Il santuario più antico del mondo

 

 

Göbekli Tepe. Il più antico santuario di pietra al mondo, in gran parte edificato circa 12.500 anni fa. Il complesso si erge su un altopiano roccioso della Turchia, in Anatolia, a 750 m di altezza. Qui, nel 1994, l’archeologo tedesco Klaus Schmidt (recentemente scomparso) scoprì i resti di edifici delimitati da centinaia di pilastri a forma di tau che possono raggiungere un’altezza di 6 metri e sono decorati con bellissimi rilievi. Il complesso sacro abbraccia diversi templi ed è situato a 15 km dalla città di Sanliurfa, l’antica Edessa.

Veduta-sito-archeologico-Göbekli-Tepe- complesso-A--D-2011- Foto- Teomancimit Own Work- CC BY-SA 3.0

Göbekli Tepe. Veduta del sito archeologico. Complesso A-D. 2011. Quando i templi erano rotondi. Foto- Teomancimit Own Work- CC BY-SA 3.0

Chi erano i costruttori di questi santuari, eretti migliaia di anni prima dei templi egizi e delle ziqqurat sumere? Cacciatori, ma anche coltivatori allevatori, presumono alcuni studiosi. In centri situati a poca distanza da Göbekli Tepe e anche l’uno dall’altro – Nevali Cori, Cayonu e Gürcür Tepe -, all’esterno dell’area sacra in cui si ergono i templi, sono stati portati alla luce resti di abitazioni private e di case forse destinate a sacerdoti o ai custodi dei complessi sacri. Erano edifici di modeste dimensioni, fatti di fango e mattoni crudi su fondamenta di pietra, con un focolare nel mezzo. Nelle vicine località di Cayonu e Nevali Cori è individuabile uno strato più antico di capanne rotonde e uno successivo costituito da costruzioni a pianta rettangolare con una substruttura in pietra, che doveva servire a immagazzinare le provviste alimentari.

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Göbekli Tepe. Raddrizzamento di un pilastro a forma di tau con rilievo di volpe. Questa forma era un elemento tipico dei santuari del Neolitico. Lo si ritrova nella cultura del Danubio, legato al femminino sacro. . Foto-Guérin Nicolas – CC BY-SA 3.0

All’interno di una casa di Cayonu, sotto il piano di calpestio pavimentato, vi era un gran numero di crani e ossa umane. Questo ricorda senz’altro i riti del Paleolitico incentrati sui crani dei defunti, le cui tracce sono emerse negli insediamenti di Bilzingsleben in Germania, nelle grotte di Atapuerca in Spagna, a Krapina in Croazia e a Predmosti nella Repubblica Ceca. Nella stanza principale della casa, s’innalzava un altare. Tutt’intorno all’edificio di abitazione di Cayonu erano state piazzati delle steli di pietra.

Come vivevano queste genti? Di che si cibavano? Dall’analisi dei resti fossili, sappiamo che l’alimentazione dei clan di dell’Anatolia era ricca di cereali, vegetali e soprattutto selvaggina: gazzelle, cinghiali, volpi, onagri, uri. Tutte le abitazioni sono disposte a raggiera intorno a una montagna, il monte Karadja-Dag, sulle cui pendici sono state individuate tracce della coltura di cereali. Gli inizi di una tecnica di essenziale importanza. I primi centri agricoli della preistoria si sono sviluppati qui, dicono gli esperti, in questi territori dell’Anatolia. Qui avrebbe preso corpo, nel corso dei secoli, quel cosiddetto pacchetto del Neolitico che avrebbe portato alla rivoluzione agricola neolitica. Una svolta fondamentale nella storia umana. Inoltre dall’organizzazione necessaria a mantenere le coltivazioni, a rifornire gli insediamenti di selvaggina, a costruire i monumentali santuari di pietra, si può dedurre che le prime comunità anatoliche fossero in continuo, stretto contatto fra loro.

