La scomparsa dell’uomo di Neanderthal. Ancora un enigma.  Da una stessa specie di ominide, L’Homo heidelbergensis (un’evoluzione dell’Homo erectus africano), si dipartirono circa 600.000 anni fa due differenti processi evolutivi: uno portò allo sviluppo dell’Homo sapiens che abbandonò l’Africa 100.000 anni a. C. prendendo dapprima la via del Medio Oriente, dell’India e dell’Australia e soltanto molto più tardi (ca. 45.000 a. C.) quella dell’Europa; l’altro allo sviluppo dell’uomo di Neanderthal, le cui tracce più antiche nel Continente europeo risalgono già al 130.000 a. C. (Uomo di Neanderthal classico).

Ovviamente sono tutti dati approssimativi e di molto semplificati, sia perché parliamo di epoche estremamente remote e temi più che complessi, sia perché la ricerca scientifica apporta di frequente nuove teorie che cambiano di punto in bianco il quadro generale. Ma questi dati possono essere ugualmente interessanti a titolo informativo, tanto per farsi un’idea degli ampi spazi temporali e dei lunghissimi processi evolutivi a cui si fa riferimento nell’articolo.

Diffusione dell'uomo di Neanderthal in Europa.

Diffusione dell’uomo di Neanderthal in Europa. „Carte Neandertaliens“ © 120. CC BY-SA 3.0

Reperti archeologici dell’uomo di Neanderthal sono venuti alla luce in numerose aree dell’Europa occidentale, centrale, meridionale e orientale, nel Medio Oriente e anche nell’Asia occidentale e centrale. Il suo nome deriva dal sito di ritrovamento parziale di uno scheletro, nella valle tedesca di Neander (Neandertal), regione Nordrheinwestfalen. Nel 1856. In realtà non si trattava della prima scoperta di fossili dell’uomo di Neanderthal, ma in quell’epoca l’archeologia muoveva i primi passi incerti. I mezzi di analisi e la classificazione dei reperti nel giusto contesto lasciavano a desiderare, il metodo di studio interdisciplinare, così come lo conosciamo oggi, non era ancora nato.

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Museo Regionale della Renania a Bonn, resti di scheletro di Neanderthal. Originale del 1856 che risale a 42.000 anni fa. Sito di ritrovamento: Grotta Feldhofer piccola. Erkrath, presso Mettmann. © Reimund Schertzl

Già nel 1833 un medico olandese aveva descritto il cranio di un bambino e delle ossa umane appartenenti a questa specie che erano stati scoperti in una grotta belga. Un altro cranio di Neanderthal era venuto alla luce nel 1848, in una caverna situata presso Gibilterra. Ma nemmeno questi reperti erano stati classificati nel modo appropriato, non si andò a fondo della questione. Soltanto nel 1886, con il ritrovamento dei resti di due scheletri di Neanderthal in una grotta della località belga Jemeppe-sur-Sambre, si cominciò a valutare la possibilità di essere di fronte a una specie umana differente da quella dell’Homo sapiens. Un centinaio di anni dopo, nel 1999, i ritrovamenti erano divenuti ormai così numerosi, che gli studiosi avevano raccolto scheletri e frammenti ossei di ben 300 individui della specie di Neanderthal. Oggi sono più di 400.

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Uomo di neanderthal. Museo Regionale della Renania a Bonn.  © Reimund Schertzl

Grazie a questa ricostruzione, è possibile guardare dritto negli occhi l’uomo i cui frammenti furono scoperti nel 1856 nella valle di Neander presso Mettmann. Colui che ha dato il nome a tutta la specie. Per effettuare una ricostruzione fedele all’originale, la calotta cranica del 1856 è stata completata virtualmente al computer sulla base dei frammenti dello zigomo sinistro, della base cranica, così come della metà destra del cranio. Dopodiché la metà quasi completata è stata proiettata per rispecchiamento su quella opposta ancora incompleta, permettendone la ricostruzione. È seguita l’aggiunta di un frammento di mandibola portato alla luce negli ultimi scavi del 2000. Questo cranio virtuale presentava una notevole somiglianza con un altro (sempre di Neanderthal) trovato nel riparo La Ferrassie, in Francia. Perciò le parti mancanti sono state completate secondo il modello francese.

Osservando la distribuzione dei siti archeologici su una carta geografica, noteremo una particolare concentrazione in Francia, Italia, Spagna, Germania, Belgio e Portogallo. Si potrebbe dire: nell’Europa sud-occidentale. Infatti fu proprio partendo dai territori europei che l’uomo di Neanderthal si spostò, in un secondo tempo, in alcune aree del vicino Oriente e dell’Asia.

