Il mito delle guerriere

 

 

Le Amazzoni. Il mito eterno delle donne guerriere in groppa ad un focoso cavallo, le chiome al vento, l’arco nel pugno, le gambe muscolose nella burrasca delle corte tuniche svolazzanti, lo sguardo truce sui volti delicati. Così immaginavano gli antichi le Amazzoni. Le guerriere raccontate dal mondo greco trovarono il loro corrispondente nordico nelle potenti Valchirie che finirono per essere sublimate, nell’Ottocento romantico, dalle note wagneriane. Ma queste carismatiche forze della natura tutte al femminile sono veramente esistite? Si tratta soltanto di una leggenda, oppure il canto dell’aedo contiene un nucleo di storia?

Nel vortice della leggenda

Innanzitutto bisogna dire che le origini delle Amazzoni non furono mai un fenomeno greco. Sin dai tempi più antichi le guerriere venivano collocate in Asia Minore (in Anatolia), nel Caucaso oppure nelle steppe eurasiatiche. Tuttavia furono i Greci a immortalare il mistero della loro esistenza nei versi, negli scritti, nell’oggettistica d’arte. La misteriosa Iliade (scritta intorno al VIII secolo a.C.) parla di queste donne che Omero collocò in Asia Minore, presso i Frigi e i Lici. Mentre Erodoto di Alicarnasso narrò nelle sue “Storie” (V secolo a.C.) che la patria delle Amazzoni era una vasta area geografica situata tra il Mar Caspio e il Mar Nero, un territorio occupato all’epoca dai bellicosi Sauromati, i quali discendevano dagli Sciti e… dalle Amazzoni. Ma Erodoto scrisse anche dell’altro, ci lasciò ulteriori informazioni che oggi si rivelano preziose per svelare l’enigma delle donne guerriere.

Amazzone a cavallo, Jea-Jacques Feuchére, 1843. Stanford University Museum. Foto: BrokenSphere CC BY SA 3.0

Amazzone a cavallo, Jea-Jacques Feuchére, 1843. Stanford University Museum. Foto: BrokenSphere CC BY SA 3.0

Il “Padre della Storia” parlò delle tradizioni dei Lici, abitanti dell’Asia Minore, che si attenevano da tempo immemore a una discendenza di tipo matrilineare. I neonati prendevano infatti il nome della madre e il loro stato sociale dipendeva da quello materno. Se la madre apparteneva a una classe benestante, il figlio assumeva i suoi diritti anche nel caso in cui suo padre fosse stato uno schiavo. Se invece la madre stessa era schiava, i figli perdevano automaticamente il diritto alla libertà sin dalla nascita. Tale informazione di Erodoto dimostra che nella società dei Lici le donne rivestivano un ruolo di primo piano. Si potrebbe quindi pensare che lo storico greco abbia collocato la patria delle Amazzoni in quell’area geografica proprio dopo essere venuto a conoscenza di questa tradizione che ben si adattava all’immagine delle donne guerriere.

Con il letterato Diodoro Siculo (I secolo a.C.) la patria delle Amazzoni si spostò dall’Anatolia alle sabbie roventi del Meridione. Diodoro, che aveva soggiornato a lungo in Egitto, collocò le donne guerriere nell’Africa nord-occidentale. Secondo lui, le Amazzoni erano vissute laggiù molto prima che il loro pendant anatolico in Asia Minore, e la regina Mirina regnò su tutta l’Africa settentrionale. Si sarebbe trattato di donne libiche. Tuttavia Diodoro non negò la presenza di Amazzoni anche in Asia Minore e i suoi scritti più tardi tratteggiarono l’immagine nebulosa di guerriere anatoliche che un giorno giunsero ad attaccare le isole dell’Egeo e finirono per assediare la città greca di Atene. Una certa confusione. Il mito prevalse sulla storia.

Fu lo storico Strabone (I secolo a.C.) a riordinare la collocazione delle Amazzoni sulla carta geografica con un occhio alle tradizioni più antiche, spostandole di nuovo in direzione nord-est. Nella sua opera “Geografia”, Strabone indentificò la capitale del regno delle Amazzoni nella città di Temiscira: territorio del Ponto, in Asia Minore. Secondo le sue informazioni, comunità di donne guerriere vissero però anche nel Caucaso. Si sarebbe trattato di popolazioni dedite all’agricoltura, all’allevamento di bestiame – in particolare di cavalli – e alla caccia. Queste donne si univano carnalmente due volte all’anno, racconta Strabone, con gli uomini di una popolazione vicina, allo scopo di restare incinte e generare dei figli. Le femmine nate dai brevi incontri erano destinate a divenire Amazzoni, i maschi venivano restituiti ai padri. In questo modo la popolazione delle donne guerriere poteva aumentare anche senza la presenza costante di individui di sesso maschile.

