Dei, guerrieri e cavalieri fantasma

 

 

Il neopaganesimo ha riportato la festa di Yule a nuovo splendore, scrollandole di dosso l’aura poco ortodossa di oscuri rituali nazisti che l’avevano intorbidita per decenni e restituendole la sua funzione originaria di tappa importante nel calendario indoeuropeo. La Wicca, odierna religione delle streghe sviluppatasi nel mondo anglosassone e strettamente legata alla natura, annovera Yule fra le otto feste principali dell’anno. La notte buia ed estremamente lunga del solstizio d’inverno ha lasciato dietro di se´ il sacrificio estremo del dio del Sole morto nelle viscere della Terra dopo aver fecondato la dea e, al contempo, il miracolo nascosto che si ripete annualmente, la crescita di un embrione divino nel grembo generoso della Madre.

Il figlio della Terra e la notte della Madre

Questo neonato porta in se´ la luce fievole del Sole nascente. In primavera diverrà un giovane uomo e nei mesi in cui l’astro diurno raggiungerà la maggiore potenza, prenderà il posto del padre accoppiandosi con la madre-sposa. Così sarà assicurata la continuità del ciclo dell’anno e con essa la fertilità e il nuovo raccolto. Una favola che sempre si ripete, arricchita di particolari diversi, nelle diverse culture. Il ciclo naturale di nascita e morte. Immagini suggestive, forti, colorate, per far sì che la storia resti strettamente ancorata nella tradizione a raccontare l’ordine del cosmo. Il frutto della fantasia di popoli arcaici immersi nella giostra inarrestabile di una vita basata sulle quattro stagioni. Genti d’Europa, che riconoscono oltre il divenire continuo di una natura soggetta a rapidi mutamenti climatici il movimento circolare di una ruota invisibile del destino. La ruota di Yule. Il nome che viene dal nord. Inizialmente Jul.

Natale pagano: la festa di Yule

Ruota di fuoco di Yule

La citazione più antica del termine appare su di un frammento di calendario gotico, nel “Codex Ambrosianus” (VI-VII secolo d.C.), laddove il mese di novembre viene definito il mese prima di Jul. La radice jul/jol è di casa nei Paesi Scandinavi e il suo significato ancestrale si avvicina a quello di festa o banchetto festoso. Ma anche al vocabolo antico che definiva gli dei, joln, e a uno dei tanti nomi di Odino stesso, Jolnir, che voleva dire Signore degli dei. Altri ricercatori riconoscono nell’etimo la ruota del sole. Infine, un’ulteriore possibile derivazione: l’antica radice scandinava el, che significa tempesta di neve.

Si può quindi affermare con cognizione di causa che qualsiasi indizio legato a Yule porta all’estremo nord, alla leggendaria terra di Ultima Thule. Sembra tuttavia che originariamente la festa di Yule fosse celebrata più tardi, verso la metà di gennaio (vedi: Beda Venerabilis, ca. 674-735 d.C.). Soltanto in un secondo tempo, con l’arrivo del cristianesimo, la ricorrenza fu anticipata, fissata intorno al 25 dicembre e si sposò con la nascita di Gesù che finì per sovrapporsi alle leggende originarie della celebrazione pagana, sostituendola con il Natale.

Natale pagano: la festa di Yule

Festa di Yule nella campagna svedese, 1917

Le nebbie del settentrione tutelano fin troppo gelosamente i loro segreti e le tracce storiche della Yule precristiana finiscono per perdersi in un sentiero cieco. Ancora una volta l’inevitabile processo di cristianizzazione ha condannato all’oblio i culti più remoti. L’acqua del Battesimo cristiano ha lisciato nel corso dei secoli la dura pietra dello scoglio scandinavo, cancellandone i solchi preesistenti, rendendoli pressoché invisibili. Eppure il calendario islandese pagano, quello della regione geograficamente più lontana dall’influsso della Chiesa, continuò ad essere usato parallelamente al calendario cristiano almeno sino al 1.100 d.C. e in uno scritto del XIII secolo si parla ancora del periodo di ylir, l’arco di tempo fra il 14 novembre e il 12 dicembre. Un’eco di questo etimo si concretò nel termine inglese antico giuli, che stava a definire il periodo invernale segnato dai due mesi di novembre e dicembre.

Non dev’essere stato facile sradicare dalla memoria collettiva quello che Beda Venerabilis riporta nel suo scritto “De temporum ratione”. Vale a dire, un uso inglese della sua epoca celebrato l’8 gennaio, la festa di una notte particolare assopita nel cuore dell’inverno: Modranihit, ovvero la Notte della Madre. E il Natale? E Gesù? Viene subito da pensare che anche la Maria dei Vangeli era una madre. Miriam, donna di Palestina che diede alla luce Gesù e la cui immagine, dopo gli episodi dell’annunciazione e del parto divino, piano piano impallidisce adombrata dalla luce accecante del figlio, fino ad essere pressoché ignorata dagli autori canonici e confinata ai racconti più liberi e meno ortodossi degli Apocrifi. Eppure nell’arabo Corano Miriam ha un’importanza tale, che Gesù viene sempre presentato così: il figlio di Maria.

