Il trovatore tedesco e i prodigi tecnologici del „Parzival“

 

 

Kyot di Provenza fu colui che tramandò al trovatore Wolfram von Eschenbach il segreto del Graal. La conoscenza di Kyot si basava sicuramente su testi più antichi  dell’epos di Chréstien de Troyes. Che cos’era, dunque, il Graal di Wolfram? Una pietra caduta dal cielo, la lapsit exillis. E questa pietra aveva delle proprietà miracolose. Per non parlare poi di una misteriosa colonna luminosa…

Il Graal: reliquia dalle diverse funzioni

Non soltanto la lapsit poteva guarire dalle malattie chi si soffermasse per un certo periodo al suo cospetto, ma donava ai propri custodi addirittura l’eterna giovinezza e l’immortalità. Nessuno, nel castello del Re pescatore, era autorizzato a tenerla tra le mani eccetto una vergine, Repanse de Schoye. E prima di lei la custode del Graal era un’altra fanciulla, la vergine Schoysiane. Perché il Graal si lasciava toccare esclusivamente da mani femminili. Invece il Re pescatore, signore del castello, si limitava a portare il titolo di sovrano del Graal.

Dai frammenti del “Titurel” ci giungono altre informazioni. Una milizia scelta, quella dei cavalieri Templeisen, protegge la preziosa reliquia. E qui è evidente il collegamento fra Graal e Templari. Inoltre Wolfram racconta che la pietra lapsit exillis, dopo essere caduta dalla corona di Lucifero, è stata salvata dagli angeli, i quali l’hanno portata sulla terra e donata al capostipite della dinastia graalica: Titurel.

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Duello fra Parzival e Feirefiz, manoscritto Biblioteca di Heidelberg.

Di fronte all’immagine degli angeli, si potrebbe pensare che il poeta volesse creare un collegamento tra il mito graalico e l’elemento cristiano. Invece Wolfram fa esattamente il contrario. Si permette di formulare un’affermazione stupefacente che rasenta l’eresia: sono gli “angeli neutrali” – spiega il poeta – a salvare il Graal. E gli angeli neutrali sono quelli che, durante la lotta tra Dio e Lucifero, assunsero una posizione neutrale , cioè non presero le parti di nessuno dei contendenti. “Angeli pieni di onore, valore e dignità” li chiama Wolfram, e poi soggiunge “Se Dio li perdonò, non mi è dato di sapere.”

Dunque Titurel ha ricevuto la pietra luciferina dalle mani di angeli che non parteggiavano né per il Bene né per il Male. Una rivelazione sorprendente. Ma il mistero s’infittisce allorché il poeta tedesco parla di un’altra funzione del Graal. La lapsit exillis sceglie i nuovi candidati che avranno il permesso e l’onore di unirsi alla famiglia graalica: “Una scritta in lettere appare esternamente sul bordo della pietra, e reca il nome e il Paese d’origine della persona – di sesso femminile o maschile – che segue il sentiero della salvezza. Non c’è bisogno di grattar via l’iscrizione. Non appena si è letto il nome, essa sparisce da sola, mentre la si guarda.” Da dove ha tratto Wolfram, uomo del Medioevo, la descrizione di una pietra simile? Sembra di trovarsi davanti ad un computer anti litteram.

La colonna luminosa

Le sorprese non finiscono qui. Il Graal non è il solo oggetto incredibile che appare nei versi del poeta tedesco. Ce n’è un altro altrettanto sorprendente. Vediamo quale. Dopo che Parzival e Gawan si sono recati insieme alla corte di re Artù, le loro strade si dividono ed ognuno segue la propria avventura. In groppa al suo cavallo, Gawan raggiunge il castello di Merveille. Qui s’inoltra in uno stretto corridoio che porta al tetto.

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Duello fra Parzival e Keye, manoscritto Biblioteca di Heidelberg.

E proprio sul tetto scorge qualcosa di incredibile. Lascio la parola a Wolfram: “Lassù brillava una colonna che non era di legno: era luminosa, così resistente e spessa, che la bara della nobile Camilla ci sarebbe poggiata sopra comodamente.(…) La colonna si alzava alta all’ombra di un padiglione (…) Gli (N.d.A. : a Gawan) sembrava che si potessero vedere nel pilastro tutti i Paesi e che questi si muovessero in cerchio e che le montagne si spingessero a vicenda l’una con l’altra come durante la confusione di una battaglia. Ed egli vide in questa colonna persone che cavalcavano, che avanzavano, che camminavano e che stavano ferme. Prese posto in una nicchia per studiare questo spettacolo.(…) Gawan interrogò una colta dama riguardo la colonna che aveva veduto, e la pregò di spiegargli di che si trattava. Ella gli rispose:- Da quando l’ho vista per la prima volta, la grande pietra preziosa risplende giorno e notte in questo Paese, nel raggio di sei miglia. Tutto quello che accade in questo territorio, sia sull’acqua che sulla terra, si vede nella colonna. Essa mostra sempre immagini reali: sia che si tratti di un uccello o di selvaggina, sia che si tratti di stranieri o gente sconosciuta. Guardando la colonna, li si può controllare. Il suo raggio d’azione raggiunge le sei miglia. Essa è così perfetta che nessun martello e nessun fabbro possono danneggiarla, nemmeno facendo uso d’abilità e forza.-”