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L’uomo di Neanderthal, il primo europeo, comunicava a parole

L’uomo di Neanderthal era di statura più bassa dell’Homo sapiens, ma più robusto di lui, con articolazioni sorprendentemente forti e resistenti e con un cranio di maggiori dimensioni del Sapiens. Forse la robusta struttura corporea del Neanderthal era dovuta al più freddo clima europeo in cui visse per almeno 130.000 anni. Una curiosità a margine: recentemente il genetista Svante Pääbo dell’Università di Lipsia ha affermato che l’1% dei Neanderthal europei aveva i capelli rossi e gli occhi chiari.

Si trattava di un adattamento all’habitat. Molto più tardi, in un periodo che si estende dal 10.000 al 6000 a. C., questo sviluppo evolutivo porterà alla mutazione genetica responsabile per gli occhi azzurri. Un difetto del gene OCA2, l‘addetto alla produzione di melanina la cui carenza può portare alla pelle chiara e ai capelli rossi,  sbiadì il colore dell’iride di certi individui, causando…gli occhi azzurri. Secondo il genetista Hans Eiberg, la prima persona con gli occhi azzurri potrebbe essere vissuta nel nord dell’Afghanistan.

L’uomo di Neanderthal era un cacciatore esperto di renne, mammut e bisonti ma la sua dieta prevedeva anche datteri, noci, legumi e vegetali che talvolta consumava dopo aver cucinato, pesce e molluschi. Era quindi molto diversificata. Come quella dell’Homo Sapiens.

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Museo Neanderthal di Mettmann. Osso ioide di Neanderthal scoperto nella Grotta di Kebara, Israele. Risale a 60.000 anni fa. Questo reperto eccezionale è la prova che l’uomo di Neanderthal poteva esprimersi a parole. © Reimund Schertzl

Ma la scoperta forse più rivoluzionaria è che poteva esprimersi a parole. Nella grotta di Kebara, in Israele, è stato fatto di recente un ritrovamento sensazionale: i resti di un osso ioide di Neanderthal che corrisponde a quello di un Homo Sapiens. L’osso ioide dimostra che il Neanderthal aveva sicuramente una conformazione fisica adatta a parlare. Il suo patrimonio genetico conteneva il gene FOXP2, quello che permette lo sviluppo della parola.

I numerosi ritrovamenti archeologici ci raccontano, inoltre, che era un ottimo artigiano. Produceva armi per la caccia di grande efficacia, utensili di uso quotidiano, talismani da appendere al collo e abiti fatti di pelli d’animali. Anzi, lavorava le pelli facendo uso di una raffinata tecnologia che l’Homo sapiens… potrebbe aver appreso proprio da lui.

E non solo questo. L’uomo di Neanderthal aveva un suo senso dell’estetica, amava dipingersi il corpo, usare penne d’uccello colorate per valorizzare la propria chioma (un po‘ come gli Indiani d’America), ornarsi con rudimentali gioielli d’avorio e di osso. Gli spazi abitabili delle caverne venivano da lui suddivise in diverse zone che corrispondevano agli usi differenti e seppelliva i suoi morti. Le salme venivano adagiate sia in posizione supina che fetale in una fossa dipinta di color ocra oppure rosso. Era, insomma, molto meno primitivo di quanto si pensi. A tal punto che gli incontri fra lui e l’Homo sapiens di sovente sfociarono in unioni sessuali.

Diversi indizi provano che nel periodo dal 45.000 al 39.000 a. C. le due specie Neanderthal e Sapiens hanno coesistito nel medesimo, vastissimo territorio europeo. E ancor prima di giungere in Europa, durante la loro permanenza in Medio Oriente, l’uomo di Neanderthal e l’Homo Sapiens si sono accoppiati, lasciando nel nostro DNA di discendenti dell’Homo sapiens la traccia genetica dell’uomo di Neanderthal. Secondo il genetista Svante Pääbo, dall’1% al 4% del nostro genoma ci giunge dall’uomo di Neanderthal, al contrario delle popolazioni africane che invece ne sono prive. Il che significa, considerando la scarsissima densità di popolazione in territorio europeo, che le unioni sessuali fra le due specie non sono state rare, ma piuttosto frequenti. E questo è un dato importante, perché vuol dire che Neanderthal e Sapiens non dovevano considerarsi poi così differenti al punto di non provare nessuna attrazione fisica l’uno nei confronti dell’altro. La scoperta di Pääbo conferma, quindi, il sospetto di ibridazione fra le due specie che era sorto già più di un anno fa, in seguito a uno studio italo-francese sul ritrovamento di un frammento di mandibola di Neanderthal nel sito archeologico italiano di Riparo Mezzena (1957). Una mandibola che mostrava caratteristiche della specie Sapiens. Proprio qui inizia il mistero perché, a un certo punto, l’uomo di Neanderthal si estinse senza un motivo apparente.

