A partire dalla metà del VIII millennio a.C. sorsero nel Medio Oriente le prime metropoli dell’umanità, centri che si estendevano su vaste superfici (13,5 – 15 ettari) e ospitavano migliaia di persone. Alcuni millenni prima della nascita dell’Egitto dinastico e delle città-stato sumere, nel Levante c’erano grandi centri urbani. Genti di culture a noi estranee e pressoché sconosciute vi praticavano riti funerari, cerimonie religiose. Elementi di importanza vitale, necessari all’identificazione del singolo individuo nel contesto sociale e culturale che lo circondava. Ad un certo punto queste “mega città” scomparvero senza lasciare traccia. Un silenzio che durò millenni. Soltanto molto più tardi sarebbe nata la grande cultura mesopotamica di Sumer.

Testimonianze dalle tombe: culto dei crani

Alle origini delle città orientali gli antropologi collocano piccoli centri, semplici villaggi. Questi erano formati da clan di individui appartenenti a una medesima cultura e caratterizzati dallo stesso sistema di vita, basato sulla caccia e la raccolta, nonché dagli stessi riti funerari. Probabilmente si trattava di gruppi di famiglie consanguinee. Si pensa che gli abitanti di questi primi villaggi potessero raggiungere più o meno la cifra massima di 150 membri. Per un motivo ben preciso: una volta oltrepassato questo numero, risulta piuttosto difficile mantenere il controllo sociale e il rapporto personale di fiducia necessario alla base della comunità.

La Mezzaluna fertile, territorio in cui sorsero le metropoli preistoriche. Copyright Bjoertvedt secondo Norman Einstein CC BY SA 3.0

La Mezzaluna fertile, territorio in cui sorsero le metropoli preistoriche. Copyright Bjoertvedt secondo Norman Einstein CC BY SA 3.0

Centri di questo tipo sorgevano nell’odierna Turchia già nel IX millennio a.C., sul territorio anatolico intorno e non troppo lontano da Göbekli Tepe. Basti ricordare i siti di Cayönü o Nevali cori. Erano abitati da cacciatori-raccoglitori, probabilmente persone che vissero nella medesima tradizione di chi, secoli or sono, aveva edificato i fantastici templi rotondi di Göbekli Tepe. Che tali genti appartenessero a una stessa cultura, si vede dall’uso comune di simboli e arte figurativa. Segni che, partire dai santuari di Göbekli Tepe, appaiono dovunque, sino al confine con l’Iran e alla località di Tell Qaramel, a nord-ovest della Siria.

Statua di Ain Ghazal.

Statua di Ain Ghazal.

Tuttavia, fino a prova contraria, questi centri preistorici non erano metropoli. Le prime grandi città si svilupparono altrove, nelle regioni situate fra la Siria meridionale e il Mar Rosso. Nel Levante. In territori e presso culture accomunate dal culto dei crani. Laddove, a partire dalla metà del IX millennio a.C., i crani dei defunti venivano disseppelliti, asportati e ricoperti di argilla che, rimodellata, raffigurava le fattezze dei volti perduti. Diversi crani di questo tipo sono stati trovati in Siria nel sito neolitico di Aswad, presso Damasco. Commoventi volti d’argilla, ognuno dei quali presenta lineamenti differenti, le fattezze del defunto. Alcuni frammenti fanno pensare che i crani, inizialmente, siano stati esposti in posizioni rialzate e siano poi caduti a terra. La tappa finale delle teste modellate aveva luogo nella fossa mortuaria, situata in camere non più abitate oppure negli spezi vuoti fra una casa e l’altra.

Durante l’VIII millennio a.C., i villaggi si ampliarono rapidamente raggiungendo superfici di 15 ettari, popolati da migliaia di individui. Il paleopatologo Michael Schulz pensa che il veloce sviluppo fosse dovuto al nuovo tipo di economia, basato principalmente sull’agricoltura e l’allevamento del bestiame. Rispetto alla vecchia economia di sola caccia e raccolta, la nuova offriva maggiori vantaggi, in quanto si basava su risorse più sicure e controllabili. Questo portava a una situazione più sicura e quindi a un maggiore numero di nascite e a una maggiore sopravvivenza infantile. Le famiglia potevano espandersi, moltiplicarsi con più facilità.

Un fattore di primaria importanza che però, secondo il preistorico berlinese Hans Georg Gebel, non sarebbe bastato, da solo, a provocare la nascita rapida delle metropoli del Levante. L’intervento di un ulteriore fenomeno si era rivelato decisivo in questo senso: le continue ondate migratorie da regioni sovrappopolate situate ad ovest del Giordano. Sia come sia, le metropoli levantine curavano interessanti e proficui contatti con il mondo esterno. Erano centri di commercio per la distribuzione di prodotti regionali e merci straniere. Si importava il turchese proveniente dal Sinai, la malachite del Golfo di Aqaba, l’ossidiana dalla Turchia centrale e forse anche dalla Penisola araba, mentre i coralli e le conchiglie venivano dal Mar Rosso.

