E se Dio fosse stato donna?

 

 

La storia dell’arca di Noè, uno dei brani dell‘Antico Testamento che più colpisce per lo scenario apocalittico da fine del mondo. Ma i redattori della Bibbia attinsero a un mito sumero. Ed è probabile che i Sumeri abbiano derivato, a loro volta, il racconto dell’arca da altre popolazioni ancor più antiche stanziatesi in Mesopotamia: dai figli del diluvio, coloro che tramandarono il ricordo di una terribile inondazione avvenuta intorno al 6700 a. C.. Quando il Mar Nero, in seguito allo scioglimento dei ghiacciai e all’innalzamento di livello dei mari, straripò, investendo con la violenza di uno tsunami i territori circostanti.

Dalle tavolette di Sumer all’Antico Testamento

L‘Antico Testamento racconta che l‘israelita Noè ricevette dal suo dio l’ordine di costruire un’arca, un’imbarcazione in cui avrebbe dovuto caricare la sua famiglia e tutti gli animali e gli uccelli, due di essi per ogni specie, uno maschio e uno femmina. Poiché Jahve intendeva punire l’umanità per i suoi peccati, scatenando un terribile diluvio che avrebbe spazzato via tutto dalla faccia della terra. Tutto, tranne Noè e la sua arca. Quella era l’ultima speranza per il genere umano. Soltanto Noè, il giusto, una volta cessato il diluvio, poteva riportare la vita sul pianeta distrutto.

La vera storia dell'arca di Noè. Pittura a olio di Edward Hicks 1846, Philadelphia Museum of Art. Dominio pubblico

Pittura a olio di Edward Hicks 1846, Philadelphia Museum of Art. Dominio pubblico

 

La storia biblica fu redatta intorno al 500 a. C., dopo che gli Israeliti avevano fatto ritorno nella Mesopotamia occidentale, dopo gli anni trascorsi in cattività babilonese. Sicuramente gli autori della Bibbia conoscevano bene il mito autentico, quello sumero-babilonese molto più antico. Lo inserirono nella loro raccolta di scritti sacri opportunamente modificato. E fu allora che le divinità mesopotamiche divennero un unico dio: Jahve.

Sin dal 1872 sappiamo che le origini della leggenda del diluvio sono da ricercarsi negli annali regi di Sumer. Era stato il sumerologo George Smith a scoprire queste tavolette d’argilla nell’archivio del British Museum di Londra. Appartenevano all’antica biblioteca del palazzo di Ninive, situato nell’odierno Iraq. La scoperta di Smith fece talmente scalpore, che il giornale inglese Daily Telegraph finanziò una nuova spedizione archeologica nel luogo in cui era sorta un tempo l‘antica Ninive, allo scopo di portare alla luce ulteriori reperti. Si trovarono altre tavolette e con esse un’altra, ancor più antica, versione del mito.

Gilgamesh e Utnapishtim

Intorno al 1500-1200 a.C. il poeta Sin-leqe-unnini, sacerdote della città di Uruk, scrisse il poema „Gilgamesh“, capolavoro letterario racchiuso in undici tavolette d‘argilla. Sin-leqe-unnini aveva raccolto antiche leggende e miti sumeri e li aveva debitamente adattati per costruire il suo epos incentrato sulla figura di un eroe, Gilgamesh, „colui che vide l‘abisso“, sa naqba imuru.

La vera storia dell'arca di Noè. Tavoletta d'argilla con l'epos "Gilgamesh". Dominio pubblico

Tavoletta d’argilla con l’epos „Gilgamesh“. Dominio pubblico

Nella sua opera il sacerdote parlò anche del diluvio universale. Ma in „Gilgamesh“ il biblico Noè si chiama Utnapishtim ed è un personaggio secondario. La parte del leone spetta all’eroe, Gilgamesh re di Uruk. Questi parte alla ricerca del segreto dell’immortalità. Il temerario avventuriero passa da una sfida all’altra, da un incontro all’altro, e alla fine giunge al cospetto del vecchio Utnapishtim, il giusto amato dagli dèi. Anch‘egli era stato un tempo re. Dagli dèi ha ricevuto il dono dell’immortalità e vive lontano dal mondo, nella terra paradisiaca di Dilmun. Gilgamesh si reca a fargli visita, e Utnapishtim racconta all’eroe la sua storia.

