Leggende indoeuropee di titani ed eroi

 

 

I Narti, figli del sole. Eroi immaginari, mitici titani. Seguendo il filo delle loro saghe, ci mettiamo sulle tracce di antiche popolazioni caucasiche e quindi ci avviciniamo di un passo all’universo spirituale dei nostri antenati indoeuropei. Quei popoli delle steppe eurasiatiche dai cui dialetti ebbero origine le lingue moderne. Quelli che, giunti a cavallo in una nube di polvere, spazzarono via la Vecchia Europa e plasmarono la preistoria che sarebbe sfociata nelle grandi culture del passato. I Narti, figli del sole, erano i loro eroi.

Le leggende dei Narti nacquero in Ossezia, un territorio del Caucaso situato fra Russia e Georgia, abitato da un’etnia di origini iraniane. Ricordo, a questo proposito, che le lingue iraniche figurano, insieme con il sanscrito, fra le parlate indoeuropee più antiche. Georges Dumézil, grande teologo e appassionato studioso delle saghe dei Narti, scrisse:

“Al centro della catena montuosa del Caucaso (…) vive un popolo cui le ricerche storiche già da più di settant’anni attribuiscono un’importanza che supera di gran lunga l’esiguo, attuale numero dei suoi abitanti: gli Osseti”.

Gli Osseti: un popolo che, nella seconda metà del XX secolo, contava circa 400.000 anime. Oggi vivono approssimativamente 700.000 Osseti nell’Ossezia, in Russia e in Turchia. Un popolo di cristiani ortodossi (80%) e di musulmani (20%) che va fiero della sua discendenza dagli Alani sarmati e dai più antichi Sciti, i temuti guerrieri nomadi delle steppe. Sciti e Alani appartenevano entrambi ai maggiori gruppi indoiranici che popolarono le steppe situate a nord del Mar Nero. Gli Sciti erano presenti in quell’area dall’VIII al III secolo a. C., e gli Alani dal I secolo d. C.. Il nome iranico degli Alani, Aryanam, non può che ricordare i bellicosi guerrieri Aryia che, millenni addietro, conquistarono l’India instaurando il sistema sociale della suddivisione in caste.

Mappa con le popolazioni della regione nord del Caucaso. Nel mezzo, in colore verde chiaro, c'è l'Ossezia, culla delle saghe dei Narti.

Mappa con le popolazioni del Caucaso settentrionale. Nel mezzo, in colore verde chiaro, c’è l’Ossezia, culla delle saghe dei Narti.  copyright: GFDL-CC-BY-2.5

Ma torniamo al I secolo d. C.. Nato dalla fusione di tribù indoiraniche e sarmate, il popolo degli Alani era una vera e propria potenza delle steppe. Ne parlò lo storico Ammiano Marcellino (IV secolo d.C.) che narrò degli Alani come di un conglomerato di differenti tribù unite da uno stesso modus vivendi, da medesimi culti religiosi e credenze. Li descrisse così:

“Gli Alani sono quasi tutti individui slanciati e di bell’aspetto, con capelli di color castano chiaro, terribili nella natura selvaggia che emanano i loro sguardi e veloci grazie alla leggerezza delle loro armi.”(A. Marcellinus, Res Gestae, XXXI, 2.)

Nel 372 d. C., in seguito all’invasione degli Unni, un gran numero di Alani si spostò verso l’Europa occidentale, un’altra parte della popolazione si ritirò invece nelle zone montuose del Caucaso. Eppure né il seguente processo di cristianizzazione, né quello più tardo di islamizzazione dei popoli caucasici poterono sradicare presso gli Alani le antiche credenze pagane. Ma quando, intorno al 1222, irruppero nel Caucaso le orde mongole di Gengis Khan, le tribù alane subirono un duro colpo e nel XV secolo, ormai pressoché decimate, cercarono riparo nelle gole delle montagne che finirono per diventare la loro nuova patria.

Leggende orali degli Osseti

Questi superstiti erano gli antenati degli odierni Osseti. Ebbene, le antiche leggende di tale popolo guerriero furono tramandate a voce. Non esistevano documenti scritti. Tuttavia, alla luce di quello stesso fenomeno che si può osservare presso molte altre culture del passato, non è sempre necessario mettere un testo su carta per conservarne la tradizione.