Erano dei seminomadi. Klaus Schmidt pensava che i santuari fossero stati eretti da clan che si spostavano dalla Siberia alla Palestina, sino all’Europa occidentale. Göbekli Tepe era, a suo avviso, un punto d’incontro in cui si tenevano cerimonie religiose e si celebravano insieme feste e banchetti. Un luogo di culto centrale di grande importanza che accomunava i diversi gruppi.

Gli edifici più antichi di Göbekli Tepe risalgono a 12.500 anni fa

La cosa interessante è che, a un certo punto, ci fu un abbandono del territorio. Forse a causa di cambiamenti climatici estremi che costrinsero queste genti a cercare altri luoghi di permanenza. I clan non si limitarono ad abbandonare i santuari, ma li seppellirono sotto tonnellate di terra, affinché rimanessero inviolati. Per nostra fortuna. Perché proprio grazie a questa misura di sicurezza, si sono conservati in modo impeccabile e sono giunti sino a noi.

Dettaglio-di-statua-con-serpente-Museo-di- Şanlıurfa Foto -Klaus-Peter Simon - Eigenes WerkCC BY-SA 3.0

Dettaglio di pilastro antropomorfo con serpenti di Göbekli Tepe. Museo di Sanliurfa. Il serpente ricorre spesso negli elementi architettonici di Göbekli Tepe e potrebbe indicare il legame con la divinità serpente dell’acqua e dell’aria presente nella cultura del Danubio. Foto>: Klaus-Peter Simon CC BY-SA 3.0

Göbekli Tepe è un prodigio della preistoria e, al contempo, fonte di sempre nuove conoscenze. Non dimostra soltanto che i nostri antenati erano in grado, già 12.000 anni fa, di costruire santuari di pietra di tutto rispetto, ma rivaluta anche la figura del cacciatore seminomade di per sé, che solitamente viene considerata inferiore a quella del più tardo agricoltore sedentario, molto più primitiva e non in grado di produrre opere di grande portata. Ebbene, Göbekli Tepe dimostra il contrario. Grande creatività, tenacia, capacità costruttive, organizzazione logistica ben funzionante.

Una prestazione eccezionale. L’innalzamento di splendidi santuari, il loro interramento che precedette l’abbandono, e poi la costruzione di altri edifici sopra le antecedenti vestigia interrate: azioni che hanno portato alla formazione di un colle di 15 m di altezza, il quale presenta diversi strati di occupazione. Lo strato più profondo e più antico (ca. 12.500 anni fa) è quello dei santuari litici rotondi, che sono anche i più imponenti.

Mentre lo strato superiore, che probabilmente risale a 10.800-10.000 anni fa, non presenta la medesima monumentalità. I pilastri recano anch’essi rilievi molto simili a quelli più antichi, ma non raggiungono l’altezza dei precedenti. I santuari non sono più rotondi ma assumono forma rettangolare, sono più piccoli. Sembra che questi discendenti non abbiano voluto – o potuto – competere con la grandezza degli avi. Proprio allo stadio più recente appartiene la statua del cosiddetto Giove di Urfa, una figura maschile con il pene eretto che potrebbe simbolizzare la fertilità.

Non sappiamo se i pilastri a forma di tau che delimitano i templi fungessero da sostegno per un tetto, ma sulla parte superiore di alcuni di essi vi sono diversi fori che farebbero pensare alla copertura dei santuari – forse soltanto periodica – con tettoie di pelli o altro materiale deperibile. Non è però da escludersi che si trattasse di santuari a cielo aperto, provvisti di un tetto rimovibile. In ogni caso i pilastri – alcuni di essi antropomorfi – sono costellati di rilievi con figure di animali e simboli misteriosi. Queste immagini, alcune delle quali sono state individuate anche in altri siti preistorici siriani, vengono ritenute dall’egittologo Ludwig Morenz i primi elementi che precedono un sistema di scrittura.

