E la bellezza del mito di Ostara

 

 

Il termine Pasqua, sin dai tempi più antichi, definisce nella religione ebraica una delle maggiori festività dell’anno: Pesach, la liberazione degli Israeliti dalla schiavitù. Il cristianesimo, figlio dell’ebraismo e sulla base dei quattro Vangeli canonici, celebra a Pasqua la resurrezione di Gesù Cristo. E poi c’è un’altra Pasqua, quella delle popolazioni indoeuropee che festeggiavano invece la dea della primavera, Ostara. La bellezza del risveglio della natura nel ciclo interminabile di morte e rinascita della Terra.

Pesach. Pani azzimi e sangue dell’agnello

Il contrasto fra le festività religiose ebraica e cristiana e la celebrazione pagana di matrice indoeuropea, è davvero grande. Per capirlo, è necessario soffermarsi su alcune considerazioni che riguardano le origini di queste feste. Innanzitutto il nome della Pasqua ebraica deriva dal vocabolo Pesach che significa pressappoco “andare oltre, passare” e celebra la liberazione degli Israeliti dalla prigionia e dalla schiavitù in Egitto.

Nel libro dell’Esodo, la narrazione degli eventi che interessano il Pesach si estende dai versetti XI, 5-10 ai versetti XII, 29. Il racconto in sintesi: Dopo il rifiuto del faraone di lasciar liberi gli Israeliti e le nove piaghe inviate da Jahve per punire l’Egitto, il dio d’Israele pensa di colpire le Due Terre con una sciagura senza pari: l’uccisione di tutti i maschi primogeniti, sia di uomini che di animali. Jahve passerà durante la notte in tutte le case, per compiere la terribile vendetta.

Affinché questo eccidio colpisca esclusivamente gli Egizi e non gli Israeliti, Jahve istruisce il popolo eletto sul da farsi. Ogni famiglia deve macellare, la sera, un agnello oppure un capretto che non abbia più di un anno di età e sia senza macchia. Il sangue di questo animale dev’essere quindi spalmato sulla porta di casa, la sua carne arrostita e mangiata sino all’ultimo boccone. Grazie a questo stratagemma, Jahve potrà riconoscere subito, durante il suo passaggio notturno, le porte sporche di sangue che segnalano la presenza di una famiglia israelita nelle case, e lì non entrerà. Passerà oltre (Pesach). Soltanto gli Egizi avrebbero subito la punizione divina. Così fu. E il faraone, spaventato da quell’ultima piaga, scacciò gli Israeliti dal regno.Ecco alcuni dei versetti biblici:

“(…) Poiché voglio passare in questa notte attraverso l’Egitto e uccidere tutti i maschi primogeniti di uomini e bestie, e la mia punizione dimostrerà a tutti gli dei d’Egitto che io sono l’unico Signore. (…) Dovete ricordare questo giorno e festeggiare il Signore, e così faranno tutti i vostri discendenti, in eterno.” (Esodo XI, 12-13)

Pasqua ebraica. L'angelo della morte nella notte del Pesach

Pasqua ebraica. L’angelo della morte nella notte del Pesach

A queste parole segue l’ordine di Jahve di mangiare per sette giorni consecutivi soltanto pani azzimi e di praticare altre azioni rituali che devono essere celebrate per sempre, ogni anno, e tramandate di generazione in generazione. Sempre nella Bibbia, nel Deuteronomio, leggiamo poi che il Pesach divenne una festa molto importante del calendario ebraico.

Interessante è, al riguardo, l’opinione del teologo Leonhard Rost che identificò l’uccisione dell’animale e lo spargimento di sangue sulle porte in un rito di origine nomade. Serviva a tenere lontani dalle abitazioni i demoni del deserto. Presso le tribù arabe nomadi venivano praticati riti familiari, simili a quelli descritti dalla Bibbia, in occasioni particolari. Erano chiamati ragah e dabiha. Invece l’uso dei pani azzimi affonderebbe le radici in un’antica festa del raccolto di cereali, nel corso della quale la semenza usata per il processo di acidificazione veniva separata dai cereali freschi e, fino all’acidificazione della nuova farina fresca, si mangiavano soltanto pani azzimi. Il rito dell’uccisione dell’agnello e l’uso dei pani azzimi sarebbero stati uniti in un’unica cerimonia soltanto dopo la fondazione dello Stato d’Israele e la costruzione del primo tempio. A quel punto avevano acquistato il nuovo significato biblico: i pani azzimi simboleggiavano la povertà degli Israeliti prima dell’esodo e l’uccisione dell’agnello la punizione divina.

