Sopdu, la fortezza del confine orientale.

Così si presentava nel periodo tolemaico: una città eretta intorno al tempio di un dio guerriero. E proprio questo edificio sacro custodiva al suo interno un naos, cella monolitica di granito in cui la statua della divinità asiatica si celava da sguardi indiscreti. Il naos fu costruito durante il regno del faraone Nectanebo I. Ebbene, sulle pareti esterne della cella sono scolpiti dei racconti mitologici che riguardano alcuni dèi dell’Enneade sacra: Ra, Shu, Tefnut e Geb. In particolare il testo di uno di questi racconti è, a dir poco, sbalorditivo:

“Ra, il dio del cielo e della terra, fece costruire a Iunu (N.d.A.: la greca Heliopolis) uno scrigno d’oro nel quale custodiva il suo scettro, un ricciolo di capelli e il suo ureo (N.d.A.: il tipico cobra in posizione eretta che appare sulle corone dei faraoni). Questa cassa, dopo la morte di Ra, fu conservata in una fortezza situata al confine orientale. Con l’ascesa al trono di Geb, il quarto re d’Egitto, la cassa fu risvegliata dal suo sonno. Si decise di aprirla, e il sigillo che la proteggeva fu spezzato davanti al monarca. Immediatamente dallo scrigno balenò un raggio infuocato che uccise i compagni di Geb e procurò gravi ustioni al re stesso.”

Il segreto di Sopdu, signore orientale

Uno scrigno d’oro che, una volta aperto, sprigiona un raggio inceneritore. Non c’è che dire, l’immagine è decisamente intrigante perché lo scrigno d’oro di Ra assomiglia in modo più che evidente all’Arca dell’Alleanza, con la differenza che il mitema del naos è molto più antico della narrazione biblica. Dobbiamo pensare che le origini del mito scolpito sulla parete del naos sicuramente erano più remote dell’epoca di Nectanebo I (intorno al 362 a. C.). Nonostante non sia possibile datarlo con precisione, è sicuro che il mitema alla base dei racconti geroglifici sia stato tramandato per via orale per lungo tempo prima di essere inciso sul granito.

Dunque torniamo alla narrazione tolemaica. Lo scrigno di Ra fu costruito nella città di Heliopolis, un centro del Delta importantissimo sin dalle prime dinastie e sede della più grande biblioteca del mondo antico, i cui testi sarebbero poi passati in quella ancor più monumentale di Alessandria. Ciò non stupisce, poiché a Heliopolis venivano custoditi diversi oggetti sacri di primo piano, come la mitica pietra triangolare chiamata ben ben che rappresentava il colle sacro degli inizi, la prima altura che emerse dalle acque alla fine del diluvio universale. Il colle sacro dell’uccello rosso benu, la leggendaria fenice.

Naos di granito nero esposto al Museo Egizio di Ismailia.

Naos di granito nero esposto al Museo Egizio di Ismailia.

Sempre seguendo il filo del racconto, dopo essere stato costruito a Heliopolis lo scrigno di Ra fu trasportato a Per-Sopdu, fortezza del confine orientale. Per quale motivo? Forse perché si trattava proprio di un’arma dal grande potere, dunque la sua collocazione più adatta era tra le mura di un avamposto militare. Oppure perché a Per-Sopdu, come anche a Heliopolis, un tempo c’era stato un culto dell’albero sacro. Era stato venerato l’albero Nebes. Non è da escludersi che questa tradizione degli inizi collegasse in qualche modo le due città. Ma i geroglifici del naos raccontano anche altre cose. A est del tempio di Sopdu, dicono, c’erano poi un’isola delle fiamme e un luogo dei due coltelli. Qui, secondo il mito teogonico di Heliopolis, Ra aveva combattuto contro i suoi nemici, i compagni del dio serpente Apophis.

Quest’ultima creatura impersonava le forze occulte delle tenebre e presenta diverse analogie con il dio Seth, eterno rivale di Horus, divinità del caos e del deserto. Infatti i cosiddetti figli di Apophis, di cui si parla negli annali regi, venivano identificati con delle orde nemiche provenienti dal deserto. Durante il viaggio nell’oltretomba attraverso il duat, la barca del solare Ra è attaccata dal lunare Apophis. Ma i protettori di Ra colpiscono Apophis e lo tagliano a pezzi. L’ureo che risplende sulla fronte di Ra incenerisce il serpente della notte. L’ureo. Il cobra che veniva custodito nello scrigno di Ra.

E che sappiamo ancora di questo dio Sopdu? Se in tempi più recenti veniva raffigurato spesso come un falco con due alte piume sul capo, invece nelle immagini più antiche appariva sotto forma umana e con lineamenti, barba fluente, pettinatura e colorito tipici di un asiatico. Non per nulla era detto anche Signore delle terre straniere e Signore del deserto orientale. È probabile che inizialmente fosse un potente capo straniero forse giunto attraverso la via di Horus. Sopdu prese possesso della fortezza orientale e dunque anche dello scrigno di Ra.

Lo scrigno d’oro di Ra: l’Arca dell’Alleanza?