Che cosa vede Gawan nel castello Merveille? Sembrerebbe quasi che si sia trovato dinanzi ad una sorta di apparecchio in grado di trasmettere immagini.

Diversi indizi disseminati nei tre poemi di Wolfram testimoniano la sua conoscenza – fosse pure marginale – di scritti arabi e, soprattutto, il suo interesse per il sapere e gli usi dei Paesi musulmani. All’epoca di Wolfram furono proprio gli arabi a tradurre dal greco, a custodire e tramandare molte opere scientifiche ed esoteriche antichissime.

L’astronomo musulmano Abbas ibn Firnas aveva costruito nell’870 d.C. un apparecchio per volare e l’aveva addirittura sperimentato. Studiosi del calibro di Alberto Magno o Gerbert d’Aurillac ben conoscevano gli scritti arabi, e di essi s’erano serviti per costruire i primi automi di cui si abbia notizia, una sorta di robots anti litteram in grado di parlare o camminare.

Tudela, città natale di Kyot, non era lontana da Tarazona e in quest’ultimo centro spagnolo visse nel XII secolo il vescovo Michele di Tarazona, appassionato alle opere degli studiosi arabi. Michele fondò nella sua diocesi un centro di traduzione che ben presto divenne noto in tutto l’Occidente. Il nesso tra Wolfram e queste città della Spagna settentrionale è più che evidente. In alcuni versi del “Parzival”, Wolfram racconta che il manoscritto scoperto da Kyot a Tudela era redatto in lingua araba. Lo stesso Kyot era in grado di leggerla e scrivela.

In un altro passaggio il poeta tedesco cita addirittura i nomi dei pianeti in arabo, incapace di individuare i loro corrispondenti latini. Proprio come se volesse riportare delle parole a lui sconosciute che aveva sentito ma non poteva tradurre. Ex Oriente lux: nel poema di Wolfram vi sono forse tracce di antichi prodotti tecnologici mediorientali? Che il segreto del Graal non sia da cercare nel patrimonio letterario celtico, ma piuttosto in Oltremare? In quella che fu per anni la sede e il teatro di battaglia dell’Ordine del Tempio? I Templeisen di Wolfram, difensori del Graal e del castello di Munsalvaesche, altri non sono che i Templari. Il poeta elesse questo ordine a custode del Graal, mentre avrebbe potuto scegliere i Cavalieri Teutonici, che ad Eschenbach erano di casa e con cui egli sicuramente aveva buoni rapporti. Invece optò per l’ordine francese.

Ex Oriente lux?

Per quale motivo? Forse perché Wolfram riportava fatti di cronaca, cose che aveva udito da Guillelm di Tudela, e non un racconto del tutto fantastico di sua invenzione. È quindi possibile che, come sosteneva lui stesso, esistesse veramente una tradizione graalica antica e una dinastia che continuava, con l’appoggio dell’Ordine templare, a custodire la preziosa reliquia.

Il Graal, lapsit exillis, si staccò dalla corona di Lucifero, portatore di Luce e Conoscenza. Gli angeli neutrali scesero sulla terra a incoronare re Titurel e posero il Graal nelle mani di una donna, sua figlia Schoysiane. La dinastia graalica fondata da Titurel, quella che sarebbe proseguita nella persona di Lohengrin, figlio di Parzival, era la dinastia degli Angiò.

Wolfram lo dice chiaramente: Parzival era un anschouwin, un angiovino. La misteriosa iscrizione apparsa sulla lapsit exillis ordinò a Lohengrin, erede e nuovo re del Graal, di prendere in moglie la duchessa Elsa di Brabante, imparentata con la potente casata dei Bouillon (Buglione). E qui, con i Bouillon, inizia la leggenda del Cavaliere del cigno.

Per approfondire il tema Graal e Templari, rimando alla lettura del mio saggio „L’Eresia templare“ edito da Venexia Edizioni, 2008.