Non il figlio di Dio, e nemmeno il figlio dell’uomo. Il figlio di Maria. Un dato di fatto che da secoli scatena infiniti dibattiti tra gli esegeti. Non si sa se dover riconoscere nella definizione coranica la semplice constatazione che Gesù, essendo figlio di Dio, non aveva un padre terreno e quindi poteva essere menzionato soltanto il nome di sua madre; se si voleva suggerire tra le righe la provenienza di Gesù da una relazione extramatrimoniale all’epoca scandalosa; oppure ancora se Miriam, che gli scritti coranici definiscono sorella di Aronne, fosse una donna di spicco, così importante, che bastava il suo nome a garantire la singolarità del profeta Gesù.

Il riposo del guerriero

Ma torniamo a Yule. E volgiamoci a un componimento poetico del 900 d.C. derivato dalla tradizione degli skalden. Questi erano poeti norvegesi e islandesi del Medioevo. Come i trovatori, anche gli skalden si spostavano da una Corte all’altra, si guadagnavano la vita e dilettavano i presenti cantando le saghe degli eroi. Il testo in questione si chiama “Haraldskvaedi” ed è lo scritto più antico in cui si parli di una vera e propria festa di Yule, non solo di Yule come un periodo dell’anno.

Natale pagano: la festa di Yule

Il dio Thor con il carro trainato da caproni, Marten Eskil, XIX secolo

Ecco il passo tratto dalla sesta strofa del componimento:

“Il re vuole bere per la festa di Jul fuori, sul mare, e iniziare il gioco di Freyrs.”

Ovviamente non è facile tradurre da una lingua all’altra un testo antico in cui le parole, come finestre socchiuse su un universo sconosciuto, abbracciano significati ampi, mentalità ormai lontane. “Bere per la festa di Jul” in realtà è detto dal poeta con una frase che significa “bere Jul” e sembra essere stata un’espressione familiare ai suoi conterranei, un’immagine ricorrente. Di certo si trattava di un allegro, abbondante banchetto in cui si faceva ampio uso di bevande alcoliche per festeggiare insieme con la comunità, o almeno con gli esponenti più importanti della comunità che attorniavano il sovrano. E l’atto del bere rappresentava, evidentemente, un momento centrale della festa.

Ciò non stupisce, se pensiamo a riti antichissimi, addirittura preistorici (vedi Göbekli Tepe), in cui i nostri avi facevano ampio uso di bevande alcoliche (vino, birra, met, ecc.) oppure di droghe naturali vegetali prima, durante e/o subito dopo le cerimonie religiose. Inebriarsi, evadere dalla realtà per raggiungere altri livelli di coscienza. Un tempo questa procedura poteva far credere alle genti di avvicinarsi a un mondo proibito che nel quotidiano era prerogativa degli dei. Era questo che voleva fare il re della saga scandinava medievale? Bere sul mare per sentirsi vicino agli dei? Per poter aprire almeno uno spiraglio fugace sull’Olimpo nordico? Forse. E il “gioco di Freyrs”? Di che si trattava? Probabilmente di un rito religioso dedicato a un’arcaica divinità della fertilità e dell’abbondanza. Sia come sia, alla festa di Jul il re guerriero scandinavo voleva alzare il boccale circondato dai fidi compagni. Il riposo del guerriero.

La Caccia selvaggia

Natale pagano: la festa di Yule

L’Orda di Asgard, Peter Nicolai Arbo, 1872. Galleria Nazionale di Oslo. Norvegia.

All’elemento del bere si associava poi nella tradizione nordica il cosiddetto julbock, che era un caprone fatto di paglia. L’animale simbolizzava i caproni del dio Thor, quelli che trainavano il suo carro. Ma i caproni di Thor non potrebbero essere anche il modello della divinità animalesca la cui maschera nasconde oggi il volto del sacerdote wiccan? Uno stregone dalle sembianze caprine? Non potrebbe espletare la macabra funzione di capro espiatorio per i culti pagani, dopo che il caprone era stato ridotto, durante il Medioevo, a uno dei tanti volti diabolici? Il diavolo della Chiesa Cattolica medievale era rappresentato proprio così, come un caprone antropomorfo dallo sguardo feroce. Le povere donne che il tribunale dell’Inquisizione dava in pasto ai torturatori e poi condannava al rogo, le cosiddette streghe, non confessavano forse – ovviamente distrutte dalla tortura – di unirsi carnalmente a una sorta di caprone osceno giunto dall’inferno?

Dicembre. Gennaio. Al nord significano buio perenne, freddo glaciale. La tradizione germanica riconosceva in questo periodo più scuro dell’anno una componente selvaggia e misteriosa. A partire dal 25 dicembre, secondo le leggende avite, si susseguono dodici Rauhnächte. Un termine dall’etimologia sconosciuta, laddove l’etimo ruch, che ne rappresenterebbe il cuore, potrebbe forse (ma è solo un’ipotesi) significare peloso, pelliccia. Dunque ancora animali? Sì, potrebbe essersi riferito a demoni vestiti con pellicce di animali che proprio nel corso di quelle dodici notti si sarebbero aggirati, protetti dal buio, nei paraggi dei centri abitati. Demoni maligni? Gli antichi Germani conoscevano queste creature e gli avevano dato un nome: Wilde Jagd, la Caccia selvaggia.

