Lance da tiro di 300.000 anni fa

 

 

Le lance di Schöningen. Prima di parlarne, concentriamoci un momento sulla datazione di questi oggetti, perché ne vale la pena: 400.000 – 270.000 anni fa. Un’epoca da capogiro, se pensiamo che l’Homo Sapiens giunse in Europa 43.000 anni a. C.. Parleremo quindi di oggetti che risalgono a un periodo preistorico in cui il nostro antenato Homo Sapiens e suo cugino l’uomo di Neanderthal ancora non esistevano. In Europa viveva invece un’altra specie di ominide, l’Homo heidelbergensis.

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Repliche di lance numero 1, 2, 3, 4. (Abete rosso) La scoperta sensazionale di Schöningen. Otto lance di legno, di cui sette da tiro, e numerose ossa di cavallo indicano un accampamento di caccia dell’Homo erectus heidelbergensis. Queste armi da caccia, al momento le più antiche al mondo, dimostrano che l’uomo già 300.000 anni fa era un lanciatore esperto in grado di fabbricare armi da caccia di qualità. Non sappiamo perché le lance sono state abbandonate intatte in loco. Museo di Neanderthal, Mettman, Germania. Foto: Reimund Schertzl

Ed è grazie alla sua inventiva che sono stati fabbricati gli utensili da caccia di cui stiamo per parlare. Si tratta di otto lance, di cui sette da tiro, in legno. I reperti sono stati recuperati fra il 1994 e il 1998 in un’area occupata da una miniera di lignite a cielo aperto, nella località di Schöningen. Siamo in Germania, Niedersachsen. Nel medesimo strato di scavo e insieme con le lance da tiro, l’archeologo Hartmut Thieme ha portato alla luce ben 1500 artefatti di pietra, una lancia da mischia, un boomerang, gli scheletri di 25 cavalli selvatici, ossa di bovini, cervi, elefanti, bisonti e rinoceronti.

All’epoca dell’Homo heidelbergensis, questa zona si trovava in riva a un lago, coperta da un fitto canneto, il terreno era fangoso. Il clima sembra essere stato mite. L’archeologo tedesco pensa che i cacciatori, nascosti dalla vegetazione, si siano trovati nella posizione ideale per cacciare dei cavalli selvatici facendo uso di lance da tiro. E siccome tra le ossa del bottino di caccia si trovano anche i resti fossili di giovani cervi, Thieme ne deduce che la caccia sia avvenuta in autunno. Le lance sono state abbandonate in loco, insieme alle ossa animali, e potrebbero indicare la celebrazione di un rito propiziatorio.

Nulla da invidiare a un giavellotto sportivo

Già questa ricostruzione di Thieme è abbastanza interessante di per sé. A ciò si aggiunge poi la natura degli artefatti. Tutte le lance sono state ricavate dal legno di abete rosso, ad eccezione di una fatta di legno di pino. La lunghezza va da 1,80 m a 2,50 m. Ma la cosa più impressionante è la lavorazione degli utensili che rivela l’applicazione di una tecnologia molto avanzata e, di conseguenza, l’esistenza di una tradizione artigianale già in quell’epoca remota.

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A destra: giavellotto sportivo moderno di alluminio, lunghezza 222 cm, peso 600 gr A sinistra: replica di lancia da tiro di Schöningen di abete rosso, lunghezza 225 cm, peso 733 gr L’area con punta è ricavata dall’estremità più grossa del tronco di abete e costituisce un terzo della lunghezza complessiva della lancia. La punta è stata ricavata asimmetricamente al di fuori del nucleo centrale troppo molle del tronco per evitare rotture durante l’uso. Museo di Neanderthal, Mettman, Germania. Foto: Reimund Schertzl

Le seguenti informazioni possono darci un’idea della perfezione con cui sono state realizzate le lance. La loro qualità è pari a quella di un moderno giavellotto utilizzato nelle gare sportive. La potenza della gittata dell’arma preistorica è stata sperimentata da alcuni atleti che hanno potuto scagliare delle copie di lance fedeli agli originali di Schöningen a una distanza di ben 70 metri. Se pensiamo che l’attuale record mondiale di tiro al giavellotto è di 98,48 m per gli uomini e 72,28 m per le donne, ci rendiamo conto che la potenza di tiro delle lance di Schöningen non era cosa da poco.