Lo scrigno di Ra. L’elemento più singolare, l’oggetto che ispirò l’Arca dell’Alleanza. Forse era l’Arca stessa, quella che Mosè trafugò insieme con i “contenitori sacri degli Egizi” e nascose poi nella tenda di pastori. In questo caso non si sarebbe trattato nemmeno più soltanto di un’ispirazione, ma del ricordo di un oggetto concreto, reamente esistito, che era passato dalle mani dei sacerdoti egizi a quelle dei sacerdoti israeliti. Ovviamente tutto il racconto della costruzione dell’Arca riportato nei libri dell’Antico Testamento sarebbe allora un espediente letterario per convincere il lettore devoto che l’Arca dell’Alleanza fosse stata fabbricata nel Sinai dal popolo eletto. Nel deserto del Sinai. A “pochi passi” dalla fortezza orientale di Per-Sopdu. Insomma, saremmo dinanzi al tipico transfer di un mitema che passa da una cultura all’altra e viene poi adattato alle nuove esigenze religiose. Da scrigno di Ra ad Arca di Jahve. Comune denominatore: l’origine divina. Nulla di nuovo, una tecnica usata già migliaia di anni prima e che sempre si ripeté in tutte le culture e in tutti i tempi.

A questo punto apriamo i due scrigni. Se l’Arca dell’Alleanza al suo interno custodiva le Tavole della Testimonianza, la manna e il bastone di Aronne, che reliquie venivano invece custodite nello scrigno di Ra? Anche in questo punto ci vengono in aiuto i geroglifici antichi. Il primo oggetto era una ciocca di capelli del dio. Non è facile trovare una spiegazione per la funzione di questo strano cimelio. Tuttavia sappiamo che i capelli nell’Egitto antico rivestivano un ruolo di primaria importanza al centro di alcune cerimonie magiche. Si pensava che, qualora una ciocca di capelli fosse caduta nelle mani sbagliate e venisse sottoposta a rituali magici da parte di un nemico, avrebbe seriamente compromesso la vita del suo ex possessore. I capelli di Ra chiusi nello scrigno potevano quindi rappresentare una garanzia di sicurezza per il dio del sole.

Il secondo oggetto contenuto nella cassa era, come ho accennato più sopra, l’ureus del dio Ra, il cobra. Un simbolo importantissimo che da sempre appare al centro di corone e diademi dei faraoni. L’archeologo Hans Bonnet osserva che questo serpente rappresentava Uto, signora del Delta. Un attributo del Basso Egitto custodito nella cassa del dio del sole. Chi indossava il diadema della dea Uto sulla propria fronte, poteva attingere alle sue forze magiche. Sulle iscrizioni geroglifiche del tempio di Edfu si legge che il cobra era portato sul campo di battaglia e sputava fuoco, incenerendo così i nemici sull’istante. Un’arma temibile. L’arma segreta dello scrigno di Ra. Era dunque il cobra a provocare la fiamma di morte che ustionò il dio.

Il dio Anubis sullo scrigno, dal tesoro di Tutankhamun. Un possibile modello per l'Arca dell'Alleanza israelita.

Il dio Anubis sullo scrigno, dal tesoro di Tutankhamun. Un possibile modello per l’Arca dell’Alleanza israelita.

Il terzo oggetto conservato nella cassa d’oro era uno scettro, evidente simbolo di autorità regale. Viene subito in mente lo scettro d’avorio ritrovato dall’archeologo tedesco Günter Dreyer nella tomba di re Scorpione, ad Abido, che in fondo altro non era che il primo utensile dei re pastori. Questi signori seminomadi allevatori di bestiame che poco a poco, spostandosi dal sud al nord e facendo uso delle armi, conquistarono tutto L’Egitto. Lentamente si delinea un quadro più preciso. Le tre reliquie chiuse nello scrigno d’oro di Ra rappresentavano la forza fisica e spirituale del dio del sole che andava gelosamente custodita. Tanto più che gli dèi d’Egitto non erano considerati immortali. La loro vita, nonostante fosse molto più lunga dell’esistenza umana, era soggetta a vecchiaia e morte. Ovviamente, al contrario degli umani, potevano tornare continuamente al mondo percorrendo un ciclo interminabile di nascita, morte e rinascita. L’Ourobouros, il serpente degli alchimisti medievali che si morde la coda, il simbolo dell’armonia del cosmo.

Il diadema dell'ureo sulla corona rossa.

Il diadema dell’ureo sulla corona rossa.

Riassumendo: tre oggetti venivano conservati sia nello scrigno di Ra che nell’Arca dell’Alleanza. Entrambi gli scrigni erano fatti di legno e oro. Entrambi erano considerati armi da guerra e sprigionavano una fiamma mortale che inceneriva chi si trovasse al loro cospetto. Non solo i nemici, addirittura il dio egizio Geb, così come nella Bibbia i due figli del sacerdote Aronne, furono colpiti dal fuoco sovrannaturale. L’Arca biblica veniva trasportata in campo di battaglia come fosse un palladium, mentre lo scrigno di Ra era custodito a Per-Sopdu, la città del dio della guerra. L’Arca dell’Alleanza fu fabbricata su ordine di Jahve e lo scrigno di Ra su ordine del dio omonimo. Le analogie sono più che evidenti.

L’enigma s’infittisce, se pensiamo che la Per-Sopdu delle origini, e cioè quella città sacra che ancora portava il nome di Hut-Nebes, è indicata dai geroglifici del naos di granito come il luogo in cui s’innalzava una collina sacra cui potevano accedere soltanto gli dei. Lì si trovava il palazzo di Ra. Negli edifici situati sul colle vi erano inoltre stanze sotterranee dalla funzione misteriosa. E poi, sempre su quell’altura del segreto, c’era la Porta del Cielo.

Per l’Egitto predinastico e protodinastico, rimando al mio saggio “Prima di Cheope” edito da Nexus Edizioni, 2013.