Da pedofilo omicida a Barbablù

 

 

Gilles de Rais, un pedofilo e assassino seriale. E Charles Perrault, uno stimato letterato parigino che pubblicò, nel 1697, il piccolo volume dal titolo “Contes de ma mère l’Oye, ou Histoires du temps passé”. Si trattava di una raccolta di favole moraleggianti. Come spesso accade, nonostante lo scrittore avesse al suo attivo una vasta produzione letteraria di livello decisamente superiore, proprio il volumetto di favole gli donò il privilegio dell’immortalità. Uno dei suoi racconti più noti è quello di “Barbablù”. Ha impressionato generazioni di bambini per l’elemento misterioso della stanza proibita, ampiamente sfruttato nei film dell’orrore (vedi il trash “Non aprite quella porta” del 1974). Pochi sanno che Barbablù fu creato sul modello di un mostro vero: il barone Gilles de Rais, maresciallo di Francia.

Il fascino della stanza proibita

Barbablù è un signore che abita in un castello e, come dice il suo nome, ha una folta barba di colore blu. Una caratteristica che, ai tempi di Perrault, non sembra essere risultata attraente, ma aver risvegliato un certo disgusto soprattutto nel gentil sesso. Eppure Barbablù riesce ad avere diverse mogli. Come mai? Perché è molto ricco, ricchissimo, e le giovani fanciulle dei dintorni sono attratte dal suo patrimonio. Unico problema: tutte le sue mogli scompaiono improvvisamente senza lasciare traccia. Fino al giorno in cui arriva l’ultima sposa.

Barbablù e la chiave maledetta. Silografia di Gustave Doré per il racconto di Perrault, 1867.

Barbablù e la chiave maledetta. Silografia di Gustave Doré per il racconto di Perrault, 1867.

Appena un mese dopo le nozze, Barbablù annuncia alla moglie di dover intraprendere un viaggio importante e le affida le chiavi del castello. Una chiave per ogni porta che lei può usare tranquillamente, con una sola eccezione. Vi è una piccola stanza del maniero che non deve essere aperta per nessun motivo. Dopo la partenza del marito, la giovane donna non riesce a dominare la curiosità e decide di aprire la porta proibita. Si trova dinanzi a uno spettacolo spaventoso: tutti i cadaveri delle mogli precedenti di Barbablù, le donne ufficialmente scomparse, sono lì, appesi alle pareti. Presa dal terrore, la giovane lascia cadere la chiave incriminata che finisce in una pozza di sangue. Naturalmente la raccoglie subito e cerca in tutti i modi di pulirla. Impossibile. La chiave è stregata.

Barbablù ritorna a casa prima del previsto e si accorge della scoperta della moglie. Fuori di sé dalla rabbia, vuole tagliarle la gola come ha fatto con le altre. Ma lei sa che i suoi due fratelli stanno per arrivare a farle visita e riesce a guadagnare tempo, simulando di prepararsi alla morte con la preghiera. Il mostro acconsente. E i fratelli arrivano a salvarla. Barbablù viene ucciso, lei eredita l’immensa fortuna e si risposa. Un lieto fine. Anche il mostro vero, Gilles de Rais, alla fine fu smascherato. Ma nessuno dei poveri fanciulli da lui rapiti si salvò. Le stanze proibite dei suoi castelli furono aperte troppo tardi.

Nobili fuori, bastardi dentro

Primogenito nato nel 1404 dall’unione del conte Guy de Montmorency-Laval e Marie de Craon, il barone Gilles de Rais era destinato a ereditare non solo i beni dei genitori, ma anche quelli dello zio Thibaut de Montmorency-Laval e di sua moglie Jeanne de Rais. Un patrimonio da favola. Probabilmente fu per questo che il nonno materno, alla morte prematura dei genitori di Gilles, si prese cura di lui e del fratello minore René con tanta “attenzione”. All’epoca Gilles era appena undicenne, sicché il nonno Jean de Craon ebbe tutto il tempo di plasmare i nipoti a suo piacimento negli anni decisivi dell’adolescenza. Li educò secondo le proprie regole, anzi sregolatezze, perché Jean de Craon era noto a tutti come uomo violento, immorale e privo di scrupoli.

Ritratto immaginario del barone Gilles de Rais maresciallo di Francia. Olio su tavola, Éloi Firmin Féron, 1835.

Ritratto immaginario del barone Gilles de Rais maresciallo di Francia. Olio su tavola, Éloi Firmin Féron, 1835.