Il sito archeologico tedesco riveste un’importanza tutta particolare, perché ha rivoluzionato la nostra immagine dell’evoluzione sociale e culturale delle prime specie di ominidi. L’idea che l’Homo heidelbergensis fosse solo una creatura primitiva tra uomo e scimmia incapace di parlare e in grado di nutrirsi soltanto di vegetali e carogne di animali, dopo la scoperta di Schöningen è cambiata. Non potrebbe essere altrimenti, giacché la fabbricazione di lance simili parla per una tecnica studiata ed efficace, per sistematiche battute di caccia in gruppo, accuratamente pianificate.

Non solo questo. Indica anche la capacità di cacciare animali veloci, come i cervi, e ciò non è possibile senza l’ausilio di una strategia. Significa che l’Homo heidelbergensis possedeva delle capacità cognitive di un certo livello e che poteva comunicare con una sorta di linguaggio proprio. Queste prerogative gli permettevano la progettazione di azioni future e la messa in opera di strategie di gruppo. Sono delle capacità che fino a poco tempo fa venivano negate non solo a lui, ma anche all’uomo di Neanderthal, il suo successore nella scala dell’evoluzione umana, ed erano attribuite esclusivamente all’Homo sapiens.

Insomma, le lance di Schöningen ci hanno permesso di fare un grande passo in avanti nella ricostruzione della preistoria. A ciò si aggiungono i ritrovamenti operati in Sudafrica negli ultimi anni, che suggeriscono scenari sorprendenti: individui della specie Homo avrebbero realizzato ben 500.000 anni fa delle lance di legno con punte di selce di notevole efficacia tecnica per la caccia di selvaggina grossa. L’informazione giunge da un team di paleoantropologi dell’Università di Toronto. I ricercatori hanno scoperto nei pressi della città Kathu, in Sudafrica, 200 punte di selce di 500.000 anni fa che, a giudicare dalle analisi, potrebbero essere state usate come punte di lance.

Homo sapiens, uomo di Neanderthal, Homo heidelbergensis: chi tenti di approfondire l’argomento “ominidi” per vederci chiaro nell’evoluzione umana, rimarrà piuttosto deluso. La confusione è grande anche fra gli esperti. Si discute sui reperti più antichi e complessi che, talvolta, l’uno attribuisce a una specie e il suo collega a un’altra. Si discute sulle definizioni più appropriate che possano aiutare a classificare in qualche modo l’ominide in questione, inserendolo in una o nell’altra categoria. Ma tutto è ancora molto nebuloso.

Ominidi e dimensioni del cervello

Fra i diversi resti fossili attribuiti all’Homo heidelbergensis (ca. 600.000- 200.000 anni fa) forse il più famoso è il cranio di Atapuerca – 5, che risale a 500.000-300.000 anni fa, è stato trovato in Spagna e classificato dalla paleoantropologa Ana Gracia Téllez. Tipiche sue caratteristiche fisiognomiche sono: una linea delle arcate sopraccigliari molto accentuata e continua che sovrasta entrambe le cavità oculari disegnando una piccola curva sopra il setto nasale; le ampie cavità oculari abbastanza distanti l’una dall’altra nonché il naso marcato; la fronte più bassa di quella del Neanderthal; mascella superiore e inferiore pronunciate. Un volume cerebrale che, con i suoi 1116- 1450 cm cubici, è leggermente più piccolo di quello del Neanderthal e dell’uomo anatomicamente moderno. Si presume inoltre per l’Homo heidelbergensis europeo un’altezza media di circa 1,70 m (in base alle analisi degli scheletri di Atapuerca, Spagna) che però poteva raggiungere facilmente anche 1.90 m di altezza, e una struttura fisica più slanciata di quella del Neanderthal. Secondo il paleoantropologo Lee R. Berger dell’Università di Witwatersrand (Johannesburg), diversi esemplari di Homo heidelbergensis africano erano addirittura dei veri e propri giganti che superavano 2,13 m di altezza.

