Nemico degli Anunnaki, era il custode di tesori nascosti

 

 

Le origini del drago, serpente marino oppure grifone alato presente nell’iconografia di antiche culture, in miti e leggende, negli scritti alchemici. Ci sono grotte del drago, rocce del drago, addirittura piante del drago. L’immaginario collettivo lo vuole gigantesco, spaventoso, aggressivo, pressoché invincibile. Nel profondo delle foreste il drago difende il proprio territorio sputando fuoco. Nuota negli abissi marini. Carl Gustav Jung vi riconobbe l’aspetto negativo dell’archetipo della madre. Per altri esperti della mente umana, invece, sarebbe tout court la personificazione delle forze del male fuori e dentro di noi. Ma da dove nasce questa figura leggendaria?

 Medioevo. Di draghi ed eroi

Epoca “buia” e lunghissima della nostra storia, il Medioevo fece da sfondo a innumerevoli leggende di draghi sputafuoco e temerari cavalieri che osavano sfidarli a colpi di spada. L’epos anglosassone “Beowulf” riferisce di draghi volanti custodi di tesori, mentre nelle leggende scandinave le misteriose creature proteggono gli esseri umani da spiriti cattivi.

Sigfrido lotta contro il drago, 1890. Statua di Constantin Dausch nei giardini pubblici della città di Brema. Foto: Rami Tarawneh CC BY SA 2.5

Sigfrido lotta contro il drago, 1890. Statua di Constantin Dausch nei giardini pubblici della città di Brema. Foto: Rami Tarawneh CC BY SA 2.5

Nella letteratura germanica il drago appare nell’VIII secolo d. C. Qui il drago era detto Lindwurm, un termine che definiva una sorta di strisciante serpente gigantesco. Più tardi il Lindwurm prese le ali e divenne un mostro volante. D’altra parte il Lindwurm non può che ricordare il leggendario serpente Midgard, mostro marino di casa nell’oceano primordiale. Nei racconti dell’Edda è il “Canto di Hymir” a parlare del serpente Midgard. Il dio Thor e il gigante Hymir vanno a pescare in mare aperto. L’esca: la testa di un toro. Ad abboccare è proprio il serpente Midgard. Thor riesce ad estrarre dall’acqua l’enorme preda sguizzante e vuole colpirla alla testa con il suo potente martello. Ma il gigante Hymir, impaurito alla vista di Midgard, taglia la lenza e il serpente marino può tornare negli abissi.

E tuttavia, se l’arcaico Midgard ricorda sicuramente le dee preistoriche e protostoriche dell’oceano primordiale, il drago di Sigfrido è già il classico mostro terrestre, abitatore di anfratti nel cuore delle foreste germaniche. E questo modello continuerà a colorare i poemi medievali di tutta Europa. Il ciclo poetico d i re Artù e i cavalieri della Tavola Rotonda pullula di draghi feroci ed eroi senza macchia che li affrontano in una lotta mortale. Nel caso del germanico Sigfrido, eroe della saga dei “Nibelunghi”, che uccide il drago Fafnir con la sua spada Gram, il mostro segue ancora la via dell’acqua: si avvicina a uno stagno per abbeverarsi. È a quel punto che Sigfrido, nascosto sul fondo dello stagno, lo uccide a colpi di spada. Nella “Thidreks Saga” è il fabbro Mime a mandare il giovane Sigfrido nella foresta, affinché questi uccida il drago con la sua spada Gram. In realtà Mime ha paura della forza di Sigfrido e vuole liberarsene, spera che sia il drago a vincere la partita. Ma si sbaglia. L’eroe trafigge il mostro e poi fa il bagno nel suo sangue, diventando così invulnerabile.

Il sangue del drago come fonte di forza e immortalità. Le caratteristiche sempre nuove, attribuite a questa creatura nel corso dei secoli, stupiscono. La sua identità ci sfugge: era un serpente marino che viveva negli abissi dell’oceano? Oppure un mostro delle foreste dall’alito infuocato? La creatura appare anche nelle leggende di diversi santi sauroctoni (uccisori di draghi), il più noto dei quali è San Giorgio. Anzi, questo beato divenne l’uccisore del drago per eccellenza durante il periodo delle Crociate in Terrasanta, nel XII secolo. Soprattutto in seguito alla diffusione della raccolta “Legenda Aurea” di Jacopo da Voragine, un best seller dell’epoca. Ma la narrazione più antica di San Giorgio giungeva dalla Cappadocia.