Un fatto che provoca da anni infinite discussioni fra gli studiosi e favorisce lo sviluppo di sempre nuove teorie. Sappiamo che il Neanderthal sopravvisse almeno fino a 40.000-39.000 anni fa, il che significa che per circa 5.000 anni uomo di Neanderthal e Homo sapiens vissero entrambi in Europa, di certo anche negli stessi spazi. 5000 anni. Stiamo parlando di un arco di tempo lunghissimo. Poi ci fu la sparizione di una specie, mentre l’altra sopravvisse e continuò il suo sviluppo evolutivo sino ad oggi.

Perché il Neanderthal scomparve?

Come mai dei due sopravvisse solamente l’Homo sapiens? Che fine fece l’uomo di Neanderthal? È possibile che sia stato proprio il suo cugino Sapiens ad eliminarlo? Per molto tempo questa sembrò essere l’ipotesi più attendibile. Si ipotizzò che il Sapiens, forte della sua intelligenza superiore e forse anche spinto da una buona dose di aggressività, fosse riuscito a sopraffare il primitivo, ingombrante e sprovveduto cugino, fino a provocarne l’estinzione.

Ma ora si sa che il Neanderthal era sicuramente altrettanto intelligente, si è scoperta anche la prova di un’attività sessuale frequente fra le due specie. La teoria dell’eliminazione voluta del Neanderthal da parte del Sapiens non tiene. Anche l’ipotesi di una rivalità fra i due diversi modus vivendi è poco credibile.

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Ricostruzione del Neanderthal al Museo Neanderthal di Mettmann. Il businessman della valle di Neanderthal veste Armani. © Reimund Schertzl

Le due specie vivevano nello stesso habitat, è vero, ma raramente porta a porta. Entrambe avevano lo spazio più che necessario ad esercitare un modo di vita autonomo, in libertà. Forse la lotta per la conquista di nuovi territori portò a lotte fra le due specie? Difficile da immaginarsi, se pensiamo che il Continente europeo era in quell’epoca scarsamente abitato. Spazi e selvaggina abbondavano dovunque, per tutti.

Il sito archeologico francese di La Ferrassie, situato non lontano dalla città di Le Bugue, sembrò poter fornire una risposta all’interrogativo. Circa 50.000 anni fa erano stati seppelliti in quella caverna sette individui della specie di Neanderthal, cinque dei quali erano bambini. Cinque su sette. Dalle analisi svolte, gli studiosi dedussero che i gruppi di Neanderthal fossero soggetti a un alto tasso di mortalità infantile e che la durata della vita adulta fosse in media molto breve. A malapena i Neanderthal raggiungevano i 30 anni di età.

In uno scenario del genere, il clima rigido della glaciazione del periodo Würm (110.000-12.000 anni fa) potrebbe aver ridotto di molto le possibilità di sopravvivenza dei bambini Neanderthal e, al contempo, le possibilità di accoppiamento fra gli adulti dei vari clan portando a una drastica diminuzione di nascite. A lungo andare, questo avrebbe causato l’estinzione della razza. Ma come mai proprio l’uomo di Neanderthal, perfettamente adattato al clima freddo (si trovava da ben 130.000 anni in Europa!), non sopravvisse e si salvò invece l’Homo sapiens arrivato molto più di recente (da 45.000 anni in Europa)? Qualcosa non quadra.

Si chiamò in causa la dieta dell’uomo di Neanderthal. In un clima particolarmente freddo la sua struttura corporea robusta necessitava di una grande quantità di calorie. Secondo l’antropologo Steven Churchill, consumava dalle 4000 alle 5000 calorie al giorno, il che significa – a titolo esemplificativo – due chili di carne di renna quotidianamente. Questo dato corrisponde ad un fabbisogno calorico di un terzo maggiore di quello di un Inuit al giorno d’oggi. Se però l’offerta di selvaggina diminuiva drasticamente, l’uomo di Neanderthal doveva risparmiare le sue energie e di conseguenza anche in questa situazione le possibilità di accoppiamento venivano a mancare.

Cranio di Sapiens e

Cranio di uomo anatomicamente moderno (Homo sapiens sapiens) e uomo di Neanderthal (Homo sapiens neanderthalensis) a confronto. I disegni e le repliche dei crani sono stati fotografati al Museo Neanderthal di Mettmann. grafica e testi © Reimund Schertzl

L’Homo sapiens sarebbe invece riuscito a sopravvivere grazie alla sua struttura corporea più gracile (consumo inferiore di calorie) e, forse, anche a una dieta più flessibile. Mentre il robusto cugino fu sopraffatto dal troppo freddo e dall’impossibilità di riprodursi. È possibile? Questa spiegazione non soddisfa del tutto.  Si potrebbe sollevare la stessa obiezione di prima: il freddo non era riuscito a vincere l’uomo di Neanderthal per decine di migliaia di anni. È difficile credere che i suoi gruppi non fossero abbastanza organizzati da poter tener testa a questa difficoltà.

