Splendori e miserie dell’antica Nekhen

 

 

Hierakonpolis, città del falco, era un centro di grande importanza mille anni prima della costruzione delle piramidi. Originariamente si chiamava Nekhen. Situata nell’Alto Egitto a nord di Edfu, Hierakonpolis era il simbolo del falco Horus, la divinità celeste nella cui tradizione si riconoscevano i primi re d’Egitto. Quelli che ancora non erano detti faraoni, ma già iniziavano l’inarrestabile opera di sottomissione delle Due Terre al loro dominio. I regni del Delta crollavano, uno dopo l’altro, dinanzi agli Shemsu Hor, i Compagni di Horus.

Il falco d’oro nascosto nel tempio

Splendida e misteriosa si presenta la testa d’oro di falco (VI dinastia) oggi esposta al Museo Egizio del Cairo. Un simbolo di Hierakonpolis. Un reperto dall’alto valore iconografico che testimonia l’importanza di Horus all’inizio del Regno Antico. Ma già in epoca predinastica, nel 3600 a. C., il falco “dalle ali variopinte” era giunto a dominare le Due Terre. Gli Egizi lo chiamavano il Lontano. E Nekhen, situata sulla riva ovest del Nilo di fronte al centro di Nekheb (ubicato dall’altra parte del fiume), era la sua città. Nekhen e Nekheb: il dio falco Horus e la dea avvoltoio Mut. Due potenze che incarnavano l’aspetto maschile e femminile del cielo.

Testa del falco Horus scoperta a Hierakonpolis da F. Petrie. Probabilmente risale alla VI dinastia. Museo Egizio del Cairo.

Testa del falco Horus scoperta a Hierakonpolis da F. Petrie. Probabilmente risale alla VI dinastia. Museo Egizio del Cairo.

Fu il grande egittologo inglese sir Flinders Petrie, nel 1887, a rendersi conto della ricchezza di reperti presenti in quella zona e ad iniziare gli scavi nel sito aiutato dagli archeologi James E. Quibell e Frederick W. Green. I suoi lavori iniziarono dal cosiddetto forte, una costruzione enigmatica che si erge solitaria nel mezzo del deserto e potrebbe essere appartenuta a re Khasekhemui. Nelle vicinanze del forte, Petrie scoprì delle tombe predinastiche intatte. Si avventurò, quindi, in direzione ovest, sino a imbattersi nella più grande necropoli predinastica mai scoperta in Egitto, che è tutt’oggi oggetto di ricerca di diversi team archeologici.
Laggiù, sotto i pochi resti di un tempio tolemaico distrutto, venne alla luce la splendida testa di falco rivestita in foglia d’oro, l’estremità di una statua-stendardo di Horus dal corpo in rame. Era stata sepolta in un pozzo, là dove un tempo si ergeva una stanza del tempio. Poi, in un’altra camera dello stesso edificio, si scoprì una magnifica statua di rame del faraone Pepi I, e infine la statua di scisto di re Khasekhemui, ultimo sovrano della II dinastia.

Non era che l’inizio. Le scoperte si susseguirono incalzanti ed emozionanti al tempo stesso. In un’area situata a est del tempio, sotto quella che era stata la pavimentazione, vennero alla luce altre camere antiche piene di oggetti regali: statuette, teste di mazza dei sovrani, figurine di faience, vasellame, tavolette da trucco cerimoniali. Gli archeologi si erano imbattuti nel deposito principale del tempio. Centinaia di oggetti che risalivano all’epoca predinastica e protodinastica. Una scoperta eccezionale. Fra i più noti: la Tavoletta di Narmer e le teste di mazza di re Narmer e di re Scorpione. Avevano scoperto il primo spazio sacro, quello arcaico, dedicato a Horus.