Osseti in costume storico. Questi si identificano nei discendenti dei Narti, i figli del sole.

Osseti in costume storico. Questi si identificano nei discendenti dei Narti, i figli del sole. Public Domain.

Nei tempi più remoti bastavano due cose: la voce e la memoria. Ancora oggi possiamo vedere la diligenza e la grande facilità con cui, nelle scuole islamiche, i ragazzi imparano a memoria migliaia di versetti del Corano. La memoria umana è un ottimo mezzo di conservazione e offre enormi vantaggi: è indistruttibile e si può portare sempre e dovunque con sé. In questo modo le saghe dei Narti si conservarono tenacemente e continuarono a essere diffuse di padre in figlio. I bardi provvedevano a custodire il tesoro della memoria osseta.

È ovvio che nel corso dei secoli le narrazioni orali abbiano subito anche delle modifiche, che siano stati aggiunti nuovi orpelli leggendari ai vecchi. Ma il nucleo rimase sempre lo stesso. Ed è interessante il fatto che fino al XIII secolo la struttura epica delle saghe dei Narti sia rimasta praticamente intatta. Soltanto con l’arrivo dei Mongoli la pertinace tradizione orale cominciò a disgregarsi.

Affinché non andasse del tutto perduta, fu inserita dai narratori in un contesto più ampio – diremmo oggi: internazionale – includendo nelle saghe anche dei nomi di origine mongola. Così le leggende diventavano parte della nuova società. Infatti se il termine Narti derivava originariamente dalla parola osseta nart che significava gigante oppure eroe, subito trovò un corrispondente nel termine mongolo narta, che significava sole. I Narti divennero così i Figli del sole. Ma se il processo di adattamento delle antiche leggende in un nuovo contesto sociale giunse lentamente al termine e si affermò nel XV secolo, in quest’epoca le saghe ancora non erano state messe per iscritto. La stessa lingua degli Osseti esisteva soltanto come lingua parlata.

Fu nel XVIII secolo che alcuni ricercatori, affascinati da questa popolazione singolare, intrapresero diverse spedizioni nel Caucaso e iniziarono a studiare cultura e lingua osseta sistematicamente, fino a poter compilare una prima grammatica. A questo successo seguì un altro duro colpo. All’inizio del XIX secolo, lo zar di Russia Nicola I intraprese nel Caucaso una rigida campagna militare allo scopo di annettere i territori montuosi all’impero La conseguenza fu che gran parte delle popolazioni… finì per essere eliminata. Oggi chiameremmo quest’operazione dello zar: genocidio.

Il tragico episodio segnò la fine delle antiche tradizioni del Caucaso, i bardi osseti tacquero per sempre, perduti nel turbinio degli eventi insieme con i buoni propositi degli studiosi settecenteschi. Fortunatamente le saghe tennero testa al forzato silenzio. Furono risvegliate dal loro sonno nella seconda metà del XIX secolo, dagli studiosi tedeschi Schiefner e Miller, che le misero per iscritto. Poi, nel 1940, grazie alla buona volontà di alcuni ricercatori russi come Ardasenov, Britaev e Abaev, che andarono anch’essi di villaggio in villaggio a raccogliere il legato degli antichi Osseti, furono trascritte anche in lingua russa.

Parallelismi fra miti dei Narti e leggende greche

È merito di questi pionieri, se le leggende ossete sono sopravvissute e giunte sino a noi. Il primo a mettere per iscritto l’epos dei Narti in lingua russa, era stato Andrej Sikojev. Secondo lui così come secondo lo studioso Jost Gippert, le saghe dei Narti nacquero con sicurezza nel Caucaso settentrionale, e da lì furono poi diffuse e cantate in tutto il territorio caucasico. Il ricercatore russo evidenzia inoltre l’analogia tra le lotte di Soslan – eroe dei Narti – contro un gigante allo scopo di rubargli il fuoco e la lotta del dio Thor contro il serpente Midgard delle saghe nordiche.