Secondo tale racconto anatolico, il giovane cavaliere Georg salvò dalle fauci del mostruoso serpente marino una principessa. Questa era stata sacrificata dalla popolazione locale che sperava di placare in tal modo l’ira della bestia. Con il suo intervento, che portò all’uccisione del drago, Georg salvò quindi non soltanto la principessa ma l’intero paese. Dopo la morte del mostro, gli abitanti si fecero battezzare. La vicenda sarebbe avvenuta in Libano, si dice, nel territorio dell’odierna Beirut, laddove il nome “Baia di San Giorgio” starebbe a commemorare l’evento.

Per i cristiani di Palestina, Israele e Giordania, San Giorgio è il patrono nazionale. Ágios Geó̱rgios, nato nel III secolo d.C. in Cappadocia e morto nel Medioriente in seguito alle persecuzioni dell’imperatore Diocleziano. Ma originariamente il nome Geó̱rgios viene dal Caucaso. Dalla Georgia. Potrebbe derivare da un’antica divinità lunare, il mitico guerriero Giorgi che combatteva contro le ingiustizie e la cui immagine più tardi acquistò tratti cristiani, trasformandosi in un santo patrono. Il drago vinto e ucciso da Georgi: forse la sconfitta del Male?

Un drago per Tiamat, la madre della vita

Vediamo invece da vicino il nome del mostro. Il termine “drago” deriva dal latino draco che, a sua volta, giunge dal greco drakon e significa serpente. Come il mitico Pitone, pauroso serpente che vegliava sull’Oracolo di Delfi e fu ucciso dal dio Apollo. Un inno omerico, la tradizione più antica di questa leggenda, rivela poi un particolare interessante: il serpente di Delfi era di sesso femminile. Hera, moglie di Zeus, aveva posto questa sua creatura a guardia del figlio Tifone. Ma lo splendente Apollo uccise l’animale mitico, colpendolo con “mille frecce”. Dal serpente Pitone prese nome la Pizia, sacerdotessa dell’Oracolo di Delfi. Il Sole uccide la Luna?

Sigillo cilindrico sumero, circa 3000 a. C., Museo del Louvre. Draghi dal collo di serpente. Foto: dominio pubblico

Sigillo cilindrico sumero, circa 3000 a. C., Museo del Louvre. Draghi dal collo di serpente. Foto: dominio pubblico

Allora le origini del drago sono da cercarsi in Grecia oppure in Eurasia? L’esercito romano adottò lo stendardo del draco dopo essere entrato in contatto con Daci e Sciti. Le origini del draco presente nell’iconografia degli Sciti conducono in Iran, presso i Sarmati. Nelle legioni romane lo stendardo veniva portato da un soldato a cavallo, il cosiddetto draconarius. Com’era fatto il draco? Si trattava di un lungo cono di tessuto di colore rosso che era fissato a una testa di drago metallica con le fauci spalancate. Poteva essere inserito sulla punta di una lancia o all’estremità di un bastone. Quando il vento penetrava nelle fauci spalancate del draco, lo stendardo emetteva un forte sibilo – forse causato da una serie di lamelle metalliche posizionate all’interno dello stendardo stesso – che spaventava il nemico.

Ma le cose si complicano, perché il drago di per sé appare già all’alba della storia, ben visibile su reperti sumeri. Sigilli cilindrici del periodo di Uruk, IV-III millennio avanti Cristo. Sono misteriosi quadrupedi con un lungo collo da serpente e la testa di leone, uccelli dalla testa leonina, serpenti dalle tante teste. Esseri sovrannaturali che possono rappresentare un pericolo oppure una fonte di salvezza. E mentre nell’epoca più antica i draghi sono posti sullo stesso piano delle divinità sumere, nel periodo accadico assumono il ruolo di servitori degli dei.