Amazonomachia, pittura greca su vaso, ca. 500 a. C. Foto: Marie Lan-Nguyen CC BY 2.5

Amazonomachia, pittura greca su vaso, ca. 500 a. C. Foto: Marie Lan-Nguyen CC BY 2.5

Questi gli scritti. Nell’arte figurativa, invece, le Amazzoni apparvero intorno al VII secolo a.C. Gli artisti immortalavano le loro immagini su eleganti oggetti di uso quotidiano e nel periodo greco classico (VI-IV sec. a.C.) quello delle Amazzoni divenne un motivo alla moda. Fu talmente richiesto, che si trasformò in un genere artistico proprio, quello della “amazonomachia”. Evidentemente queste donne indomite coloravano i sogni dei greci colti che nella vita quotidiana rinchiudevano le docili mogli in casa, senza nemmeno degnarle di uno sguardo. Preferivano divertirsi con ammiccanti efebi. Il fascino del proibito? Di certo le mitiche Amazzoni erano creature irraggiungibili per qualsiasi uomo. Belle, giovani, determinate, pronte a difendere la propria indipendenza a colpi di spada o tiri di freccia come Artemide, la cacciatrice eterna. Omero le definì “uguali agli uomini” e questo, nella società greca patriarcale, era un segno di rispetto.

Donne senza marito

Secondo gli scrittori classici, il nome “Amazzone” sarebbe stato composto dalla lettera alfa privativa, la A iniziale, e dal vocabolo greco mazos che significa “seno”. Quindi la traduzione letterale sarebbe “Priva di seno”. Immagine fedele ai racconti degli storici, secondo i quali a queste donne veniva amputata la mammella destra durante l’infanzia, per facilitare loro il tiro con l’arco. Singolare è il fatto che le raffigurazioni dell’arte greca classica non ritraggano mai le Amazzoni prive di seno. Come mai? In realtà alle radici del termine “Amazzone” esiste invece un vocabolo di origine protoindoeuropea che significa semplicemente “senza marito”. Ovviamente l’effetto è molto meno battagliero e più prosaico, ma… anche più attendibile.

Tuttavia l’interrogativo rimane: esistette veramente una popolazione di donne guerriere nell’antichità? E dove? Abbiamo visto che la letteratura greca puntava il dito soprattutto sull’Anatolia. Non a caso. Qui fiorirono i culti delle dee preistoriche, come suggerisce la statuetta della “Signora dei leopardi” recuperata a Chatal Hoyuk. Adorata dagli Ittiti e più tardi dai Frigi, la dea Ma fu la Signora della fertilità. A Pessinonte si venerava una pietra meteoritica nera simbolo della Dea Madre. E poi dominò qui la cacciatrice Artemide, il cui tempio situato a Efeso era una delle sette meraviglie del mondo. È possibile che vi fosse realmente qualche tradizione antica di matrice matrifocale in alcuni territori della Penisola Anatolica, più tardi cancellata dall’arrivo degli Indoeuropei. Abbiamo visto che il termine Amazzoni deriva proprio dal protoindoeuropeo: un tentativo patriarcale di definire l’indomito carattere delle guerriere? Donne senza marito. Donne indipendenti. Vergini che potevano combattere come giovani uomini. Un fenomeno anatolico? Può essere, ma finora in Turchia non si sono trovati reperti archeologici a conferma della loro esistenza.

Battaglia fra le Amazzoni e i Greci. Fregio del Mausolep di Alicarnasso, 350 a.C. Britisch Museum. Da notare il tipico berretto frigio dell'amazzone. Foto: Marie Lan-Nguyen CC BY 2.5

Battaglia fra le Amazzoni e i Greci. Fregio del Mausolep di Alicarnasso, 350 a.C. Britisch Museum. Da notare il tipico berretto frigio dell’amazzone. Foto: Marie Lan-Nguyen CC BY 2.5

Diversa è la situazione nelle steppe eurasiatiche, dove le tracce delle Amazzoni non mancano. Del resto, come abbiamo visto, Erodoto stesso faceva discendere i Sauromati, una cultura che qui si sviluppò approssimativamente dal VII al III secolo a. C., dall’unione degli Sciti (VIII-III sec. a.C.) con le Amazzoni. E questi di cui stiamo parlando sono i popoli dei kurgan, vale a dire genti di origine indoeuropea che seppellivano i loro morti in tumuli funerari insieme con armi e carri da guerra. Genti nomadi delle steppe. Allevatori di bestiame.
Per farsi un’idea più precisa di chi fossero i Sauromati (da non confondere con i più tardi Sarmati), ecco una breve cronologia:
Sciti: VIII – III sec. a. C.
Sauromati: fine del VI se. a.C. – V sec. a.C.
Sarmati: IV sec. a. C. – IV sec. d.C.