Ma è evidente anche l’affinità di quest’avventura di Soslan con la leggenda del greco Prometeo. Mentre l’incontro dell’eroe osseto Urismag con il ciclope Uaig nella grotta di montagna piena di pecore che culmina con l’accecamento del gigante stesso, non può non ricordare il mitico episodio di Ulisse e Polifemo. Queste somiglianze non devono sorprenderci, se solo pensiamo che le leggende ossete, così come quelle greche e scandinave, appartengono ad un unica, medesima matrice indoeuropea.

Lo studio delle saghe dei Narti è quindi molto utile per capire il pensiero, la religiosità e la struttura sociale degli Indoeuropei insediati nella zona del Caucaso che si rispecchiano in modo evidente nel mondo dei Narti. I Figli del sole sono eroi in cui si fondono caratteristiche umane e sovrannaturali. Sono creature astute e poco impressionabili dalla grande forza, in grado di combattere contro i giganti, contro i ciclopi che vivono sulle montagne. Poco inclini a tenerezze sentimentali, i rudi Narti si occupano principalmente di caccia e amano la guerra con una passione innata.

Sembrano davvero fatti di acciaio, questi incredibili personaggi sempre pronti a tener testa ai principi stranieri. Sono forse il lato più oscuro e meno poetico dei loro pendant greci. Lontani da raffinati templi, da svolazzanti pepli e incensi profumati e dall’atmosfera decadente dell’Olimpo, i titanici Narti si sentono a loro agio nella selvaggia natura, tra rocce impervie e fiumi gelidi. Quello è tutto il loro universo. Con gli animali hanno un contatto speciale, possono parlare con gli uccelli. La loro casa è lassù, in cima alle montagne.

Proprio qui abitano tre grandi dinastie di Narti: gli Achsartaggata, celebri per la loro forza, il coraggio e la gloria; gli Alagata dal multiforme ingegno; i Borata, noti per le loro ricchezze. E in queste tre famiglie lo studioso Dumézil ha subito riconosciuto la tipica divisione indoeuropea della popolazione nelle tre caste più importanti: gli Achsartaggata rappresentano la casta dei guerrieri; gli Alagata quella degli sciamani/sacerdoti; e i Borata quella dei commercianti. La casta degli schiavi, che compare nella suddivisione indiana, è presente anche nelle saghe dei Narti, ed è quella degli Azata.

Necropoli dell'Ossezia settentrionale.

Necropoli dell’Ossezia settentrionale. Public Domain.

La struttura dei villaggi descritti nelle saghe dei Narti, rispecchia la società dei villaggi osseti: principi, uomini liberi, schiavi e il gruppo di coloro che sono nati da un uomo libero e da uno schiavo. In questo mondo osseto, le donne non hanno un ruolo importante, non possono frequentare il nichas, luogo di riunione in cui gli uomini prendono decisioni importanti sulla vita della tribù. Il pater familias regola gli affari domestici, come matrimoni o funerali, e le feste dei Narti sono anch’esse il regno degli uomini che si danno al piacere dei banchetti, alle bevande inebrianti e alle danze maschili ballate in cerchio come il simd.

Le armi degli Osseti sono arco e frecce, lancia, spada e pugnale. Il loro compagno è il cavallo, animale delle steppe eurasiatiche per eccellenza, tanto più che oggi sappiamo, grazie allo studio dell’antropologo David Anthony , che questo animale fu addomesticato dai Protoindoeuropei delle steppe già nel V millennio a. C.. Il mondo degli Osseti è popolato da spiriti della natura e divinità celesti come Donbettir, dio del mare e delle acque; Kurdalagon il dio fabbro protettore dei viandanti e dei guerrieri; Uazilla, dio del tuono.

I Figli del sole

E poi ci sono loro, gli eroi dei Figli del sole: i gemelli Achsar e Achsartag che, seguendo delle minuscole macchie di sangue, passano da un’avventura all’altra per poi andare incontro al proprio destino e alla morte; la donna-uccello Dserassa, che richiama alla mente le più antiche dee-uccello della Vecchia Europa, tanto più che il suo nome porta quelle due “s” tipiche per i nomi preindoeuropei; Urismag e Chamiz, i due Narti più vecchi; Shatana che venne alla luce nella bara della madre defunta, eroina ammaliante e al contempo pendant osseto della greca Demetra; il tenebroso Sirdon che non esitò a far uccidere il proprio figlio pur di avere in dono i tori dei Narti; Soslan, eroe nato da una pietra, che uccise il figlio di Sirdon e fu perseguitato dall’odio di questi; Batrads fatto d’acciaio e nato dalla schiena possente del padre guerriero; e infine il gentile Azama che sposò la bella Agunda. Le loro storie sono suddivise in cinque cicli che portano i nomi degli eroi principali: Derassa, Shatana e Urismag, Soslan, Batrads e Azama.