Drago babilonese Mushussu raffigurato sulla splendida porta di Ishtar. Pergamon Museum, Berlino. Foto: Hahaha CC BY SA 2.0

Drago babilonese Mushussu raffigurato sulla splendida porta di Ishtar. Pergamon Museum, Berlino. Foto: Hahaha CC BY SA 2.0

Sigilli del 2500 a.C. illustrano il tema della lotta contro il drago che appare alcune centinaia di anni dopo immortalato dal mito accadico di „Anzu“. Personificazione della tempesta, Anzu era una sorta di grifone – animale mitologico per metà leone e per metà uccello – in possesso della Tavola del destino. Questo drago fu sconfitto dal guerriero Ninurta, leader dei potenti signori degli dei, gli Anunnaki.

Nel 1600 a.C., la lotta contro il drago riapparve nell’ugaritico ciclo mitologico di Baal e divenne la lotta del dio babilonese Marduk contro la dea del mare Tiamat, colei che custodiva le Tavole del destino. Tiamat era scortata da draghi-serpenti. Marduk vinse la battaglia, Tiamat fu uccisa e tagliata in due parti. La Tavola del destino passò, quindi, nelle mani di Marduk. Ma cos’era questa Tavola? Un oggetto che conteneva il futuro del cosmo e quindi dell’umanità. E chi era Marduk? Uno degli Anunnaki, come lo era stato Ninurta. Dunque la lotta mesopotamica contro il drago vide gli Anunnaki impadronirsi del destino dell’umanità, che originariamente sottostava a Tiamat (la sumera Nammu), dea del mare e di tutto il creato. Ti – ama, la “madre della vita”.

Questo mito babilonese-sumero potrebbe spiegare la stretta connessione dea-serpente-acqua, un elemento che contraddistingue, come un leitmotiv, lo sviluppo delle più antiche divinità femminili della Cultura Danubiana (nota anche come Vecchia Europa), le dee con la testa di serpente. La dea sumera Nammu, creatrice dell’universo, rappresentava la forza dell’acqua e potrebbe testimoniare la presenza di arcaiche divinità femminili dominanti anche in Mesopotamia, divinità che più tardi, nel pantheon sumero, furono sostituite da figure maschili. Un’eco lontanissima del femminino sacro delle origini? E non fu forse un serpente l’animale divino che, secondo i redattori dell’Antico Testamento, tentò Eva portandola alla perdita dell’innocenza arcaica? Il serpente, simbolo della donna fonte di saggezza.

Un drago per gli alchimisti e uno… in carne ed ossa

Nell’opera alchemica “Rosarium Philosophorum” (1992) si legge:
“Ermete scrive: il drago muore soltanto se ucciso da suo fratello e dalla sorella contemporaneamente. Non soltanto da uno di essi, ma da entrambi allo stesso tempo, vale a dire dal Sole e dalla Luna (…) Ciò significa che è necessario solidificarlo e unirlo con il Sole o con la Luna. Il drago è il mercurio vivo estratto dai corpi che hanno anima e spirito.”

Immagine fantastica di drago. Disegno: Сергей Панасенко-Михалкин - Eigenes WerkCC BY-SA 3.0

Immagine fantastica di drago. Disegno: Сергей Панасенко-Михалкин – Eigenes WerkCC BY-SA 3.0

Nell’ “Aurora Consurgens” (XVI secolo):
“Il nostro drago mercuriale si può domare soltanto per mezzo della Luna e del Sole riuniti, ciò significa: per ucciderlo, è necessario rimuovere da esso contemporaneamente zolfo e umidità.”

Parole sibilline, linguaggio in codice usato dagli alchimisti per salvaguardare i segreti della loro arte. Tuttavia si capisce che anche qui, in piena materia alchemica, il drago riveste un ruolo di primo piano. Animale mitico, creatura leggendaria e mostro delle fiabe. Ma non può essere che al di là del valore simbolico un animale simile sia esistito sul serio nelle nebbie del passato? Un ibrido che ispirò gli antichi poeti? Interessanti a questo riguardo sono i cosiddetti “grifoni” delle steppe asiatiche, quelli di cui narravano gli antichi Greci. Gli scrittori parlano del misterioso popolo degli Arimaspi, gente con un solo occhio, che volle impadronirsi del tesoro custodito dai grifoni. Ancora una volta ci troviamo dinanzi al binomio drago/tesoro tipico delle saghe nordiche.