Nel 1420, de Craon impose a Gilles il matrimonio con la ricca Catherine de Thouars, figlia unica ed erede di vaste terre nelle regioni Bretagna, Vendée e Poitou. Un bel colpo per ampliare l’imponente patrimonio di famiglia. Le unioni strategiche erano all’ordine del giorno. I potenti signori accumulavano ricchezza grazie a matrimoni convenienti. Altro mezzo era la violenza delle armi. I cavalieri rastrellavano i territori scortati da bande armate derubando, uccidendo, spogliando i più deboli e rendendoli schiavi, offrendo loro una dubbia protezione in cambio di servigi a vita. In quei tempi valeva la legge del più forte. Il romanticismo era prerogativa dei poeti. La nobiltà di blasone non aveva nulla a che fare con la “nobiltà d’animo” tanto cantata nell’Ottocento, era soltanto uno strumento che autorizzava certi clan particolarmente aggressivi a perpetrare ruberie e soprusi. E crimini orrendi, come nel caso di Gilles de Rais. Ma andiamo per ordine.

Ricco e “disoccupato”, il giovane barone de Rais partecipava alle scorrerie del nonno, il quale – lo attestano documenti d’epoca – assaliva con la sua banda nobili concorrenti, istituzioni e privati costringendoli a pagare il riscatto per persone rapite o ingiustamente gettate in prigione. Jean de Craon, potente signore feudale, sfruttava la situazione precaria del momento, quella che vedeva l’inglese Enrico V sul trono di Francia e il francese Carlo VII, legittimo monarca spodestato, vivere nell’ombra nel suo castello di Bourges. Senza trono, senza onore. Un re triste attorniato da consiglieri che speravano in qualche alleanza che riuscisse a strappare la corona dal capo dell’usurpatore.

Jean de Craon si schierò dalla parte di Carlo VII e suo nipote Gilles, dal 1425, prese a frequentare la corte di Bourges. Com’era il barone de Rais in quell’epoca? Di bell’aspetto, un dandy frivolo e vanitoso. Così descrivono il giovane Gilles i contemporanei. A corte brillava suo cugino Georges La Trémoille, il quale decise di prendere le armi nella lotta contro gli Inglesi. E Gilles, che dimostrò sempre un’ammirazione particolare per il cugino e disponeva dei mezzi economici necessari, organizzò ben sette compagnie di truppe armate e si mise al comando di Arthur de Richemont, duca di Bretagna. Nel 1427, Gilles de Rais entrò in guerra.

La bella e la bestia: Giovanna d’Arco e il maresciallo de Rais

Il barone incontrò per la prima volta la Pulzella d’Orléans all’inizio del marzo 1429, alla corte di Carlo VII. Nel castello di Chinon. La profonda amicizia che legò queste due figure storiche fu profonda e rimane tutt’oggi un mistero. Un binomio bizzarro. L’assassino seriale e sadico da una parte e la santa dall’altra. L’enigma è strettamente connesso alla personalità di Giovanna d’Arco, oggetto di numerosi studi e controversie da parte degli storici. Fu davvero una santa? Fu davvero una pastorella innocente? O piuttosto una carismatica opportunista, imparentata per vie illegittime con la famiglia reale di Francia? La sua morte sul rogo ci fu veramente, o si trattò di una messinscena a scopo politico?

Rovine del castello di Champtocé, uno dei luoghi in cui Gilles de Rais perpetrava i suoi delitti. Foto: Romain Bréget CC BY SA 3.0

Rovine del castello di Champtocé, uno dei luoghi in cui Gilles de Rais perpetrava i suoi delitti. Foto: Romain Bréget CC BY SA 3.0

È vero che non esistono prove di scelleratezze compiute da Gilles su minori all’epoca della guerra, quando il barone cavalcava a fianco della Pulzella di Orléans, e tuttavia pesanti indizi parlano per delle visite di Giovanna d’Arco a Tiffauges diversi anni dopo, nel periodo in cui Gilles si dava all’alchimia e ai crimini più efferati (queste avvennero, secondo diversi storici, dopo la morte ufficiale di Giovanna, in un periodo in cui la Pulzella viveva sotto falso nome). Ciò non significa, ovviamente, che la vergine di Orléans fosse al corrente dei suoi misfatti. Tuttavia la sua amicizia stretta con Gilles de Rais è uno dei tanti enigmi irrisolti che costellano la vita di queste due personalità agli antipodi.

