Chi scrisse il copione proibito?

 

 

„La Venexiana“. Dialoghi serrati, atmosfera prevalentemente notturna, erotica, incalzante. Tre protagonisti: Iulio, giovane studente dell’Università di Padova, e due nobildonne veneziane, la vedova Angela e la sposata Valeria. Entrambe si innamorano di lui, tutte e due lo vogliono esclusivamente per sé. E Iulio, compiaciuto, si reca in gondola agli incontri clandestini in palazzi rischiarati a lume di candela, passando da un letto all’altro, da una promessa all’altra. Nessuna delle due può vincere la battaglia d’amore. Alla fine tutto è illusione. L’unico vero vincitore sarà lui, Iulio, l’amico della notte.

Un piccolo capolavoro di erotismo in cinque atti, petulante e scomposto, che finisce con la riappacificazione dei futuri amanti Iulio e Valeria. Temendo che la rivale Angela, a suon di regali preziosi, splendidi banchetti notturni e la sottomissione più completa, riuscisse ad accaparrarsi definitivamente i favori di Iulio, Valeria aveva usato la tecnica forte. Aveva chiuso la porta in faccia allo studente voglioso, ancor prima che questi potesse toccarla con un dito. Quando lui già credeva di essere a un passo dal suo letto, si era negata all’approccio. Lo aveva messo così di fronte alla scelta: o lei o l’altra. E Iulio si era deciso per lei.

Soltanto dopo che lo spavaldo Iulio confessa di aver passato una notte d’amore con Angela e le chiede perdono gettandosi ai suoi piedi, Valeria manda la servetta al piano di sopra. L’ora è giunta. Concederà allo studente di passaggio il suo corpo di lusso. La serva Oria, complice delle trame amorose, deve andare di sopra dal marito tradito e ignaro, riferirgli che Madonna Valeria non si sente bene e vuole stare da sola. La serva sorride maliziosa ai due amanti abbracciati nell’atrio del palazzo. La sua frase conclude l’ultima scena: “Lasciate fare a Oria che a tutto provvederà, bene e presto.”

Ritratto di giovane con pelliccia, Giorgione. Così potremmo immaginare Iulio, il protagonista de La Venexiana.

Ritratto di giovane con pelliccia, Giorgione. Così potremmo immaginare Iulio, il protagonista de La Venexiana.

Sei personaggi in cerca d’autore 

Complessivamente i personaggi della commedia sono sei: lo studente straniero Iulio, la ricca vedova Madonna Angela (orig.: Anzola), la sposata Madonna Valeria (orig.: Valiera), Nena servetta di Angela, Oria servetta di Valiera e il facchino-gondoliere Bernardo. Nobildonne e domestiche sono veneziane, Iulio e il facchino vengono dal Ducato di Milano. L’opera è un unicum nel panorama del teatro cinquecentesco italiano. Quando i pezzi teatrali ancora muovono i primi passi sulla scena con le rappresentazioni sanguigne del Ruzante e quelle classicheggianti da salotto più erudito, già La Venexiana si presenta sorprendentemente realistica, moderna, cruda, spregiudicata. Il linguaggio è il veneziano del XVI secolo. Una parlata dura, ha poco a che fare con il dolce dialetto di Carlo Goldoni, adottato due secoli dopo. Si tratta di una commedia di alto livello, senza dubbio, anche se poco conosciuta. Ed è uno scritto anonimo. Il filologo Emilio Lovarini lo scoprì all’inizio del XX secolo nella Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia.

Chi scrisse La Venexiana? La nota di colophon (descrizione testuale riportata alla fine del manoscritto) recita:

“Non Fabula non Comedia ma vera Historia. Fidelis servus vester Hieronymus Zarellus.”

Il che significa:“Non favola, non leggenda, ma storia vera. Il vostro servo fedele Hieronymus Zarellus.” Bizzarro nome. La firma dell’autore? Se sì, Zarello è un letterato a noi ancora sconosciuto, non conosciamo nessuno scrittore cinquecentesco che si chiami così. Uno pseudonimo? No. Lo stile della Venexiana non corrisponde a quello di nessun altro scrittore noto dell’epoca. Probabilmente Zarello era soltanto il copista, colui che mise la commedia su carta, dicono gli studiosi. Tanto più che sulla prima pagina del manoscritto originario appare il titolo sibillino:

“La Venexiana, comedia de…”

Ed è subito un giallo. Sì, perché i fogli con la commedia sono stati inseriti in un codice che contiene molti altri componimenti letterari di diversi autori più o meno noti (Codice miscellaneo Marciano) e si differenziano molto dalle pagine restanti per aspetto e consistenza. Oggi appaiono completamente bianchi: inchiostro sbiadito, carta di cattiva qualità. Solo il titolo è leggibile: “La Venexiana, commedia di…” Sembra davvero una beffa. Poi, come per incanto, una lampada a raggi x fa emergere la scrittura minuta sulla carta.

Flora, Tiziano.La giovane donna bionda in camicia potrebbe essere Madonna Valiera de La Venexiana, la nobildonna maritata.

Flora, Tiziano.La giovane donna bionda in camicia potrebbe essere Madonna Valiera de La Venexiana, la sposata.