Bisogna comunque precisare che i confini fra Heidelbergensis e Neanderthal sono – per dirla con un eufemismo – piuttosto sfuggenti, mentre si può fare una distinzione chiara fra l’Homo heidelbergensis e il suo predecessore Homo erectus: le dimensioni del cervello dell’Heidelbergensis sono visibilmente maggiori. Anche se è bene precisare subito che non sappiamo quali connessioni vi siano fra un aumento della massa cerebrale e le funzioni più complesse del cervello stesso.

In ogni caso l’aumento di per sé indica un cambiamento di comportamento nella specie di ominide, che potrebbe aver facilitato di molto l’accesso alle risorse naturali. Che un cervello sempre più complesso esiga una nutrizione di qualità superiore, lo si può vedere anche nella fase di sviluppo di un bambino dall’età infantile all’età adolescenziale. Archeologicamente parlando, lo vediamo invece dagli artefatti dell’Homo heidelbergensis e dalla sua capacità di controllo del fuoco, che sembrano aver raggiunto un livello più elevato di quello raggiunto dell’Homo erectus.

Nel 2013 si è fatta poi un’altra scoperta. Sulla base del DNA mitocondriale estratto da un osso femorale trovato nel sito archeologico di Sima de los Huesos, Spagna settentrionale. I ricercatori del Max Planck Institut di Lipsia hanno rilevato la presenza di grandi affinità fra il DNA dell’Homo heidelbergensis spagnolo e il DNA dell’uomo di Denisova. Quest’ultima specie è venuta alla luce nella Siberia meridionale, nei monti Altai, dove viveva circa 40.000 anni fa. Di conseguenza la popolazione a cui apparteneva il femore dell’Heidelbergensis e quella a cui apparteneva l’uomo di Denisova avevano avuto, 300.000 anni prima, un antenato comune.

Il museo "Paleon" a Schöningen dove sono esposte le lance.

Il museo „Paleon“ a Schöningen dove sono esposte le lance.  Foto: CC BY-SA 3.0 Michel Schauch

 

Altre informazioni interessanti ha fornito l’esame della dentatura dell’Homo heidelbergensis di Sima de los Huesos. Dei graffi sullo smalto dentario degli incisivi superiori e inferiori indicano l’uso abituale di questi denti per tener fermo il materiale che veniva lavorato con gli utensili, e suggeriscono inoltre che l’individuo in questione era destrimano. L’analisi dello stato di usura dei denti fornisce anche delle informazioni riguardo la nutrizione della popolazione spagnola di Heidelbergensis. L’ 80% della dieta consisteva di cibo vegetale, com’era tipico dei cacciatori-raccoglitori, e soltanto il 20% di carne o pesce.

Abbiamo, quindi, a che fare con una popolazione di gran lunga più antica dell’uomo di Neanderthal che già era in grado di cacciare in modo organizzato, di realizzare armi da caccia di un livello superiore e di lavorare le pelli. E anche qui siamo ben lontani da un uomo-scimmia che balza da una liana all’altra battendosi il petto.

Ma per tornare alle lance e alla loro importanza, vorrei fare un’ultima considerazione. Il ricercatore William Calvin dell’University of Washington di Seattle ha analizzato l’evoluzione dell’azione del lancio nel comportamento umano. Per tirare una lancia, non è necessaria solamente una struttura anatomica che permetta l’esecuzione di certi movimenti, ma anche una coordinazione molto complessa dei movimenti stessi, che dipende da precise aree del cervello. Queste zone sono responsabili per il pensiero, la progettazione e anche la parola. Per tal motivo il tiro mirato di un oggetto, eseguito con forza e precisione, risulta difficile ai primati, mentre i primi ominidi erano in grado di effettuarlo con grande abilità. E anche questo è definitivamente provato dalle lance di Schöningen.

Scritto per coloro che si interessano al tema Neanderthal, questo mio saggio offre una stringata panoramica sul periodo preistorico in questione, propone un approccio alla specie e ad alcuni dei siti archeologici più importanti. L’idea è stata quella di rimediare alla carenza di testi in lingua italiana che trattino l’argomento in modo chiaro e non specialistico, quindi accessibili a chiunque voglia saperne di più. Corredato di numerose illustrazioni.

 

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