Fu La Trémoille a fare del cugino Gilles de Rais l’angelo custode di Giovanna d’Arco. Lui l’avrebbe seguita sempre, come un’ombra. Le prestazioni militari del maresciallo de Rais erano valide, ma si ha la netta impressione che lui ne facesse uso più per soddisfare la vanità personale che per servire Carlo VII. Di certo si calò pienamente nel suo ruolo di strumento nelle mani del cugino La Trémoille e dell’affascinante Pulzella, che ammirava più di qualsiasi altro compagno d’armi. Incondizionatamente. Una devozione strana, pervicace, soprattutto considerando le preferenze omosessuali di Gilles. Forse fu dettata dal comportamento spavaldo di Giovanna e dal suo aspetto fisico che, secondo le testimoninanze d’epoca, era piuttosto androgino. E poi c’era la sua fama di liberatrice della Francia, che faceva di lei qualcosa di particolare e la circondava ovunque andasse. Lo storico Philippe Reliquet osserva:
“(…) questa ragazza, che sottomise i capi di soldatesche armate al suo volere, dev’essergli sembrata una creatura di un altro mondo, il cui splendore lo accecava.”

L’aureola di santità che circondava il capo di Giovanna d’Arco finì per accecare il libertino Gilles de Rais? Forse, ma fu soltanto un breve intermezzo. Non riuscì a salvarlo dalle fiamme dell’inferno. Non riuscì a evitare la strage degli innocenti che sarebbe iniziata pochi anni dopo, nascostamente, nelle torri dei suoi castelli.

Gli anni del mostro alchimista

Di certo la fine ingloriosa della Pulzella d’Orléans condannata al rogo nel 1431, e la morte del nonno lestofante Jean de Craon avvenuta nel 1432, determinarono una netta cesura nella vita di Gilles de Rais. Fu lui stesso ad ammetterlo, indirettamente. Secondo gli atti processuali, confessò di aver iniziato a commettere gli orribili delitti “inizialmente nel castello di Champtocé, nell’anno in cui morì il signor de la Suze (N.d.A.: vale a dire: il nonno Jean de Craon)”.

Gilles de Rais nel suo laboratorio di alchimista preleva il sangue delle vittime uccise. Illustrazione di j. A. V. Foulquier, 1862.

Gilles de Rais nel suo laboratorio di alchimista preleva il sangue delle vittime uccise. Illustrazione di j. A. V. Foulquier, 1862.

Infatti è proprio in questo periodo che si verificarono i primi casi di bambini scomparsi. L’epoca coincide anche con l’inizio dei grandi sperperi di denaro operati da Gilles in ambiti che esulavano dall’organizzazione militare. Il barone si circondava di un lusso senza eguali, spendeva per abiti, arredamento, feste e banchetti, per finanziare sontuosi spettacoli teatrali, per pagare i favori dei suoi giovanissimi amanti, non per ultimo spendeva per assicurarsi la benevolenza della Chiesa. Esemplare è in questo senso la fondazione di una cappella privata, avvenuta nel 1435, in memoria della strage degli innocenti di Betlemme. Mossa ipocrita e vigliacca, per lavarsi la coscienza. Per la paura dell’inferno che lo perseguitò sino alla morte.

Gli sperperi raggiunsero un livello tale, che la moglie lo abbandonò, il fratello mise subito in salvo il castello di Champtocé e gli altri parenti, preoccupati per la perdita dell’eredità, si recarono a protestare da re Carlo VII. Questi agì di conseguenza. Nel luglio 1435, compilò un decreto in cui proibiva a de Rais la vendita delle sue terre e dei suoi castelli. Il barone era interdetto. Da quel momento, Gilles de Rais iniziò un percorso inarrestabile verso la rovina.

L’interdizione del re lo spinse a dedicarsi a pratiche alchemiche. Sperava di poter produrre dell’oro e, quindi, di avere di nuovo grosse risorse a disposizione. Gli esperimenti avevano luogo in tutti i castelli in cui de Rais risiedeva: Tiffauges, Machecoul, La Suze. Ovviamente l’oro rimase per lui una chimera irraggiungibile. Le invocazioni di demoni che avrebbero dovuto aiutarlo e a cui il barone era pronto a vendere l’anima, si rivelarono delle buffonate, messe in scena da ciarlatani che si spacciavano per maghi allo scopo di cavargli l’ultimo soldo dalle tasche. Denaro che Gilles ormai si procurava esclusivamente per mezzo di ruberie e violenze.