A questo punto gli esperti dicono che l’inchiostro e la carta della Venexiana non sono quelli tipici, adottati all’epoca dai copisti di professione. Troppo scadenti, non assicuravano di certo la durata del testo. A ciò si aggiungono delle note riportate qua e là in abbondanza, per indicare a quale atto appartengano alcune scene. Ci sono inoltre correzioni dappertutto. Quindi?

Non si tratta di una copia. Ci troviamo di fronte alla redazione autentica della commedia, quella in cui La Venexiana fu recitata. L’originale. Forse il pezzo teatrale fu messo in scena un’unica volta, per un pubblico scelto, non furono eseguite delle copie. L’autore non intendeva scrivere un’opera duratura. Dopo la recita, La Venexiana non avrebbe più avuto ragione d’esistere.

Non è quindi da escludersi che l’opera ci sia pervenuta per puro caso. Salvata in extremis da qualcuno che ne comprese il valore e, alla fine dello spettacolo, raccolse i fogli sparsi. Sì, ma perché allora quest’uomo non riportò sui fogli anche il nome dell’autore? Sicuramente la grafia di chi scrisse “La Venexiana, commedia di…” è differente da quella di chi ha scritto il testo della commedia. Dev’essere la scrittura di colui che salvò il manoscritto e lo inserì nel Codice miscellaneo Marciano. Eppure l’ammiratore dell’anonimo veneziano decise di riportare soltanto il titolo e i puntini di sospensione, lasciandoci per sempre nel mistero. Per quale motivo?

La Venexiana: un copione che scotta

Vediamo cosa ci può rivelare ancora il manoscritto. Torniamo alla descrizione riportata nel colophon, sull’ultima pagina: “Non favola, non leggenda, ma vera storia”, annotò il fantomatico Zarello. Dunque un fatto di cronaca? Ludovico Zorzi scrisse:

“La vera historia assicurata dall’explicit sarebbe in questo caso un fatto di cronaca, uno scandalo realmente avvenuto in qualche famiglia della ricca borghesia mercantile o del patriziato, che l’autore, appartenente con ogni verosimiglianza allo stesso ceto, si divertì a riversare nella vicenda della commedia, contaminandolo e mascherandolo con uno spunto novellistico.” (L. Zorzi, “Scheda per La Venexiana”)

Un episodio realmente accaduto nella Venezia del Cinquecento, un fatto che coinvolgeva famiglie importanti. Un copione che scotta, diremmo oggi. Ecco perché l’autore non volle apporvi il proprio nome. È probabile che la commedia sia stata rappresentata un’unica volta, nella sala di un palazzo privato, per un gruppo d’élite, gente che ben conosceva i veri protagonisti dello scandalo narrato dalla Venexiana e poteva, quindi, leggere fra le righe. Tant’è vero che l’anonimo ha sparso qua e là piccoli indizi, riferimenti ai personaggi reali che sicuramente fecero sorridere gli spettatori.

Chi era Angela? E Valeria? La commedia svela che le due donne erano cugine. La prima, molto ricca e vedova, viveva in un bellissimo palazzo sul Canal Grande. Iulio si recò in gondola all’incontro amoroso. Mentre il nome Valeria/Valiera potrebbe indicare una donna di casa Valier, famiglia antica e potente. Spesso ci si rivolgeva alle donne di queste illustri dinastie, come per esempio Morosini o Foscarini, chiamandole Madonna Morosina, Madonna Foscarina. E qui abbiamo Madonna Valiera.

Madonna Angela, la ricca vedova de La Venexiana? Lo splendido dipinto è la Venere allo specchio di Tiziano.

Madonna Angela, la ricca vedova de La Venexiana? Lo splendido dipinto è la Venere allo specchio di Tiziano.

Ciò spiegherebbe anche la posizione eminente del marito di Valiera che, nell’ultima scena della commedia, la moglie stessa definisce Messer Grando. Così veniva comunemente chiamato il capo del Consiglio dei Dieci. Un’autorità di tutto rispetto, forse la persona più influente della Repubblica. Secondo il filologo Giorgio Padoan, entrambe le donne appartenevano alla famiglia Valier, e Madonna Valiera era sposata con un alto magistrato.

Se dunque Madonna Valiera, sposata con il capo del Consiglio dei Dieci o con un altro magistrato importante, tradiva il marito con un giovane studente di passaggio, si trattava davvero di uno scandalo di grande portata. L’autore, una volta deciso – per qualche motivo a noi oscuro – di rivelare il fatto a una cerchia limitata di persone tra le mura sicure di un palazzo, faceva bene a omettere il proprio nome. Non poteva correre il rischio di essere denunciato per calunnia o magari ammazzato dagli sgherri del nobile cornuto. Anzi, sarebbe stato meglio eliminare il copione del tutto, a spettacolo finito.

Ma chi ebbe l’idea temeraria – e la faccia tosta – di mettere in scena una commedia talmente pericolosa? Ludovico Zorzi ipotizzò che l’autore fosse un nobile appartenente a una Compagnia della Calza. Queste erano associazioni di giovani patrizi, club di lusso che organizzavano feste, banchetti, spettacoli. Per il lustro della Serenissima. Qualche volta anche per burla. Dunque un rampollo di nobile schiatta che oltrepassò i limiti della decenza e del buon gusto? E se il suo nome fosse stato… Iulio?

Per la versione integrale de „La Venexiana“ clicca qui