Una di queste metropoli era Ain Ghazal, situata nell’odierna Giordania, presso Amman. Alla metà dell’VIII millennio, contava da 3000 a 4000 abitanti. Cifre di tutto rispetto, per l’epoca in questione. Ain Ghazal ha fornito agli archeologi numerosi resti di edifici e tombe, reperti e artefatti di tutti i tipi. Fra questi anche dei crani modellati e delle misteriose statue di calcare o argilla di diverse dimensioni, da piccoli formati raggiungono una grandezza quasi naturale. Le figure più antiche rivelano tracce di pittura, ve ne sono anche a più teste, con accenni di copricapi o pettinature. Pupille immobili ci fissano dai millenni polverosi e incerti.

Famiglie di sangue

Con il passare del tempo questa pratica funeraria dei crani modellati andò perduta. Le teste dei defunti continuavano ad essere rimosse dal resto del corpo e seppellite sotto il pavimento delle case, ma non venivano più sottoposte alla procedura elaborata di un tempo. La situazione, nelle metropoli, doveva essere cambiata in qualche modo. Ma come e perché? Gli archeologi suppongono che le grandi città abbiano iniziato a subire le conseguenze del sovrappopolamento, dello sfruttamento eccessivo delle risorse. Per esempio, la legna da ardere che veniva a mancare. Anche l’allevamento delle capre che divoravano i germogli prima che la vegetazione potesse rigenerarsi portava a un cambiamento decisivo e negativo del territorio.

Le impressionanti rovine di Gerico con la torre dalle funzioni miteriose. Foto: Tamarah CC BY 3.0

Le impressionanti rovine di Gerico con la torre dalle funzioni miteriose. Foto: Tamarah CC BY 3.0

A ciò si aggiungeva il fatto che la selvaggina si teneva sempre più lontana dalle grandi città, rendendo più difficoltosa la caccia che era sicuramente una risorsa ancora molto importante nell’economia delle mega città preistoriche. Infine, osservano gli studiosi, la coltivazione di cereali e legumi soppiantava la crescita di piante selvatiche, come pistacchi, fichi o mandorle, e questo rendeva gli abitanti dei centri cittadini dipendenti dalle proprie coltivazioni.

Nella città di Basta, a sud di Ain Ghazal, fra il 7500 e il 7000 a.C. gli abitanti erano talmente numerosi, che le case venivano edificate l’una addosso all’altra, la costruzione di vie o piazze si faceva sempre più difficile, e la vita sociale si svolgeva principalmente sui tetti delle abitazioni. L’80% della popolazione, così gli esperti, soffriva di malattie causate da mancanze nutrizionali e altre patologie che li colpivano durante l’infanzia o la giovinezza. Un terzo della popolazione soffriva di anemia. Insomma, sembrerebbe che soltanto uno su due abitanti di Basta abbia superato i vent’anni. È ovvio che la causa di morte in gran parte fosse dovuta anche alla mancanza di antibiotici. A volte bastavano un ascesso dentale o un’otite non curati a provocare il decesso.

In particolare gli studiosi si sono stupiti del gran numero di morti infantili. Anche nei siti di Gerico e Abu Hureyra, come a Basta, sono state trovate quantità ingenti di scheletri di bambini sepolti sotto gli edifici. Ma questo non deve per forza significare che vi sia stata un’elevata mortalità infantile in genere. Personalmente interpreto questi reperti più come l’uso atavico di seppellire donne e bambini sotto il pavimento dell’abitazione contrariamente ai defunti di sesso maschile, che venivano sepolti in altro luogo. Una tradizione che troviamo anche nella metropoli di Çatal Hüyük e che suggerisce semplicemente l’esistenza di una struttura familiare diversa da quella basata sul nucleo “padre-madre-bambini”. Concordo con gli antropologi che individuano in queste sepolture tracce di una famiglia di tipo matrifocale/matrilocale fondata sulla consanguineità, e in cui l’individuo maschile partner della donna non veniva considerato parte integrante della famiglia. Di conseguenza non veniva sepolto insieme con donne e bambini.