Abitazioni, manifatture e… tanta birra

Il sito di Nekhen fu abitato in modo continuato a partire dal 4500 a. C., durante la Cultura di Badari. Raggiunse la massima estensione intorno al 3700- 3500 a.C., epoca in cui la città di Nekhen non occupava soltanto la pianura coltivata in riva al fiume, ma si addentrava per ben 3 km nel deserto. Vero e proprio centro urbano, Nekhen disponeva di un’area abitata, una zona industriale, una zona di culto, un’area di magazzini per le provviste e anche un’area di deposito rifiuti. Le abitazioni erano semi-sotterranee, fornite di stufe e granai. Tipico vasellame di Nekhen è quello rosso dal bordo nero dei periodi predinastici Naqada I e Naqada II, una ceramica di ottima fattura. Tra gli artefatti della Cultura di Naqada spiccano le splendide tavolette con raffigurazioni di animali ed esseri mitici.

Ma anche la birra veniva prodotta in grande stile a Nekhen. La ricercatrice Barbara Adams riteneva che la grande importanza di Nekhen potesse essere proprio l’ampia capacità di produzione e diffusione dei prodotti in tutto l’Egitto. Insomma, il potere economico. A questa funzione primaria si associava poi quella religiosa. Nekhen rappresentava il centro di culto dedicato al dio falco, le cui tracce sono rimaste soprattutto nell’area desertica. Probabilmente si ergeva sulle sabbie, in epoca predinastica, un’ampia palizzata di legno di 50 m di lunghezza che delimitava lo spazio sacro. In questo temenos erano ubicate una manifattura di vasellame e una struttura amministrativa/cerimoniale diretta da una casta di sacerdoti. Le tracce di tali attività sono rappresentate dai resti di vasellame e di ossa animali. Le ultime testimoniano i sacrifici rituali svolti nell’ambito di pratiche religiose.

Paletta dei due cani scoperta nel deposito principale di Hierakonpolis. Ashmolean Museum, Oxford.

Tavoletta dei due cani scoperta nel deposito principale di Hierakonpolis. Ashmolean Museum, Oxford.

Ma ho scritto più sopra che la produzione maggiore di Nekhen sembra essere stata quella della birra. Sono stati trovati, infatti, dei grandi otri di ceramica che, sottoposti ad analisi, hanno rivelato il loro contenuto di un tempo: farina di farro con una piccola componente di orzo cui era stato aggiunto in alcuni casi il frutto ziziphus spina Christi. Elementi che suggeriscono la produzione di birra. E questo particolare ricorda subito il sito molto più arcaico di Göbekli Tepe, in Anatolia (ca. 9500 a.C.), in cui si erge il complesso templare più antico dell’umanità. Anche nei pressi di Göbekli Tepe veniva prodotta della birra, probabilmente impiegata nel corso delle festività religiose. Alcol e religione all’inizio delle culture umane? E perché no? Una possibilità curiosa e interessante che non si può escludere. Di certo l’utilizzo di stupefacenti e/o alcol può portare a particolari stati alterati di coscienza, a visioni, allucinazioni.

Morti eccellenti

La necropoli predinastica di Nekhen riveste particolare importanza anche perché è una delle poche aree cimiteriali in cui si distingua chiaramente la netta suddivisione in due zone differenti: una destinata alle tombe di un gruppo elitario (una classe dominante) e l’altra per le sepolture della gente comune. Siamo dinanzi ai primi morti eccellenti delle Due Terre. Il che significa: ai primi segni di una distinzione in classi, segni inequivocabili di una struttura gerarchica cui facevano capo dei governanti, dei re. E le differenze fra ricco e povero nell’Egitto del 3600 a. C. erano davvero grandi.

I poveri venivano sepolti in semplici fosse ovali, deposti in posizione fetale, il volto rivolto a ovest, coperti da modeste stuoie di materiale vegetale, con un corredo funerario esiguo costituito da qualche vaso, scodelle, piccole collane, cesti intrecciati, umili pettini per i capelli. L’area cimiteriale dell’élite, invece, presenta grandi tombe di forma rettangolare scavate nelle sabbie del deserto, sorrette da fondamenta di mattoni o roccia che originariamente erano circondate e sormontate da ampie costruzioni in legno. Sono rimaste tracce di grossi pali lignei conficcati nel suolo. Probabilmente erano anche dipinte, come dimostra il famoso affresco della “tomba 100”, detta anche “painted tomb”, rimosso dalla sepoltura. Una parte di esso, recuperata da Petrie, si può ammirare oggi al Museo del Cairo. Queste sepolture, provviste di cappella funeraria, erano poi colme di corredi di tutto rispetto. Grandi otri, oggetti di fine artigianato ricavati da materiali esotici, talvolta giunti da luoghi lontani.