Natale pagano: la festa di Yule

Il dio Odino a capo della Caccia selvaggia, August Malmström

Si tratta di un mito inquietante e affascinante al tempo stesso. Una masnada di cacciatori sovrannaturali giunge dal cielo notturno in una delle dodici Rauhnächte, quindi in una delle notti che seguono il 25 dicembre. Un motivo presente anche nei Paesi scandinavi, noto con il nome di Caccia di Odino o Orda di Asgard. È un’orda di morti, di fantasmi dannati che scendono giù dal cielo buio urlando e lamentandosi come cani impazziti. Talvolta a queste urla si associa una sorta di musica. In questo caso la Caccia selvaggia predice qualcosa di positivo. Purtroppo però, per la maggior parte, i cavalieri celesti annunciano un’imminente sventura.

Non si tratta di un’orda maschile, vi prendono parte anche donne e bambini. Di solito sono infelici morti troppo presto, suicidi o vittime di morte violenta. Anime inquiete, si potrebbe dire. In ogni caso, un pericolo per i vivi. Coloro che hanno l’ardire di assistere a questo spettacolo, alla Caccia selvaggia che si precipita dal cielo sulla terra avvolta dalle nuvole nere in un tumulto di grida e lamenti da strappare il cuore, questi osservatori ignari possono essere rapiti alla vita e trascinati via dai selvaggi cavalieri della notte. Per anni gli sfortunati spettatori spariscono dalla vita di sempre. Vagano prigionieri di un altro mondo. E non solo esseri umani, anche animali possono cadere preda della Caccia selvaggia. Dunque, suggerisce la leggenda, è consigliabile restare a casa in quelle notti fredde e tormentate. Quando l’Oltretomba della dea germanica Hel (la leggendaria Frau Holle) apre le porte e interagisce con il mondo dei vivi.

E oggi?

A lungo l’usanza di celebrare la festa di Yule è sopravvissuta in Scandinavia. Scritti del Medioevo illustrano molto bene la difficoltà che si trovarono a dover fronteggiare i sovrani decisi a imporre, per motivi politici o per il proprio tornaconto, il divieto della Chiesa che proibiva la celebrazione di feste pagane come Yule. Il re norvegese Olaf Tryggyason (968-1000 d.C.) si vide costretto a conservare il costume ancestrale del bere la birra nel periodo di Yule, di Pasqua e della notte di mezza estate. Nelle famiglie contadine, marito e moglie bevevano e recitavano la formula “Alla salute di Cristo e di Santa Maria per un buon anno e per la pace”. Si vede dunque che il binomio bevanda alcolica/rito religioso continuava ad essere strettamente ancorato nella tradizione.

Natale pagano: la festa di Yule

Julbock Bunge Museum, Gotland. XVIII secolo Foto: Wolfgang Sauber CC BY SA 3.0

A ciò si associava l’elemento della paglia, simbolo di fertilità. Sempre nei Paesi Scandinavi si sviluppò l’uso medievale di Julstroh, la paglia di Yule, che veniva stesa a terra nelle case oppure nelle chiese. Dopodiché le pagliuzze si usavano per scopi oracolari, per predire il futuro, per pratiche magiche e anche per il costume bizzarro di dormirci sopra e poi lasciare libero il provvisorio giaciglio affinché ci si coricassero gli spiriti. C’era anche il pane di Yule, preparato dai contadini, tagliato a fette e donato ai poveri. E infine c’era in alcuni luoghi l’uso di preparare una tavola imbandita dalle sedie vuote, lasciate libere per le anime dei morti e le creature sovrannaturali. L’elemento del fuoco, il grande falò acceso in aperta campagna e di certo una reminiscenza alla nascita del dio del Sole, era diffuso dalla Scandinavia all’Inghilterra e sino alla Germania. Il fuoco di Yule.

Oggi la festa di Yule con i suoi usi medievali è sopravvissuta in Scandinavia, laddove la gente a Natale si augura ancora “God Jul!” Dove il costume di fabbricare un caprone di paglia è sempre vivo. Ed è proprio questo animale del dio Thor a recare i regali di Yule/Natale ai bambini svedesi. Rituali del Natale cristiano e della pagana festa di Yule ormai s’intrecciano e vengono praticati nelle famiglie più tradizionaliste, l’uno è divenuto parte dell’altra. Dopo la cena natalizia ha luogo lo scambio dei regali impacchettati nei cosiddetti julklapp, diversi strati di carta regalo che portano ognuno il nome del destinatario e vengono allegramente gettati nel mezzo della stanza. Poi, uno ad uno, i pacchetti vengono aperti, i nomi letti, e i regali consegnati ai presenti. Un’eco del passato, che il neopaganesimo ha rivalutato negli ultimi decenni e, magari concentrandosi soprattutto sui rituali magici adattati alle esigenze moderne, ci invita a conoscere.