Gesù Cristo. Morte e resurrezione

Insomma, in sintesi potremmo dire: liberazione e vendetta. Accanto all’immagine positiva della fine di una lunga schiavitù, ci sono la morte e il sangue. Ma anche la nostra Pasqua cristiana, accanto alla buona novella della resurrezione di Gesù dal mondo dei morti, porta con sé tutto il dramma della morte stessa. Sangue, dolore. Un uomo crocifisso. Una tragedia di grande impatto, che l’evangelista Luca ha descritto magistralmente in questi pochi versetti:

“Ed era l’ora sesta e calò l’oscurità su tutta la terra sino all’ora nona, il sole si eclissò e il velo del tempio si squarciò in due metà. Gesù, gridando a gran voce, disse: Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito! Detto questo, spirò.” (Lc 23, 44 – 46)

Gesù è morto. Fu Giuseppe di Arimatea a rimuovere il suo corpo senza vita dalla croce e a seppellirlo in una tomba di sua proprietà. E quando le discepole Maria Maddalena, Maria e Salomè si recarono al sepolcro, accadde qualcosa di incredibile. Ecco la narrazione dell’evangelista Marco:

“E dopo che il shabbat era trascorso, Maria Maddalena, Maria madre di Giacomo e Salomè comprarono degli unguenti per andare al sepolcro e imbalsamare Gesù. E giunsero alla tomba il primo giorno della settimana, la mattina presto, al sorgere del sole. E chiesero l’una con l’altra: Chi ci sposterà il masso davanti all’entrata della grotta? Giunte sul posto, videro che il masso era già stato spostato, nonostante fosse molto pesante. E le donne entrarono nel sepolcro e videro sulla destra un giovinetto vestito di una lunga tonaca bianca, e si spaventarono. Ma quello gli disse: Non abbiate paura! Se state cercando Gesù di Nazareth, morto sulla croce, vi dico che non è qui. Ecco il luogo in cui l’avevano deposto.” (Mc 16, 2-6)

Pasqua cristiana. Ultima cena. Chiesa del convento di Sant'Angelo presso Formis (Capua). Maestro italo-bizantino ca. 1100.

Pasqua cristiana. Ultima cena. Chiesa del convento di Sant’Angelo presso Formis (Capua). Maestro italo-bizantino ca. 1100.

Gesù era risorto, scrivono gli evangelisti. E se le donne, nonostante la rassicurazione dell’angelo, fuggirono spaventate dalla tomba, fu proprio a una di loro che il Gesù risorto si mostrò: Maria Maddalena, la sua discepola amata, quella che negli scritti apocrifi è detta “l’apostolo degli apostoli” e “la donna che conosce il tutto”.

È l’evangelista Giovanni, il più esoterico dei quattro, a rappresentare la scena nel modo più toccante e realistico. Dopo aver annunciato ai discepoli che la tomba di Gesù è vuota e dopo che questi se ne sono sincerati di persona, Maria Maddalena torna sul posto da sola. Probabilmente è disorientata, preoccupata, non sa bene cosa pensare. Piange.

“Maria se ne stava dinanzi al sepolcro e piangeva. Gettò ancora uno sguardo all’interno della tomba e vide due angeli vestiti di bianco seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Quelli le dissero: Donna, perché piangi? E lei rispose: Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno deposto. Appena ebbe pronunciato queste parole, Maria si voltò indietro e vide là in piedi Gesù, ma non lo riconobbe. Pensò che fosse il giardiniere e gli disse: Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai deposto, di modo che io possa andare a prenderlo. Gesù le disse: Maria! Allora lei si girò e gli disse: Rabbuni! che significa Maestro. E Gesù le disse: Non mi toccare! Perché non sono ancora salito al cielo dal Padre. Va’ piuttosto dai miei fratelli e di’ loro che vado da mio Padre e dal loro Padre, dal mio Dio e dal loro Dio! Maria Maddalena andò subito ad annunziare ai discepoli: Ho visto il Signore. E riferì anche ciò che lui le aveva detto.” (Gv 20, 11-18)

Per questo la Pasqua cristiana è così importante. È la festa della resurrezione, del miracolo più grande di Gesù: la sconfitta della morte materiale. Il corpo perisce, l’anima no. Non solo questo. All’immortalità dello spirito si associa una vita dopo la morte nella luce di Dio, un’esistenza di beatitudine eterna, la fine dei dolori terreni. Proprio questa visione fu, forse, l’elemento di maggior attrazione nel mondo greco-romano di allora. La fine dei dolori terreni e una vita eterna nella gioia infinita di Dio.

