Nell’Alto Egitto si ergeva la città dei re

 

 

Il tempio di Edfu, la residenza del falco Horus. Prima del santuario tolemaico che possiamo ammirare tutt’oggi, si ergevano a Edfu altri edifici sacri, alcuni dei quali risalivano con sicurezza almeno sino al Regno Antico, probabilmente anche al Predinastico. Gli Egizi ritenevano che nelle cripte segrete del tempio fossero stati seppelliti gli dèi delle origini, così narrano le leggende sacre. Le mura del complesso sono ricoperte di splendidi bassorilievi che illustrano cerimonie religiose ed episodi mitici della teogonia egizia.

Una volta all’anno si celebrava la festa di Behedet: rappresentazione del viaggio della dea Hathor che, partita da Dendera, si recava con la sua imbarcazione ad Edfu per incontrare il compagno Horus. Diverse navi si muovevano dunque in processione lungo il Nilo, trainando la barca che trasportava un simulacro della dea. Il viaggio durava circa quattro giorni e il momento culminante della festa era la visita alle tombe degli dèi di Edfu, e cioè di tutti quelli che avevano preceduto Horus sul trono delle Due Terre.

Edfu appare nei miti quale luogo della nascita di Horus. È un sito delle origini. I geroglifici incisi sulle pareti del santuario raccontano che nella notte dei tempi, dalle acque melmose del Nun, a Edfu s’innalzò un colle e dal canneto cresciuto sulla sommità di quest’altura si librò in volo il falcone Horus. Nell’anno 100 a.C. un sacerdote fece incidere nel tempio il seguente testo:

Tempio Edfu Disegno

Facciata del tempio di Edfu.Disegno dal “Pierers Konversationslexikon”, 1891 Stoccarda.

“Questa residenza perfetta, il distretto di Horus-Ra, è il suo orizzonte sulla terra. È la casa dell’apparizione di Sua Maestà, è il grande trono del suo Ka, su cui egli si mostra di giorno e su cui egli si addormenta la sera. È il santuario del figlio del sole protetto da Chepre, il luogo in cui il suo corpo viene nutrito sin dalle Origini. È la casa del falco, la residenza del sovrano, la tomba del falco dalle ali colorate. È il grande luogo degli dèi illustri (…) il colle originario di Horus.”

Dunque l’antica Behedet era il complesso tombale degli dèi antichi, il luogo della nascita di Horus, il punto d’incontro annuale di Horus e Hathor. E non solo questo. Era anche il sito della battaglia tra Horus e i nemici di Ra. Contrariamente alla concezione cristiana di Dio che abbiamo oggi, gli egizi pensavano che i loro dèi, pur tornando eternamente in vita, andassero soggetti a malattie e morte. Anche il vecchio Ra, alla fine del suo regno, si ammalò. Ne approfittarono i sudditi ribelli che lo attaccarono durante un suo soggiorno in Nubia.

Ra chiamò subito in aiuto il figlio Horus. Ed ecco il racconto dei sacerdoti di Edfu: “Anno 363 del regno di Ra-Harachte, Signore dell’Alto e del Basso Egitto, che viva in eterno. Sua Maestà si trovava in Nubia. I suoi soldati (…) volevano ribellarsi. (…) Ra viaggiava nella sua barca e il suo seguito con lui. (…) Horus di Behedet si trovava nella barca di Ra e disse a suo padre Ra-Harachte: – Vedo i nemici che si ribellano contro il loro signore. Che la potenza del tuo ureo possa colpirli!-

(…) Sua maestà Ra-Harachte disse: – Per il tuo ka, Horus di Behedet, figlio di Ra, nobile che nacque dal mio seme! Attacca subito il nemico che ti si para dinanzi!- Horus di Behedet volò verso l’orizzonte sotto le spoglie del grande disco alato del sole, e per questo lo si chiama ancora oggi “grande dio e signore del cielo”. Dopo che egli ebbe visto i nemici dal cielo, si mostrò ai loro volti quale toro Api. Infuriato, volse la fronte nella loro direzione. Allora quelli non potevano più vedere con i loro occhi, né sentire con i loro orecchi, e l’uno uccideva l’altro nel giro di un secondo, così che nessuno sopravvisse.