I grifoni: animali per metà uccelli e per metà leoni. L’archeologa Jeannine Davis-Kimball pensa che queste leggende greche siano sorte dopo il ritrovamento di uova, nidi oppure anche ossa di dinosauro nel territorio del Kazakhstan. Scrive Kimball:

“(…) Sui monti Thien Shan, a sud di Issyk, alcuni storici cinesi inviati per documentare i movimenti militare al limitare del deserto Taklamakan furono messi in fuga da cumuli di pietre abbaglianti, bianche come ossa, che incontrarono. L’I Ching, che risale all’incirca ai tempi di Omero ma attinge a miti precedenti, mette in guardia i contadini dai draghi dei campi. Nel II secolo d. C. i cronisti della regione alimentarono questi miti scrivendo di draghi che abitavano la terra degli Issodoniani, una tribù saka che viveva vicino a Lop Nur, un lago attualmente prosciugato nella parte orientale del deserto Taklamakan.” (J. Davis-Kimball “Donne guerriere”, pag. 124)

Ouroboros, il drago/serpente alchemico. Da: De lapide philosophico di Lucas Jennis, 1625

Ouroboros, il drago/serpente alchemico. Da: De lapide philosophico di Lucas Jennis, 1625

Anzi, dei “pezzi di drago” furono raccolti dai cinesi, preparati e venduti come farmaco sino al XX secolo. Ed ecco che ci avviciniamo al drago di San Giorgio: nel 1920 lo scrittore Roy Chapman, futuro direttore del Museo Americano di Storia Naturale, scoprì sulle Montagne del Fuoco del Turkestan centinaia di nidi, uova e ossa di dinosauro che risalivano a circa 100 milioni di anni fa. Si trattava di psittacosauri, una specie di dinosauro dal muso allungato e provvisto di un vero e proprio becco, simile a quello di un pappagallo. Animali che, senza dubbio, ricordano le raffigurazioni di grifoni. Draghi volanti.

I grifoni sono creature ricorrenti nell’iconografia degli Sciti, genti indoeuropee. Sono animali immaginari a cui potrebbero essersi ispirati i Romani nella realizzazione del loro stendardo del draco che vide la luce, come detto più sopra, proprio dopo il contatto dell’Urbe con Sciti e Daci. E il tesoro? Perché il drago è spesso, nelle leggende, il custode di un tesoro? Anche a questa domanda Kimball ha trovato una risposta:

“Nel 1986 paleontologi canadesi e cinesi che esploravano le antiche terre degli Issodoniani e le colline di Thien Shan, trovarono altri nidi, uova e scheletri di psittacosauri. Gli scienziati formularono così l’ipotesi che i nomadi si fossero spesso imbattuti in scheletri ancora completamente articolati di dinosauri dotati di becco nelle zone ricche di fossili vicino alle miniere d’oro, cosa che li aveva probabilmente portati a concludere che queste spaventose creature fossero i guardiani del prezioso metallo.”

Ricostruzione di psittacosaurus mongoliensis. Disegno: Nobu Tamura CC BY 3.0

Ricostruzione di psittacosaurus mongoliensis. Disegno: Nobu Tamura CC BY 3.0

Potrebbe essere davvero così? Da una parte abbiamo a che fare con la tradizione del serpente marino sulla scia della cultura sumera, e dall’altra con quella del grifone alato sulla scia della cultura indoeuropea? Se davvero questi fossili preistorici eurasiatici sono alle origini della proliferazione di leggende sui draghi che fiorirono in Europa durante tutto il Medioevo, ciò spiegherebbe la matrice protoindoeuropea alla base del mito stesso. Dalle steppe dell’Asia giunsero i nostri progenitori che portarono con sé, nel lungo viaggio da un continente all’altro, leggende ancestrali di dee perdute, draghi ed eroi.