Siro archeologico di Catal Hüyük, in Anatolia. Foto: Stipich Béla CC BY SA 3.0

Sito archeologico di Catal Hüyük, in Anatolia. Foto: Stipich Béla CC BY SA 3.0

L’antropologo Kurt Alt ha analizzato denti e mandibole portate alla luce nel sito di Basta e confrontato più di 1000 caratteristiche di ogni individuo con quelle di altre popolazioni presenti nella regione. Il risultato del suo studio ha dimostrato che gli abitanti di Basta erano strettamente imparentati fra loro. Dunque, nonostante essi avessero sicuramente contatti di commercio e scambio con genti di altre comunità, le unioni avvenivano prevalentemente fra abitanti della città stessa e delle immediate vicinanze. Se molti membri della comunità erano imparentati fra loro, questo diminuiva il potenziale conflittuale. Si preferiva collaborare, piuttosto che concorrere per appropriarsi delle risorse naturali. I rituali comuni e le comuni credenze non facevano, quindi, che unire gli individui di una stessa comunità diminuendo i conflitti.

A Çatal Hüyük il canto del cigno

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Ricostruzione di un interno di abitazione della metropoli presitorica di Catal Hüyük. Foto: Stipich Béla CC BY SA 3.0

Ma se le famiglie si moltiplicavano da una generazione all’altra, gli spazi invece restavano sempre gli stessi. I campi da coltivare, gli spazi abitativi, i terreni da pascolo non aumentavano, e dunque le situazioni difficili erano inevitabili. Al contrario dei gruppi di cacciatori-raccoglitori che potevano spostarsi liberamente da un luogo all’altro e costruire i loro accampamenti stagionali inseguendo i movimenti della selvaggina, i cittadini del Levante erano “incatenati” al loro terreno, al loro spazio vitale. All’inizio del VII millennio a.C. le condizioni di vita nel Levante erano talmente peggiorate, che le grandi città venivano abbandonate a se stesse. È probabile che il clima abbia avuto la sua parte in questo sviluppo, poiché intorno al 7000 a.C. le piogge si erano fatte rare e non si poteva più fare affidamento sul raccolto dei campi. Ain Ghazal perse il 90% della popolazione nel giro di un secolo.

E stranamente la vita si spostò di nuovo verso la Turchia. È possibile che le migrazioni delle genti del Levante abbiano raggiunto l’Anatolia e siano andate a incrementare la crescita del centro cittadino di Çatal Hüyük, la fioritura di una nuova metropoli. Qui su una superficie di circa 13,5 ettari vivevano 8000 persone. Ovviamente non possiamo affermare con sicurezza che il rapido ed enorme sviluppo di Çatal Hüyük fosse dovuto alle migrazioni dei levantini. Potrebbe essere stato semplicemente il risultato dell’afflusso di popolazioni anatoliche giunte dai villaggi vicini. Tuttavia un indizio che parla per la tesi migratoria del Levante è che in questa nuova metropoli turca sembra aver avuto luogo una fusione di elementi tradizionali del Levante con la tradizione anatolica locale e quella della Mesopotamia settentrionale.

Motivi degli affreschi parietali scoperti nelle abitazioni della mega città rivelano motivi cari ai cacciatori-raccoglitori anatolici di Göbekli Tepe, mentre il tipo di costruzione delle case e la sepoltura dei morti fa pensare ai rituali del Levante. Anche a Çatal Hüyük non c’erano strade e piazze, anche lì la vita pubblica della comunità si svolgeva sui tetti a terrazza delle case costruite l’una contro l’altra, come un alveare di api industriose. I morti continuavano ad essere sepolti sotto il pavimento delle abitazioni, donne e bambini. In una sola casa gli archeologi hanno portato alla luce ben 60 scheletri, ed è un caso isolato il recupero di un cranio modellato come quelli di Ain Ghazal: giaceva fra le mani di una giovane donna.

Imponenti teste di toro scoperte negli edifici di Catal Hüyük. Foto: Stipich Béla CC BY SA 2.0

Imponenti teste di toro scoperte negli edifici di Catal Hüyük. Foto: Stipich Béla CC BY SA 2.0

Nel corso del VII millennio, tuttavia, le metropoli preistoriche orientali continuavano ad essere abbandonate. Una dopo l’altra si trasformavano in deserti di pietre, resti silenziosi di una cultura perduta, oppure sopravvivevano ma tornavano a rimpicciolirsi e a rivestire il ruolo di semplici villaggi. Questa situazione perdurò per migliaia di anni. Soltanto nel IV millennio a.C. sorsero di nuovo grandi centri abitati nella Mezzaluna fertile, ma questa volta la struttura sociale alla loro base sarebbe stata un’altra. Resti di tombe reali, di luoghi monumentali di culto ed abitazioni molto differenziate dimostrano che la società pacifica di tipo ecumenico ed egalitario fu soppiantata da una struttura dominante, gerarchica e guerriera. Era l’epoca in cui in Mesopotamia, fra il Tigri e l’Eufrate, nascevano le città-stato sumere.