Del resto la violenza era ormai parte integrante della sua vita quotidiana. Il mostro agiva nella penombra fredda delle torri. Un mostro che abusava soprattutto di bambini maschi ma non disdegnava le femmine, caso mai non fosse riuscito a trovare il ragazzetto di turno. Gli infelici sparivano misteriosamente dalle sue terre, sempre più numerosi, e finivano tutti lì, nelle sale buie dei suoi castelli. Abusati, torturati e uccisi. Lo storico Michelet definì Gilles de Rais “la bestia della distruzione”. Aiutato da complici scellerati, il mostro agiva indisturbato. Sarebbe davvero terribile descrivere le innumerevoli scene di sesso, sadismo e morte riportate in dettaglio negli atti processuali. Mi limito quindi a menzionare un solo particolare raccapricciante: la risata orribile di Gilles de Rais che, a detta dei testimoni, il barone emetteva mentre osservava le piccole vittime in punto di morte. Se l’Anticristo fosse esistito veramente, avrebbe avuto la sua faccia.

Il crocifisso coperto

Di solito i cadaveri venivano bruciati. Per far sparire le tracce. Ma non sempre. E fu proprio questa “trascuratezza” a segnare definitivamente la fine di Gilles de Rais. La stanza proibita del castello di Champtocé nascondeva montagne di povere ossa. Dopo che il duca di Bretagna prese in consegna il maniero, testimoni oculari scoprirono nella stanza della torre le ossa di 46 bambini. Altri testimoni dissero, durante il processo, che nel castello di Machecoul erano stati bruciati gli scheletri di almeno 40 bambini uccisi. Ma quante furono, complessivamente, le vittime di questo mostro? In base alle deposizioni dei processi, lo storico Reliquet suppone che Gilles de Rais abbia assassinato, approssimativamente dal 1432 al 1440, più di 120 bambini. Altri pensano che le vittime abbiano superato la cifra di 140.

Processo a Gilles de Rais. Biblioteca Nazionale di Francia, anonimo.

Processo a Gilles de Rais. Biblioteca Nazionale di Francia, anonimo.

I rapimenti ebbero luogo soprattutto in Pays de Rais e nella Bretagna, ma non solo. Dappertutto, in qualsiasi posto Gilles de Rais passasse, mieteva vittime. Dall’orrore delle sparizioni misteriose, si diffusero i racconti di un rapitore di bambini e delle donne-strega che lo aiutavano, attirando i piccoli con qualche espediente. Le vittime erano soprattutto bambini poveri che chiedevano l’elemosina, oppure figli di modeste famiglie che venivano presentati al barone per essere accolti fra i piccoli cantori della sua cappella privata, magari anche fra i giovani servitori del suo entourages. Poveri innocenti, che non immaginavano la fine a cui andavano incontro.

Fu un rapimento a decretare la fine del barone. Non quello di un bambino, bensì di un canonico. Un atto di violenza compiuto da Gilles de Rais in una chiesa della Bretagna durante la messa di Pentecoste del 1440. Con il suo gesto, il barone de Rais aveva leso l’immunità della Chiesa. Il vescovo di Nantes aprì un’inchiesta sulle voci che giravano riguardo i rapimenti di bambini e alla fine, il 29 luglio 1440, accusò ufficialmente de Rais di essere “un assassino, un perverso, un servo del Demonio e colpevole di altri delitti immondi commessi nei territori di sua giurisdizione.”

Seguirono torture e processi. I complici del barone crollarono subito. Schiacciato dall’evidenza dei fatti, Gilles de Rais ammise tutte le sue colpe. Riconobbe di aver fatto abbastanza, “da meritare la morte diecimila volte”. E così, da reo confesso, singhiozzando per paura di precipitare nelle mani di Satana, il barone del terrore finì la sua vita. Fu impiccato il 26 ottobre 1442 a Biesse, davanti a una folla di spettatori impazienti di assistere alla morte del mostro. Per assurdo, Gilles de Rais sperò che il suo pentimento finale bastasse per essere accolto in Paradiso. Così poco valeva, agli occhi dei potenti, la vita della gente umile. Ma di certo l’inferno gli spalancò le porte. Nell’aula di tribunale, la descrizione delle sue scelleratezze aveva scandalizzato a tal punto il vescovo di Nantes, che questi si era affrettato a coprire pietosamente il crocifisso.