Ostara. Il ritorno della luce

Così, ancora una volta, la religione ebraica e quella cristiana s’incontrano nel festeggiare la Pasqua, anche se partendo da due differenti presupposti. Comune denominatore non è soltanto la parola Pesach che, attraverso la mediazione del greco e del latino, è diventata il termine italiano Pasqua, ma anche il periodo festivo: l’inizio della primavera. La data viene fissata ogni anno con l’aiuto di un calendario lunisolare e coincide sempre con la domenica dopo il primo plenilunio di primavera, dunque secondo il calendario gregoriano al più tardi fra il 22 marzo e il 25 aprile.

Ostara, la festa della primavera. Raffigurazione del XIX secolo

Ostara, la festa della primavera. Raffigurazione del XIX secolo.

Invece nei Paesi di lingua tedesca e inglese la Pasqua si chiama Ostern oppure Easter. Termini, la cui origine è del tutto differente da quella del Pesach, e che ricordano una festa più antica della Pasqua cristiana, senza sangue e senza morte, meno artificiosa e più naturale, che celebrava semplicemente il ritorno della primavera. Infatti entrambi i termini derivano dalla radice germanica austro che significava “sorgere dell’alba”. Oltre il termine germanico si nasconde l’etimo greco Eos che stava a definire la dea dell’alba e i Latini trasformarono nella splendida parola Aurora. E tutti questi vocaboli, a loro volta, derivano dalla matrice indoeuropea hausos, alba.

Alba. Inizio della luce. Inizio del giorno. Inizio della vita. In principio c’era una dea della vegetazione e della rinascita che veniva festeggiata in tempi antichissimi dai nostri antenati indoeuropei per celebrare l’arrivo della Luce dopo i lunghi mesi dell’autunno e dell’inverno. Quando finalmente le giornate diventavano più lunghe, i canti degli uccelli si facevano sentire di nuovo e tutta la natura apriva gli occhi al termine del lungo sonno, significava che Aurora era tornata.

Così Jacob Grimm (1785-1863), signore delle favole e rinomato filologo, pensò di aver scoperto il nome originario della dea germanica della primavera. Grimm attinse agli scritti del monaco benedettino inglese Beda Venerabilis (673-735), il quale a sua volta spiegava le origini del termine Ostern risalendo al nome di una dea germanica che si sarebbe chiamata Ostra. Grimm trasformò Ostra nel più romantico Ostara. (Il filologo non poteva certo immaginare che un giorno questo nome sarebbe stato usato e abusato dai nazionalsocialisti).

E le uova di Pasqua? Le uova di cioccolato sono le eredi delle uova colorate o dipinte che in Germania si chiamano Ostereier e sembrano esser giunte dall’antichissima festa iraniana Noruz, la festa della primavera. Inizia il 20 o 21 marzo e viene festeggiata da almeno 300 milioni di persone nel Vicino Oriente, nel Caucaso, sul Mar Nero, sui Balcani, in Asia centrale e, appunto, in Iran. Il termine Noruz significa “nuovo giorno”. Abbiamo a che fare, anche qui, con una radice indoeuropea. Infatti il termine ruz, “giorno”, viene dal protoindoeuropeo leuk che significava…” luce”.

Famiglia persiana celebra la festa di Nouruz. Sul tavolo sono le uova colorate.

Famiglia persiana celebra la festa di Noruz. Sul tavolo, insieme agli altri simboli del nuovo anno, ci sono le uova colorate.

Nuovo giorno, nuova luce. E per gli iraniani la festa della primavera è anche la festa del nuovo anno. Così festeggiavano i seguaci di Zarathustra già 3000 anni fa. In Iran, sulla tavola preparata a festa, insieme ai piatti tipici e ai simboli del nuovo anno, si vedono appunto le uova colorate. Non c’è da stupirsi. Quale simbolo potrebbe rappresentare il nuovo inizio meglio di un uovo, che incarna la sintesi della rinascita nel cosmo? Paracelso scriveva:

“L’uovo custodisce la vita e l’essere (…) Dunque sappi che l’aria è soltanto caos, e il caos è il bianco dell’uovo, e l’uovo è cielo e terra.”

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