La simbolica segreta della regina dal piede d’oca

 

 

“E poiché la fama di Salomone e del suo dio raggiunsero la regina di Saba, ella venne al cospetto del re per metterlo alla prova con degli enigmi. E la regina arrivò a Gerusalemme seguita da una moltitudine che portava con sé cammelli, spezie, gran quantità di oro e pietre preziose.”

Questo raccontano il primo libro dei re (X, 1-2) e il secondo libro delle cronache (IX, 1) dell’Antico Testamento.

La regina di Saba. Da dove veniva?

Nelle “Antichità giudaiche” di Giuseppe Flavio, la regina di Saba è una donna del sud, un’etiope che dona a Salomone i semi di Boswellia sacra, l’albero dell’incenso. Nel Kebra Nagast (IV – VI secolo d. C.), libro sacro degli Etiopi, è Makeda, la bella che si unisce carnalmente a Salomone e dà alla luce un figlio, Menelik. Nel Corano e in altre opere di scrittori arabi antichi, il suo nome è invece Bilqis, e giunge dallo Yemen. Effettivamente proprio in queste aree, a partire dal II millennio a. C., ebbero luogo un’ampia produzione e un largo commercio d’incenso: nei regni etiopi come quello di Axum, nei regni yemeniti di Saba oppure di Outaban. Non c’è invece traccia storica della regina.

La cosa strana è che la misteriosa sovrana appaia d’improvviso nel bel mezzo dei racconti biblici con il suo seguito imponente e un’abbondanza inenarrabile di doni soltanto per porre qualche quesito al re e poi scomparire di nuovo e tornarsene nella sua terra. Una semplice dimostrazione della fama di re Salomone? Oppure questo breve episodio, a prima vista quasi insignificante, rivestiva un’importanza occulta? La bella viene e va senza lasciare traccia? Forse la regina di Saba ritorna nella Bibbia una seconda volta, sotto altre spoglie. Forse è sempre lei la fascinosa Sulammita, protagonista di uno dei componimenti più enigmatici della Bibbia: il “Cantico dei cantici”. Un componimento erotico.

Il “Cantico dei cantici” descrive gli incontri amorosi e le fantasie di due amanti vissuti al tempo di re Salomone. È di certo sorprendente trovare un profluvio lirico di questo tipo proprio nell’Antico Testamento, accanto alle cronache crude dei patriarchi. Ecco alcuni versetti:

“Il tuo grembo è come un tondo calice che sempre trabocca di bevanda. Il tuo corpo è un mucchio di frumento ornato da rose.
I tuoi due seni sono come due cerbiatti gemelli.
Il tuo collo somiglia ad una torre d’avorio. I tuoi occhi ricordano gli stagni di Hesbon e quelli alle porte di Bathrabbims. Il tuo naso è come la torre del Libano che si scorge guardando verso Damasco.
Il tuo capo s’innalza sulle spalle come il monte Carmelo. La chioma sul tuo capo sembra porpora regale raccolta in ampi drappeggi.
Come sei bella e amabile, tu, amore mio, fonte di piacere!”
(Cantico dei Cantici, VII- 2, 6)

Viaggio della regina di Saba a Gerusalemme da re Salomone. Apollonio di Giovanni di Tommaso, 1460 - 1465. Dominio pubblico

Viaggio della regina di Saba. Apollonio di Giovanni di Tommaso, 1460 – 1465. Dominio pubblico

Che cosa può avere in comune una poesia erotica con le scritture dei profeti e i libri di Mosè? Perché fu inserita nella Bibbia da quegli stessi sacerdoti che avevano innalzato l’intransigente Jahve a divinità assoluta, bandendo la carnale Astarte da orazioni e luoghi di culto? Anche il vescovo siriano Teodoro di Mopsuestia (350-428 d.C.) deve esserselo chiesto, colui che definì il Cantico un poema erotico scevro di qualsiasi contenuto religioso. L’ecclesiastico non poteva certo immaginare che, un centinaio di anni dopo, la sua affermazione sarebbe stata duramente condannata al Concilio di Costantinopoli.

Cantico dei Cantici: erotismo e segreti

Eppure per gli antichi Israeliti le descrizioni passionali del Cantico potevano rappresentare il connubio mistico del credente con Jahve, poiché si erano già adoperate similitudini di quel tipo in casi paralleli. Il paragone con le nozze ricorre frequentemente anche nelle parabole di Gesù, nei Vangeli canonici, se pure non raggiungendo la sensualità delle descrizioni del Cantico e limitandosi a qualche riferimento marginale.

Re Salomone riceve la regina di Saba. Hans Holbein il giovane. I lineamenti di Salomone sono quelli di re Enrico VIII d'Inghilterra.

Re Salomone riceve la regina di Saba. Hans Holbein il giovane. I lineamenti di Salomone sono quelli di re Enrico VIII d’Inghilterra.