La prima leggenda dei Narti inizia con Dserassa, figlia del dio del mare Donbettir, che si trasforma in colomba e penetra nel giardino dei Narti per rubare l’unica mela d’oro dell’albero magico dai fiori blu. Ma una freccia di Achsartag ferisce la colomba che vola via, impaurita, e ritorna nel mare. Achsar e Achsartag la inseguono e la sarabanda di avventure comincia tra una festa e una vendetta, una nascita obsoleta e una morte cruenta. Il quinto e ultimo ciclo di saghe termina allegramente, con il matrimonio di Azama e Agunda. Ma ci sono anche altre leggende altrettanto antiche che, pur appartenendo al patrimonio osseto delle saghe dei Narti, non rientrano in questi cinque cicli. Una di esse racconta la fine della stirpe dei Narti. Il crepuscolo dei titani osseti è poco epico, crudo, essenziale, scevro da inutili orpelli. Comincia così:

“Per tutta la vita i Narti avevano combattuto e cacciato. Avevano annientato la forza di molti loro nemici e non c’era più nessuno in grado di vincerli. Dunque si misero a pensare con chi avrebbero potuto confrontarsi in futuro.”

Gli eroi cercavano ancora una sfida. E, in mancanza di contendenti, decisero di misurarsi con il loro dio. Dunque lo ignorarono completamente. Rinnegarono la sua presenza. Quando quello vide che i Narti non gli rivolgevano più le loro preghiere, mandò dal cielo una rondine, affinché questa chiedesse agli eroi di che mai si fossero offesi. Il temerario Urismag rispose al messaggero alato che i Narti erano stanchi di pregare un dio invisibile, uno che non avevano mai veduto. Che costui finalmente si mostrasse ai loro occhi e misurasse le proprie forze con quelle degli eroi. La sfida.

La divinità ascoltò meditabonda il resoconto della rondine, poi inviò ai Narti una risposta pacata e altrettanto terribile: „Dopo che vi avrò vinti, che volete che io compia ancora? Devo forse eliminare del tutto la vostra stirpe dalla faccia della Terra? Oppure vi augurate che rimangano in vita dei discendenti vostri, se pure molto più deboli di voi?“  I Narti erano indecisi. Meglio sparire del tutto oppure avere dei discendenti balordi? Discussero animatamente. Alla fine fu Urismag a prendere la decisione definitiva: meglio sparire del tutto, piuttosto che vivere senza gloria.

Allorché la divinità apprese la decisione sprezzante dei Narti, andò su tutte le furie e li maledì: „Che la vostra giornata sia solamente lavoro e che un intero mucchio di grano vi renda appena un chicco, che alla fine abbiate un solo sacco!“
E così fu. Più di un unico sacco di grano gli eroi non riuscirono a ricavare dai loro campi e dal sudore della loro fronte. Ma i Narti erano astuti. Adottando un ingegnoso stratagemma, poterono vivere di un unico sacco per un anno intero. Ancor più infuriato, il dio li maledì nuovamente. Ma ad ogni maledizione i Narti trovavano rimedio. La loro furbizia li salvò ripetutamente dall’ira divina.

Forse questo braccio di ferro sarebbe continuato all’infinito se un giorno i Narti, annoiati, non si fossero detti: „Ma perché facciamo tutto ciò? Non eravamo forse d’accordo con il nostro dio? Non avevamo forse scelto di morire una morte gloriosa, piuttosto che vivere una lunga vita senza onore?“ E questo pensiero segnò la fine del glorioso popolo dei Narti. I guerrieri caucasici, gli indomiti titani delle montagne, preferirono la gloria di una vita all’eterna salvezza dell’astuzia umana.