La presenza di tombe con grandi cappelle funerarie, che sembrano essere il preludio alle imponenti mastabe di epoca protodinastica, dimostra una volta di più l’esistenza di cerimonie religiose dedicate ai defunti e celebrate nelle Due Terre già nel Predinastico. Le datazioni dei resti di pali che sorreggevano la struttura in legno, infatti, hanno rivelato un’età non indifferente: 3790-3640 a. C.

Paletta dei quadrupedi, Nagada III (3300-3100 a. C.), Museo del Louvre

Tavoletta dei quadrupedi, Nagada III (3300-3100 a. C.), Museo del Louvre.
Foto: Mbzt2011 CC BY-SA 3.0

Due delle maschere predinastiche meglio conservate sono state trovate proprio nel cimitero di Nekhen, e si pensa fossero destinate a cerimonie funebri. Ma accanto a queste tombe d’eccezione venivano sepolti anche animali. Gazzelle, coccodrilli, leopardi, leoni, scimmie, ippopotami, uri, elefanti. Naturalmente su tutti prevalgono i cani, che già da millenni erano animali domestici e servivano alla caccia o alla guardia di altri animali. Si trattava di offerte funerarie per i facoltosi defunti, una ricchezza di animali che rappresentava lo status del morto.

L’enigma della “tomba 72”

Recentemente, durante la stagione di scavo 2014, è stata scoperta una nuova tomba nella necropoli di Hierakonpolis/Nekhen. Il team archeologico era diretto dalla dottoressa Renée Friedman. Si tratta di una struttura che misura 13 m di lunghezza per 9 m di larghezza e originariamente era circondata da una doppia palizzata di legno. All’interno della tomba sono stati trovati oggetti eccezionali, come una statuetta maschile barbuta d’avorio di ippopotamo, dal grande naso aquilino, che misura ben 32 cm di altezza; un vaso con incisione di leone di squisita fattura; sette splendidi pettini d’avorio di ippopotamo decorati con figurine animali. Datazione: 3700 – 3600 a. C. Coltelli litici e punte di freccia, e misteriose pietre di malachite di diverse forme completavano il corredo funerario della “tomba 72”.

Statua di re Khasechemwy, l'ultimo sovrano della II dinastia. Ashmolean Museum, Oxford. Foto: Udimu CC BY 3.0

Statua di re Khasekhemui, l’ultimo sovrano della II dinastia. Ashmolean Museum, Oxford. Foto: Udimu CC BY 3.0

La sovrastruttura in legno, sostenuta da pali con diametro di 20 cm e tipica per le tombe elitarie di Nekhen, fu bruciata già nel Predinastico. Al danno si pose rimedio nel corso della I dinastia, tramite il riempimento della tomba con sabbia e la ricostruzione di alcuni dei pilastri. Sembra che questa sepoltura sia stata parte di un complesso che includeva anche le tombe di altri individui giovani e di animali. Nelle immediate vicinanze sono stati infatti individuati resti ossei di leopardi, babbuini, pecore, capre, cani e forse anche di struzzi.

Purtroppo le ossa umane del nobile defunto furono rimosse nel Predinastico, probabilmente in occasione dell’incendio appiccato alla sovrastruttura in legno. A giudicare dai pochissimi resti ossei trovati sul fondo del pozzo centrale della sepoltura, il morto era una persona giovane, di 17-20 anni d’età. Chi distrusse la sua ultima dimora senza altresì rubare gli oggetti che si trovavano all’interno di essa? E perché lo fece? Fu un atto vandalico dettato dalla voglia di vendetta? Secondo l’egittologa Renée Friedman, il proprietario della “tomba 72” fu forse addirittura un re predinastico. Un giovane di cui non sono rimaste che le ossa di qualche dito e alcuni frammenti del bacino. Tutto il resto fu gettato via da mani impietose, per ragioni ignote, nelle sabbie roventi del deserto.

Per approfondire il tema dell’Egitto predinastico e protodinastico, rimando al mio saggio “Prima di Cheope” edito da Nexus Edizioni, 2013.