Ma stiamo parlando pur sempre di un’opera redatta nel IV secolo a. C., in un periodo storico precristiano, per di più in ambiente ebraico: la forma mentis del poeta del Cantico non era sicuramente quella dei Padri della Chiesa che si riunirono nel 1545 al Concilio di Trento. Eppure, proprio nel corso di tale assemblea tridentina, quando fu stabilito il canone della Bibbia cattolica, si codificò il “Cantico dei cantici” nell’Antico Testamento. Perché? Chi mai aveva scritto la poesia e a quale scopo?

Autore del componimento è considerato, dalla tradizione ebraica e dagli stessi redattori della Bibbia, re Salomone. Ma, a prescindere dal fatto che la storicità di Salomone rimane sospesa tra storia e leggenda, i filologi hanno individuato nella composizione diversi termini derivati dalla lingua persiana e greca e alcune espressioni tipiche dell’aramaico. Dunque hanno collocato l’opera, come abbiamo visto, nel IV secolo a. C. Un’epoca molto lontana da quella in cui sarebbe vissuto il biblico monarca.

I due amanti protagonisti sono chiamati in alcuni passaggi del testo Salomone e Sulammita, ma non emergono ulteriori indicazioni che diano modo di individuare un’epoca precisa in cui gli incontri amorosi avrebbero avuto luogo. E tuttavia l’evidenza che l’amata, come dice il Cantico, si allontanasse dalla propria casa di notte e godesse di libertà non indifferenti in campo sessuale, indurrebbe a collocare gli avvenimenti in epoca salomonica. Il tempo fantasma di un re fantasma. Che dice di lui il mito?

Nato dalla relazione adulterina di Davide con la sposata Betsabea, Salomone assunse nella tradizione ebraica il ruolo di sovrano della pace. Diversi testi lo ritraggono come un appassionato amante, ed è un personaggio particolare da più punti di vista. A lui, figlio di re Davide, spetta il merito di aver edificato il primo tempio di pietra consacrato a Jahve, in cui si custodiva l’Arca dell’Alleanza. E non dimentichiamo che proprio la regina di Saba della versione etiope, Makeda, è legata a questa reliquia. Il Kebra Nagast racconta che l’amico di suo figlio Menelik rubò l’Arca dell’Alleanza e la portò con sé in Etiopia.

Se il monarca innamorato di cui si parla nel Cantico fu veramente Salomone, la bella Sulammita potrebbe essere stata veramente la regina di Saba. Il sovrano aveva a propria disposizione un intero harem di donne straniere, ci dicono i narratori antichi, donne che egli prediligeva alle conterranee. A tale proposito la Bibbia racconta:

“Ma re Salomone amava molto le donne straniere: la figlia del faraone, donne di Moabit e di Sidone, donne ittite. Donne di quei paesi, di cui il Signore aveva detto ai figli d’Israele: Non andate da esse e non lasciatele venire presso di voi; poiché esse sedurranno i vostri cuori fino a farvi adorare le loro divinità. Proprio a tali femmine si era affezionato Salomone. E aveva settecento mogli e trecento concubine della terra di Keb; e le sue donne sedussero il suo cuore.”
(Antico Testamento, primo libro dei re- XI, 1)

La simbolica segreta della regina nera. Dal manoscritto Bellifortis di Conrad Kyeser, 1405.

La simbolica segreta della regina nera. Dal manoscritto Bellifortis di Conrad Kyeser, 1405.

L’interesse per i culti stranieri si addice alla natura peculiare del Cantico. Sia il tema sia il modo con cui esso è sviluppato, sono di stampo chiaramente egizio. Anche nelle liriche egizie gli amanti si rivolgono la parola chiamandosi sorella e fratello, anche lì l’amato è spesso paragonato a un “cavallo del carro del faraone”. Non si tratta di scritti raccolti in libri religiosi, ma di componimenti profani. Di conseguenza, il Cantico potrebbe essere stato anch’esso, originariamente, un’opera profana. I contatti tra Egitto e Palestina erano molto stretti, l’influsso letterario della terra nilota non sorprende più di tanto. Sorprende invece che, in seguito, il Cantico sia finito in una raccolta di scritti religiosi.

Forse una spiegazione c’è. È possibile che il componimento contenga una seconda chiave di lettura. L’occhio avvezzo a frugare nei meandri dell’occulto, individua, leggendo tra le righe, alcuni accenni a una materia ben più profonda di quanto possa essere un incontro di carattere sessuale. Alcuni simboli segnalano la presenza di un secondo livello interpretativo.

La chiave alchemica del piede d’oca

“Sono nera e tuttavia desiderabile, o figlie di Sion, come le capanne di Kedar, come i tappeti di Salomone. Guardate come sono nera; è stato il sole a bruciarmi così. I figli di mia madre si adirano contro di me. Essi mi hanno posta a custode delle vigne; ma la mia vigna non l’ho protetta. Dimmi tu che ami la mia anima, dove porti gli animali al pascolo, dove riposi il mezzogiorno, cosicché io non debba vagabondare nelle greggi dei tuoi compagni.”
(Cantico dei cantici, I- 5,7)

Il paragone della vigna, l’immagine del re pastore, l’accento sulla pelle scura, il colore nero dell’amata, trascendono l’elemento erotico. Un nero profondo. Come quello delle Madonne nere. Si allude forse a simboli alchemici? Sappiamo che le immagini di carattere sessuale spesso celano, negli scritti esoterici, riferimenti a pratiche alchemiche. I colori giocano nei velati messaggi un ruolo di primo piano. Soprattutto il nero.