Un tempo, quand’era re della città di Shuruppak, il dio Enki gli aveva ordinato di costruire un’arca in cui imbarcare la propria famiglia, altri esseri umani e animali, per salvare la specie umana dal diluvio. La catastrofe sopraggiunse, portando con sé distruzione e morte. Dopo essere stata per giorni in balìa delle acque impazzite, finalmente l’arca si fermò sulla cima di una montagna. Era il monte Nisir. Allora Utnapishtim fece uscire dall’arca una colomba, una rondine e un corvo, per vedere se le acque, ora placate, fossero in procinto di ritirarsi e lasciar di nuovo spazio alla terra.
Questo racconto di Utnapishtim assomiglia molto a quello riportato nell’Antico Testamento. Invece la versione più antica del mito del diluvio, che risale circa al 2000-1800 a. C. ed è contenuta nell’epos „Atrahasis“, presenta una differenza fondamentale: contiene tutta una premessa che spiega il vero motivo che condusse alla catastrofe naturale.

Come mai Sin-leqe-unnini ha riportato nel „Gilgamesh“ interi passaggi dell’“Atrahasis“, talvolta addirittura parola per parola, ma omettendone l‘intera premessa? Forse perché nella tradizione più antica, quella da cui derivano gli elementi principali dell’“Atrahasis“, gli dèi non ci fanno proprio una bella figura. Forse anche perché si parla di una dea Madre di tutti gli dèi, di colei che ha creato l’uomo e la donna.

La dea Mammu e la crudeltà dei suoi figli

Gli dèi sumeri sono litigiosi, vendicativi, egoisti e privi di scrupoli. Decidono di creare gli esseri umani affinché questi lavorino per loro sulla terra. Per non sporcarsi le mani. Così la dea chiamata Mammu – madre di tutti gli dèi – crea il primo uomo e la prima donna, Adamo ed Eva di Sumer. E all’inizio tutto sembra ancora andare per il meglio. Gli dèi fanno la bella vita, gli esseri umani lavorano e si moltiplicano. Anche troppo.

Dopo 1200 anni si sono talmente moltiplicati, il loro numero ha raggiunto una cifra talmente alta, da diventare insopportabili. Gli dèi si lamentano, soprattutto Enlil. Le creature della terra fanno troppo rumore, racconta l’“Atrahasis“. Disturbano. Bisogna eliminarle. Enlil manda sulla terra Namtar, dio dell’oltretomba, con il compito di far morire l’intera razza umana di freddo. Un’idea che fa pensare, senza dubbio, all‘eco delle grandi Ere glaciali del Paleolitico. Ma ecco che entra in gioco il dio Enki il quale, mosso da pietà, suggerisce al suo sacerdote Atrahasis (più noto con il nome di Ziusudra) di volgere tutte le sue preghiere al vanitoso Namtar. Atrahasis esegue e Namtar, compiaciuto, smette di uccidere. Il piano di Enlil è fallito.

Frammenti della tavoletta numero 1 con l'epos "Atrahasis". British Museum. La vera storia dell'arca di Noè. Dominio pubblico

Frammenti della tavoletta numero 1 con l’epos „Atrahasis“. British Museum. La vera storia dell’arca di Noè. Dominio pubblico

Al momento nessuna reazione del dio deluso. Ma dopo altri 1200 anni, Enlil si ritrova nella medesima situazione: il clamore degli esseri umani è talmente molesto, da non farlo dormire. Incollerito, Enlil manda una nuova piaga sulla terra: la siccità. Ancora una volta interviene Atrahasis con le sue preghiere rivolte alle divinità portatrici della piaga. Quelle lo ascoltano, si impietosiscono e di nuovo la calamità giunge al termine.

A quel punto Enlil non ne può proprio più. Convoca tutti gli dèi a rapporto e li convince a promettergli di non intromettersi mai più tra lui e gli esseri umani. Poi decide di scatenare sulla terra il diluvio universale. E questa volta la catastrofe giunge direttamente per mano di Enlil, non si può evitarla né porvi fine.

Ecco un riassunto della storia:
Enki, fedele al suo buon sacerdote, avvertì Atrahasis dell’imminente catastrofe e gli spiegò che doveva essere pronto a rinunciare alla propria casa e a tutti i suoi beni, a costruire un’imbarcazione di forma cubica, completamente impermeabile e chiusa, sia sopra che sotto. Per sette notti Atrahasis avrebbe dovuto ospitare nella sua imbarcazione animali, pesci e uccelli. Dunque Atrahasis costruì l’arca. Poi invitò amici e parenti a un grande banchetto. Non appena vide che il cielo si riempiva di nuvole, intimò a tutti di salire nell’arca, quindi la sigillò per bene con della pece. Quando i venti iniziarono a soffiare con forza, Atrahasis tagliò la gomena e l’imbarcazione prese a galleggiare, sbattuta di qua e di là dalle onde del diluvio. L’arca raggiunse il monte Nisir e si fermò. Al termine dei sette giorni Atrahasis mandò tre uccelli fuori dall’arca: una colomba, una rondine e un corvo. Il corvo non tornò più indietro e il re-sacerdote capì che il diluvio era finito. Atrahasis allora uscì dall’arca e presentò delle offerte agli dèi. Questi scesero giù, fin sull’altare. Enlil era infuriato con Enki che aveva salvato la razza umana. Per ripristinare la pace, Enki fece sì che gli esseri umani perdessero il dono dell’immortalità e vivessero soggetti a dolore e morte. D‘ora in poi, molte donne della terra dovevano perdere il dono della fertilità, di modo che ci fosse una sorta di controllo delle nascite e il genere umano non potesse moltiplicarsi con tale velocità, come aveva fatto fino a quel momento. Soltanto allora Enlil ed Enki fecero la pace.

