La memoria ritorna

 

 

Primi indizi sul caso Kaspar Hauser. Così descrive un contemporaneo l’incredibile apparizione di Kaspar a Norimberga nella Pentecoste dell’anno 1828:

“Un cittadino (…) se ne stava accanto alla propria casa da cui voleva raggiungere la cosiddetta Torre Nuova, allorché, guardandosi intorno, vide un giovane vestito come un contadino e dai movimenti goffi. Il ragazzo si sforzava d’ incedere, similmente ad un ubriaco, senza riuscire a star dritto e a muovere correttamente i piedi. Il suddetto cittadino si avvicinò allo strano tipo, e il giovane gli porse una lettera diretta all’ “Eccellentissimo, illustrissimo Signor Cavaliere del IV Squadrone, VI Reggimento Svevo, Norimberga.” Poiché tale cavaliere abitava nelle vicinanze della Torre Nuova, il cittadino prese il ragazzo con sé e lo condusse all’edificio (…)”

Il padrone di casa, il cavaliere von Wessenig, in quel momento non c’era. Interpellato quindi dalla servitù del cavaliere sulla sua provenienza, il ragazzo riusciva a fatica a parlare e ripeteva sempre la stessa frase:”Diventare cavaliere come mio padre.” Dopodiché scoppiò in lacrime. Le gambe gli facevano male, non si reggeva più in piedi, aveva fame e sete.

Gli dettero un pezzo di carne e della birra; ma Kaspar Hauser non riuscì a mandar giù la bevanda e, dopo aver provato per un po’a masticare la carne, alla fine la sputò a terra stomacato. Mangiò invece con soddisfazione pane ed acqua. Un testimone racconta che “a casa von Wessenig lo si ritenne ben presto un selvaggio, e di conseguenza lo si alloggiò, sino al ritorno del cavaliere, nella stalla, insieme con i cavalli. Egli si stese subito sul fieno e cadde in un sonno profondo.”

Anche al presidio di polizia, dove fu condotto in seguito da von Wessenig, la perplessità fu grande. Non si irusciva a ricostruire la storia del ragazzo, a venire a capo della verità.

Norimberga_1900

Cartolina di Norimberga nel 1900 con vista sul castello. Nel mezzo è visibile la torre rotonda in cui fu rinchiuso Kaspar Hauser.

Il giurista Anselm von Feuerbach ebbe l’occasione di conoscere Kaspar di persona. Si occupò a lungo del suo caso, analizzandolo dal punto di vista criminalistico. Feuerbach raccontò che, dal presidio, il ragazzo fu condotto in prigione nella torre della città. Qui Hauser rimase per un mese intero. Ogni curioso poteva andarlo a vedere, come si fà con gli animali di uno zoo.

Peripezie di un povero ragazzo

In un’epoca in cui la televisione non esisteva, Kaspar Hauser era la sensazione della città. Feuerbach lo vide giocare nella sua cella con immagini colorate e cavalli di legno. Ma questa condizione assurda non poteva durare a lungo. La salute psichica del ragazzo, esasperato dalle presenze costanti dei curiosi, cominciava a risentirne.

i ricordi di Kaspar hauser

I primi ricordi di Kaspar Hauser riguardavano le visite di uno sconosciuto nella cella. (Disegno a china di Johann Georg Laminit 1775–1848)

Fortunatamente l’insegnante liceale Georg Friedrich Daumer decise di ospitare Kaspar nella propria dimora. Voleva studiare il caso da vicino, giungere alla verità, ma anche assicurare al ragazzo un ambiente tranquillo e occuparsi della sua educazione. La richiesta di Daumer fu accettata dal sindaco di Norimberga, e l’insegnante divenne il tutore di Kaspar. Per la prima volta nella sua breve vita, il ragazzo fu circondato dal calore di una famiglia, seguito dalla madre e dalla sorella del giovane professore. Hauser trascorse così un anno sereno. Daumer gli insegnò a leggere e a scrivere, a dipingere, addirittura a suonare il pianoforte.

L’allievo apprendeva velocemente, si rivelava sveglio, intelligente e sensibile. Ed era assetato di sapere. Ma di pari passo con la normalità, sembrava tornare anche la memoria perduta. Presto i primi indizi sulla sua vita passata vennero alla luce. Dopo un anno i ricordi di Hauser cominciarono ad affiorare, presto fu in grado di descrivere gli ultimi giorni della propria prigionia. Si cristallizzò l’immagine di un uomo, il suo carceriere, che Kaspar Hauser non aveva mai visto in faccia e che gli fece visita tre volte nella cella. Lo svegliava di soprassalto, lo trascinava fuori e, sorreggendolo, gli insegnava a fare i primi passi. Una scena irreale, da incubo. L’unico contatto del ragazzo con un essere umano.

Forse confidando di riacquistare del tutto la memoria, Kaspar annunciò pubblicamente di voler scrivere un’autobiografia. Fu questa decisione ad essergli fatale? Si temeva che il giovane avrebbe svelato cose che dovevano rimaner segrete? Si temevano quegli indizi pericolosi che avrebbero potuto condurre alla verità?

L’attentato

Fatto sta che il 17 ottobre 1829 Hauser fu vittima del primo attentato. In casa Daumer. Un individuo penetrò nascostamente nell’edificio e colpì Kaspar Hauser con un oggetto tagliente, ferendolo gravemente alla fronte. Poi fuggì.

Il trauma fu grande. Il ragazzo era convinto che l’aggressore fosse il suo ex carceriere, e che questi presto sarebbe tornato per ucciderlo. Inoltre, dopo tale episodio, Kaspar fu trasferito presso una nuova famiglia, quella del magistrato Biberbach, sotto la sorveglianza continua di due poliziotti e di un nuovo tutore: il barone Gottlieb von Tucher.

La soluzione non era delle migliori: Kaspar e la signora Biberbach non si capivano per niente. Ben presto la situazione precipitò; l’insistenza della donna, che non dimostrava il minimo tatto nei confronti di Kaspar e della sua sfera personale, irritò il ragazzo a tal punto, che questi iniziò a mentire per sfuggirle. Alla fine, il barone Gottlieb von Tucher si vide costretto ad accogliere Hauser nella propria casa.

Iniziò un secondo periodo tranquillo, foriero di novità positive: sembrava che Kaspar Hauser ricordasse alcune parole ungheresi legate alla sua infanzia. Vi erano immagini nuove che tornavano di continuo nei suoi sogni, e in cui apparivano un blasone nobiliare, le sale di un castello, una bambinaia straniera che lo teneva in braccio. Indizi interessanti.

Il barone von Tucher collegò immediatamente i ricordi di Kaspar alla vicenda misteriosa del castello di Beuggen. Si raccontava che qui, nel 1815, qualcuno avesse tenuto prigioniero un piccolo principe, la cui bambinaia era appunto un’ungherese. Il blasone del castello di Beuggen assomigliava incredibilmente a quello che aveva sognato e poi disegnato il ragazzo. Si cercò dunque la bambinaia in questione, Anna Dalbonne. Forse la donna avrebbe potuto fornire una risposta. Nessuno poteva immaginare che proprio i ricordi di Kaspar avrebbero portato il ragazzo a una morte brutta e prematura.