In testa a tutti per antichità, gli Sciti: confederazioni di tribù nomadi di origine iranica che popolavano le steppe a nord del Mar Nero spingendosi sino alla Siberia. Non ci hanno lasciato documenti scritti, ma sappiamo che furono assimilati dai vicini Sauromati e che la loro lingua, individuata nell’area geografica dell’Iran nord-orientale, apparteneva al ceppo indoeuropeo. Sopravvissuta tramite la mediazione sarmata, è parlata ancora oggi presso gli Osseti, genti caucasiche fedeli alla tradizione atavica. Fortunatamente la mitologia osseta fu raccolta da studiosi interessati alla singolarità di queste popolazioni e in tal modo è giunta sino a noi. Oggi i miti dei Narti, figli del sole, echeggiano le antiche gesta degli eroi sarmati, la cui gloria ebbe fine nel IV secolo d.C. con l’irruzione delle orde di Unni giunti dall’Asia centrale.

I reperti archeologici che raccontano degli Sciti, giungono soprattutto dagli scavi effettuati nei kurgan. Nei tumuli funerari sono stati recuperati splendidi artefatti d’oro, armi, indumenti di seta, favolosi gioielli e naturalmente resti fossili di bellicosi signori, cavalli e carri da guerra. La scoperta forse più impressionante degli ultimi anni ha avuto luogo nel sito di Arzana, in Siberia, nella repubblica autonoma di Tuva. Un luogo ai confini con la Mongolia. Nel kurgan di un signore scita sono state portate alla luce ben 25 sepolture intatte, complete di offerte funerarie, con più di 9000 oggetti d’oro dalla lavorazione estremamente raffinata. E si ipotizza che Tuva fosse la patria degli Sciti. Nel kurgan di Arzan era sepolta anche una donna, la consorte del guerriero, accompagnata da un corredo funerario di tutto rispetto, coperta di migliaia di perle, oggetti d’oro, pelli di cervo e pantera. Anzi, la signora del kurgan portava appeso alla cintura addirittura un calice d’oro.

L’Amazzone di Issyk: oro da capo a piedi

Nomadi, dunque, ma estremamente raffinati. Il medico e studioso greco Ippocrate (V – IV secolo a. C.) scrisse che gli Sciti non avevano case, ma vivevano nei loro carri. I veicoli più piccoli avevano quattro ruote, i più grandi sei. Roulotte ante litteram. Questi ampi carri erano costruiti con gran cura e offrivano ai viaggiatori tutte le comodità necessarie a lunghi spostamenti, come delle case mobili. Così gli Sciti vagavano nelle steppe accompagnati dal loro bestiame che consisteva soprattutto in cavalli e bovini. E poi c’era una tribù particolare che viveva presso il Mar d’Azov e si differenziava per il comportamento delle donne. Ippocrate racconta:

“Le loro donne cavalcano, tirano con l’arco, usano le lance in galoppo e combattono contro il nemico finché sono vergini. Anzi, non compromettono la loro verginità sino anche non hanno ucciso almeno tre nemici (…) Gli manca il seno destro. Quando sono ancora bambine, le madri premono loro contro quella parte del corpo uno speciale apparecchio di bronzo rovente e questa bruciatura inibisce la crescita della mammella. La forza va così ad alimentare la spalla destra e il braccio destro.”

„L’uomo d’oro“ di Issyk, Museo di Almaty.

Descrizione cruenta, quelle della rimozione del seno destro. A dire il vero appare poco probabile. Ma se lasciamo Ippocrate e dal Mar d’Azov ci spostiamo verso oriente, raggiungiamo il lontano Kazakhistan. Qui troviamo un’altra traccia importante delle Amazzoni: la sepoltura dell’uomo vestito d’oro. Il villaggio di Issyk è situato nel Kazakhistan meridionale, 65 km a est di Almaty. Qui visse la dinastia scita dei Saka e sono stati portati alla luce più di 1000 Kurgan, alcuni dei quali davvero imponenti ma per la maggior parte depredati. Tuttavia nel 1969 fu fatta una scoperta impressionante: la sepoltura di un nobile Saka ancora intatta. Si trattava di una camera di circa 3,60 m x 2 m fatta di legno d’abete. Purtroppo il coperchio del sarcofago era marcito e questo aveva portato al deperimento della salma. Rimasero invece integri i resti di ciò che aveva addosso al momento della deposizione nel tumulo: migliaia di piastrine d’oro finemente lavorate, bracciali, anelli e uno splendido torque.