Com’era fatta l’arca di Atrahasis?

Contrariamente alla Bibbia, che parla dell’arca di Noè come di un’imbarcazione fatta di legno di cedro, dalla tipica forma a nave, con una lunghezza di 130 m, una larghezza di 22 m e un’altezza di circa 13 m, l’arca sumera di Atrahasis ha una forma cubica ed è interamente chiusa, „sia sopra che sotto“.

Miniatura dell'epoca dei Mogul, XVI secolo. Costruzione dell'arca di Noè. Dominio pubblico

Miniatura dell’epoca dei Mogul, XVI secolo. Costruzione dell’arca di Noè. Dominio pubblico

Questa la versione originale scritta, la prima di cui abbiamo notizia. Ma nel 2009 accadde qualcosa di sensazionale. Lo storico Irving Finkel pervenne a una tavoletta protobabilonese che un soldato della Royal Air Force aveva acquistato in Medio Oriente negli anni Quaranta del secolo scorso. La tavoletta risaliva circa al 1800 a. C. e conteneva una descrizione dell’arca di Atrahasis. Ebbene, l’imbarcazione originaria non era né una nave né un’imbarcazione a forma di cubo, bensì una barca senza chiglia, rotonda, gigantesca, fatta di fibra di palma intrecciata intorno a una struttura di legno.

Ci si potrebbe immaginare quasi una cesta gigante dalla superficie di ben 3600 metri quadrati, isolata da uno strato di bitume e munita di diversi ponti di coperta. Il che è anche abbastanza logico, poiché l’arca non era fatta per navigare, ma soltanto per galleggiare, sostenendo uomini e animali sulla superficie delle acque per la durata di sette giorni. Barche di questo tipo, anche se ovviamente di dimensioni molto più piccole, venivano usate in Mesopotamia già 3000 anni fa.

Ma la tavoletta scoperta da Finkel ha rivelato un altro particolare interessante. La scrittura cuneiforme della riga numero 52, difficilmente leggibile perché danneggiata, contiene le sillabe sa e na che significano pressapoco: due per ognuno di essi. Questo va riferito agli animali che Atrahasis deve mettere in salvo: per ogni specie di animale due, un maschio e una femmina, allo scopo di permettere che, una volta tornati sulla terra, gli animali potessero moltiplicarsi. Ebbene, questo particolare appare anche nel racconto biblico della Genesi. Anche qui a Noè viene ordinato di imbarcare una coppia, maschio e femmina, per ogni specie animale. Il dettaglio dimostra, una volta di più, l’origine sumera del mito del diluvio.

 Imbarcazione rotonda dell'india meridionale. Potrebbe fungere da modello all'arca descritta nell'epos dell'Atrahasis. foto-Mauter-CC BY-SA 2.5

Imbarcazione rotonda dell’india meridionale. Potrebbe fungere da modello all’arca descritta nell’epos dell’Atrahasis. foto-Mauter-CC BY-SA 2.5

Queste scoperte gettano una nuova luce sul racconto biblico. Oltre l’epica immagine dell’israelita Noè che, ispirato dal suo dio, guidava l’arca sulle acque burrascose, si nascondeva un’altra verità. Alle origini c‘erano gli dèi capricciosi e crudeli di Sumer che si prendevano gioco degli esseri umani schiavizzandoli, vessandoli a colpi di piaghe, sino a volerli eliminare del tutto con un’inondazione immensa. Per non sentire le loro voci, il loro rumore, la presenza della loro vita sulla terra. Per questo motivo intendevano addirittura perpetrare un massacro. Il primo massacro della storia.

Molto più tardi sarebbe giunto Jahve che, emulo della crudeltà mesopotamica, avrebbe continuato sullo stesso piano, incitando allo sterminio e al saccheggio, agli stupri e alla vendetta.
Tutti dèi impietosi, senza faccia e senza cuore, creati dalla fantasia di uomini assetati di potere. Molto lontani dalle divinità meditabonde e tranquille delle società del Neolitico. Divinità agresti, venerate da coloro che conobbero il vero diluvio universale del VII millennio a. C.. Questi figli del diluvio videro lo splendore di Mammu, la Madre di tutti gli dèi.

Il libro di Irving Finkel