Horus di Behedet giunse allora come il falco Schenebti dai molti colori, come sole alato, alla barca di Ra-Harachte. E Thot disse a Ra: – Signore degli déi, quello di Behedet è venuto quale falco Shenebti e grande sole alato e le sue braccia colpirono con forza i cattivi.-

(…) E dunque Ra abbracciò Horus e lo strinse al petto (…)

Horus di Behedet disse a Ra: – Va’, o Ra, affinché tu veda che i tuoi nemici sono caduti.-

Sua maestà andò, e la dea Astarte con lui. Dopo che egli ebbe veduto che i nemici erano stesi a terra e le loro teste spaccate, Ra disse a Horus: – Questo è un luogo piacevole.-

(…) Ra disse poi a Thot: – Questa è la punizione dei miei nemici.- (…)

David Roberts - Il Tempio di Edfu

Tempio di Edfu, pittura di David Roberts. Clicca qui per accedere a una galleria virtuale con le pitture di David Roberts.

Horus volge minaccioso la propria fronte contro i nemici. Più avanti, in altre descrizioni della battaglia, i sacerdoti saranno ancora più espliciti e parleranno chiaramente dell’ureo (cobra) posto sulla fronte di Horus, tremendo strumento di morte che accecava e inceneriva i nemici con il suo alito infuocato. L’ureo era talmente importante, che i faraoni ne conservarono per sempre il simbolo, immortalandolo nel diadema che gli ornava la fronte.

Di primo acchito sembrerebbe di aver a che fare con un’arma da fuoco ante litteram. Subito dopo si è tentati di confinare l’ureo inceneritore nel regno delle favole. Un dettaglio è tuttavia particolarmente intrigante. Negli scritti sacri l’ureo veniva paragonato all’occhio fiammeggiante di Horus “nato dal fuoco radioso e dalla mano di Ra”. Cos’era questo “fuoco di Ra”? Poteva trattarsi della sacra fiamma del fabbro. In questo caso sarebbe stato un’arma di metallo.

Tanto più che Manetone stesso equiparò nelle sue liste Ptah – padre di Ra – al greco Efesto, il fabbro degli dèi. Il re avrebbe confezionato di sua mano un’arma imbattibile che inceneriva i nemici. La cosa diviene ancor più interessante se pensiamo che nel tempio di Edfu, come in altri complessi sacri, c’erano delle stanze adibite a officina e laboratorio chimico. Qui si preparavano gli incensi, si lavoravano i metalli e l’oro, serbando così il segreto dell’arte alla sola casta dei sacerdoti.

Inoltre, nei racconti dei testi sacri di Edfu, appare continuamente un gruppo di persone strettamente legate a Horus: i Mesentju. Questi lottano a spalla a spalla con il sovrano contro i nemici. L’archeologo Gaston Maspero identificò i misteriosi compagni d’armi di Horus con dei fabbri nubiani. Anche gli Shemsu-Hor, secondo Wallis Budge, erano dei fabbri. Ancora un legame con l’officina di Ptah/Efesto. Abbiamo forse a che fare con una stessa funzione cui adempivano sia i Mesentju sia gli Shemsu-Hor? Fabbricare armi era essenziale in una società guerresca come quella fondata da Horus. Forse i Compagni di Horus introdussero in Egitto la metallurgia tipica delle stirpi protoindoeuropee che avevano messo fine al mondo della Vecchia Europa.

Per approfondire il tema dell’Egitto predinastico e protodinastico, rimando al mio saggio „Prima di Cheope“ edito da Nexus Edizioni, 2013.

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