Göbekli-Tepe-veduta-zona-sud-Rolfcosar - Eigenes WerkGFDL

Göbekli Tepe. Veduta della zona sud del complesso. Foto: RolfcosarGFDL

Klaus Schmidt osservò a suo tempo che tra i reperti di Göbekli Tepe mancano le figurine femminili tipiche dell’epoca preistorica, né si riconoscono espliciti simboli di fertilità. Per tal motivo, nonostante non siano stati trovati resti di sepolture, Schmidt identificò nel complesso sacro della collina un santuario per il culto dei morti. Alcune figure di animali, come quelle delle gru dalle gambe quasi umane, suggerirono all’archeologo tedesco che si trattasse di raffigurazioni di sciamani. Un elemento interessante. Ricorda senz’altro le pitture e incisioni di sciamani delle grotte franco-iberiche.

Culto dei morti o di una divinità femminile?

Segno misterioso è una specie di H rovesciata, scolpita su diversi pilastri. Spesso quest’acca è accompagnata dal simbolo arcaico delle fasi lunari (luna piena posta sopra la falce della luna crescente), da serpenti e da un ragno. Secondo la teoria del professor Morenz, potrebbe trattarsi di un simbolo che più tardi diverrà un segno di scrittura.  Ma mi colpiscono particolarmente i serpenti che lo accompagnano. A mio avviso, la presenza predominante del serpente sui pilastri di Göbekli Tepe fa pensare alle immagini sacre del Neolitico così come appaiono nella cultura del Danubio: rappresentazioni della divinità femminile dell’acqua e dell’aria. Il serpente, che cambia pelle, è anche simbolo di trasformazione. La raffigurazione delle mutazioni del femminino sacro che va di pari passo con le differenti fasi lunari, i diversi periodi dell’anno e il ciclo mestruale della donna; la forma a tau dei pilastri; la pianta rotonda dei santuari più antichi: tutto questo rafforza l’ipotesi.

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Göbekli Tepe. Scultura di cinghiale. Museo di Sanliurfa. Foto: Klaus-Peter Simon -CC BY-SA 3.0

C’è poi un altro dato importante. Un’incisione appartenente allo strato superiore di scavo e quindi meno antico ma pur sempre datato nel IX millennio. Si trova fra due pilastri decorati con raffigurazioni di felidi, elementi architettonici che hanno dato il seguente nome alla struttura in questione: Edificio dei pilastri leonini. Tra le due steli è collocata una panca litica, e sulla panca c’è l’incisione di una misteriosa sagoma femminile. L’atteggiamento della figura è quello di una partoriente, assomiglia al famoso dipinto parietale del vicino sito neolitico di Chatal Hüyuk. La donna sembrerebbe, inoltre, avere due teste: una divinità femminile e bicefala della fertilità? Il pendant della statua maschile con il membro eretto?

Come si vede, l’interpretazione religioso-sociale del complesso sacro è molto difficile e siamo appena all’inizio. Si pensa che il 90% del sito di Göbekli Tepe sia ancora da scoprire. L’archeologo francese Jacques Cauvin spiega l’esclusività del luogo collocandovi uno sviluppo sociale ben preciso: il passaggio da una società di cacciatori-raccoglitori a una comunità sedentaria e agricola. Abbiamo visto che la coltura dei cereali sembra essere stata praticata da queste genti anatoliche di pari passo con la caccia, e che sono stati trovati resti di insediamenti anche se di modeste dimensioni. L’ipotesi di Cauvin si basa su indizi interessanti.

Ci troviamo di fronte a un luogo di culto dedicato alla divinità femminile della fauna e della fertilità? Un santuario della rinascita? Un complesso sacro in onore dei morti? Aspettiamo di vedere i nuovi reperti che ci porteranno gli scavi futuri. Inafferrabili nel loro significato più profondo, i templi rotondi di Göbekli Tepe sono un unicum agli albori della protostoria.