La misteriosa materia detta “pietra filosofale”, per mezzo della quale avveniva la trasformazione dei metalli, era in realtà una polvere nera. Nera come la terra d’Egitto, Kemet, da cui deriva la parola araba “alchimia”, al kemet. Anzi, l’Egitto fu la culla primigenia dell’alchimia e Osiride, signore del duat veniva detto anche il Nero. Anche il seguente verso potrebbe avere un significato nascosto:

“Vi intimo, figlie di Sion, di non svegliare la mia amica, né di disturbarla, fino a che ella stessa non lo voglia.”
(Cantico dei cantici, II- 7)

È stato suggerito che queste parole si riferiscano all’Arca dell’Alleanza. Ciò non sorprende, dato che il testo fu inserito nell’Antico Testamento, ed è proprio l’Antico Testamento il primo documento religioso che racconta la storia dell’Arca. Dai libri di Mosè apprendiamo che il risveglio dell’Arca poteva avere conseguenze pericolosissime, se non intrapreso nel modo dovuto. Ricordo l’episodio dei figli di Aronne Nadab e Abihu, che furono arsi vivi dal fuoco dell’Arca soltanto per essersi presentati al suo cospetto, nella tenda del Santissimo, senza le dovute precauzioni; oppure la morte dell’israelita Usa il quale, per essersi avvicinato troppo all’Arca nel tentativo di proteggerla da una caduta dal carro, fu ucciso sull’istante dal fuoco divoratore.

In tale contesto la regina di Saba, simbolo medievale tanto amato dagli alchimisti, potrebbe veramente essere la depositaria del segreto. Antiche leggende islamiche narrano che la sovrana era bellissima ma nascondeva, sotto le lunghe gonne, un piede d’asino e delle gambe pelose. In Francia il piede asinino divenne una zampa d’oca. Così appare la regina di Saba sui portali delle cattedrali gotiche francesi. Una giovane donna incoronata con una zampa d’oca al posto del piede. La reine pédauque.

La regina di Saba sull'antico portale della cattedrale St. Bénigne di Dijon più tardi distrutto. La simbolica segreta della regina dal piede d'oca. Secondo un disegno antico di Dom Plancher.

La regina di Saba al fianco di Mosè sull’antico portale della cattedrale St. Bénigne di Dijon più tardi distrutto. La simbolica segreta della regina dal piede d’oca. Secondo un disegno antico di Dom Plancher.

Ma quella zampa nasconde ben altro significato. L’uccello, considerato sacro in diverse culture del passato, è sempre stato custode di segreti. I nomi di molte località che si trovano lungo la rotta dell’antica via di pellegrinaggio per raggiungere Santiago di Compostela, il cammino degli iniziati, portano in sé il nome dell’oca, sia in Francia che in Spagna: Loye, L’Ouche, L’Auchere, Jar, Ganso, Ansar. È il simbolismo sacro di Maître Jacques, il leggendario signore della pietra, padre dei costruttori delle cattedrali gotiche. Il segno che fu, un giorno, cucito sugli abiti dei poveri Cagoti, genti emarginate dei Pirenei. Discendenti degli antichi costruttori templari caduti in disgrazia.

Tracce del simbolismo sacro di Jacques giungono fino a noi immortalate nel “Gioco dell’oca”. Il famoso occultista Fulcanelli disse che il Gioco dell’oca rappresenta gli aspetti principali della grande opera alchimistica. Il labirinto dell’oca non è altro che un percorso iniziatico. Il giocatore, così come il neofita, deve superare la via perigliosa dell’iniziazione con tutti gli ostacoli che essa comporta, per raggiungere le porte della Conoscenza. Il segno dell’oca, la pata de oca (zampa d’oca), è raffigurato graficamente da una Y con una terza asta nel mezzo e simbolizza la superiorità dello spirito sulla materia.

Questa Y era nell’alfabeto nordico la runa della vita e la rappresentazione schematica dell’arbor vitae, l’Yggdrasil, albero cosmico che univa il cielo con la terra. Ed ecco che tale simbolo appare spesso sulla via delle stelle, quella che conduce a Santiago di Compostela, inciso sulla pietra dai maestri costruttori. A volte è invisibile, perché, in seguito al processo di cristianizzazione del cammino, è stato trasformato nella conchiglia di San Giacomo. E accanto a San Giacomo, sulla via iniziatica delle stelle, appare costantemente lei, la reine pédauque, regina dal piede d’oca. La regina di Saba.