A giudicare dai resti fossili ancora a disposizione, l’altezza del defunto doveva essersi aggirata intorno a 1,58 m. Si trattava di una persona dalla corporatura fragile. Dunque si pensò dapprima a un giovane capo. Gli abiti erano pantaloni di pelle, un caffetano, stivali di cuoio e un alto copricapo dalla forma appuntita, il tutto ornato da migliaia di piastrine d’oro dalla forma di freccia e altre placchette, sempre d’oro, con affascinanti rilievi. Le armi lo accompagnavano: pugnale di ferro, spada, arco e frecce, anche su questi oggetti una pioggia d’oro. Ma di certo fu il copricapo a impressionare maggiormente gli archeologi. Un cono alto circa 60 cm! Poiché anch’esso era ornato da sofisticate decorazioni del prezioso metallo, il morto illustre di Issyk fu battezzato “l’uomo d’oro”. Eppure l’archeologa americana Jeannine Davis-Kimball, che studiò in modo approfondito gli artefatti e le analisi dello scopritore della tomba, è di altro avviso. Secondo lei non si tratta di un uomo, ma di una donna.

Un sospetto che non deriva soltanto dall’esigua statura e la corporatura minuta del defunto, ma soprattutto dalla simbologia delle immagini riportate sul corredo funerario: uccelli, alberi della vita, elementi floreali. Anche i gioielli sono, secondo Kimball, un chiaro indizio in questo senso: orecchini che mai si erano visti nelle tombe dei guerrieri nomadi. E poi alcuni utensili prettamente femminili come uno specchio, un cucchiaio d’argento con il manico a testa di uccello. Per Davis-Kimball il “signore” di Issyk era in realtà una sacerdotessa Saka, una sorta di sciamana. Invano l’archeologa tentò di far eseguire analisi genetiche sui resti umani trovati nel sarcofago Saka. Poco tempo dopo la sua richiesta, i preziosi fossili sparirono misteriosamente da laboratorio russo. E per sempre. Il materiale dello scheletro di Issyk andò perduto.

La culla e la spada

Le Amazzoni: donne Saka? Forse. Se le Amazzoni non furono solo leggenda, di certo le donne scite e sarmate ne incarnano il modello più vicino. Purtroppo non è possibile inquadrare con certezza la loro presenza nel panorama storico. Tuttavia nelle steppe eurasiatiche non sono mancate – e non mancano – le popolazioni che, pur essendo di matrice indoeuropea e quindi a struttura fondamentalmente patriarcale, sembrano seguire contemporaneamente anche una sorta di tradizione propria, residuo della remota presenza di strutture matrifocali che precedettero l’arrivo degli Indoeuropei. Presso le stesse tribù kazache si trovano ancora oggi degli indizi in tal senso. Scrive Kimball:

“Alcuni storici fanno riferimento alle leggi del retaggio nomade kazaco quale prova che questa è una società a dominazione maschile, ma persino questa situazione apparentemente iniqua va approfondita meglio. È vero che il figlio più giovane eredita le proprietà del padre alla sua morte, ma tutte le figlie e gli altri figli maschi ricevono una buona parte dei beni familiari quando si sposano. (…) Quando la famiglia si è assicurata tutti gli animali che il suo pascolo può contenere, qualsiasi surplus viene solitamente investito in ulteriori ornamenti per le donne, fornendo loro una specie di libretto di risparmio portatile. L’egalitarismo è anche riflesso nei tanti festival e nelle celebrazioni che riuniscono le tribù e spezzano la monotonia della vita della steppa.”(J. Davies-Kimball „Donne guerriere“)

Amazzone di Franz von Stuck, 1897. Eberswalde. Foto: Ralf Roletschek CC NC ND 3.0

Amazzone di Franz von Stuck, 1897. Eberswalde, presso Berlino. Foto: Ralf Roletschek CC NC ND 3.0


Del resto anche l’antropologo Anatoli Khazanov affermò nel lontano 1994:

“Esistono basi solide per pensare che la matrilinearità si sia preservata a lungo tra gli antichi nomadi nelle steppe eurasiatiche, inclusi i Sarmati.”

Un’affermazione che ha trovato conferma in alcuni reperti recuperati nei kurgan dei Sarmati. Non di rado i corredi funerari delle donne presentavano maggior fasto di quelli degli uomini. Inoltre in circa il 15% dei casi le donne erano accompagnate da armi e armature, e nel 3% da un’oggettistica sacra tipica per le sacerdotesse. È interessante anche il fatto che, con il passare del tempo, la natura del corredo funerario abbia subito un cambiamento graduale. Le sepolture più “recenti” presentano un’evidente diminuzione di armi e insegne sacerdotali e un aumento di utensili domestici. Un chiaro segno per il nuovo ruolo della donna che abbandonava l’aspetto guerresco e diveniva la custode del focolare. Restava però una custode potente, spesso con potere decisionale. Una che dondolava la culla e, in caso estremo, impugnava la spada.