Più credibile appare l’ipotesi dei paleoantropologi Michael Bolus e Chris Stringer: forse i gruppi di Homo sapiens collaboravano fra di loro in modo più intenso ed erano più numerosi, forse i contatti fra un gruppo e l’altro erano meglio organizzati. I Neanderthal, al contrario, tendevano a vivere isolati e i loro clan erano costituiti da pochi individui. In caso di necessità, avevano difficoltà a trovare aiuto. Come poteva una popolazione di scarsa densità, sparsa in giro per il Continente e priva di una rete sociale organizzata, sopravvivere in un clima inclemente e sviluppare una cultura complessa?

Non è da escludersi, ma forse hanno ragione Michael Barton e Julien Riel-Salvatore, rispettivamente delle università di Arizona e Denver. Secondo un modello virtuale realizzato al computer da Barton e Riel-Salvatore sulla base di dati archeologici e genetici, i Neanderthal si sarebbero estinti proprio nel corso di questo processo di ibridazione con i Sapiens, perché la loro popolazione era numericamente di  gran lunga inferiore a quella dell’Homo sapiens. Attività sessuale con esito mortale a lunga scadenza? Un’ipotesi plausibile.

Il primo artista d’Europa fu un Neanderthal oppure un Sapiens?

Altro grande quesito irrisolto riguarda la creatività dell’uomo di Neanderthal e quella del suo cugino Homo sapiens. I più antichi artefatti complessi di valore puramente estetico (che non rientrano nella categoria degli utensili di uso quotidiano) risalenti a più di 40.000 anni fa, sono stati scoperti tutti in Europa. Più precisamente in Germania, nella regione Baden-Württemberg. Sono oggetti incredibili: la statuetta della Venere di Hohle Fels, la scultura dell’Uomo-leone, dei flauti e molte altre figurine di animali ed esseri umani di espressiva bellezza che non hanno nulla da invidiare alle opere d’arte moderne. Queste sono, al momento, le sculture più antiche del mondo. Forse anche più antiche dell’arte rupestre di Cueva de los Castillos e sicuramente più antiche dei dipinti parietali nelle grotte preistoriche di Francia e Spagna (35.000-20.000 a. C.).

Tali meraviglie vengono attribuite alla fantasia dell’Homo sapiens. Ebbene, nel corso del suo lunghissimo viaggio fuori dall’Africa e prima di giungere in Europa, l’Homo sapiens si stabilì in Medio Oriente, in Asia, in molti altri territori, e tuttavia in nessuno di questi luoghi è stato trovato un solo manufatto paragonabile alle sculture scoperte nelle caverne europee. Non si trova nemmeno un dipinto parietale che regga il confronto con quelli delle caverne francesi e iberiche. Come si spiega questa discrepanza?

Eppure l’intelligenza del Sapiens giapponese non era di certo inferiore a quella del suo parente tedesco. A cosa è dovuta questa differenza? Alcuni studiosi ipotizzano alle origini dei capolavori preistorici uno scambio culturale fra Homo sapiens e uomo di Neanderthal che è sicuramente avvenuto in Europa. Il nostro continente fu teatro di un transfer unico al mondo che plasmò l’idea di arte nel Paleolitico? E l’uomo di Neanderthal rivestì in questo transfer un ruolo di primo piano?

Un’ipotesi di certo accattivante. Fu l’uomo di Neanderthal l’ispiratore all’arte sacra? Partì da lui l’idea di creare i primi oggetti dal valore artistico che, probabilmente, erano collegati a culti o riti sciamanistici? In questo caso ci si chiede come mai non siano stati ritrovati altri artefatti nei siti occupati esclusivamente da individui della specie Neanderthal. E qui entra in campo un’altra possibilità: forse alcuni oggetti scoperti nelle grotte tedesche furono realizzati proprio dall’uomo di Neanderthal e sono stati erroneamente attribuiti all’Homo sapiens?

Le datazioni dei reperti in quelle epoche del Paleolitico si rivelano talmente complicate, che non di rado devono essere revisionate. Al momento ancora si discute sulla data di sparizione dell’uomo di Neanderthal. E poi, diciamo la verità. Siamo talmente abituati a considerare l’Homo sapiens come la creatura umana più evoluta e perfetta, da attribuirgli automaticamente anche meriti non suoi. Invece non potrebbe essere stato il misterioso – e oltretutto più voluminoso – cervello del grezzo cugino, del cugino troppo a lungo sottovalutato, a creare quei piccoli capolavori del Paleolitico? Domande più che spinose. E, per ora, il mistero rimane.

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Link al Neanderthal Museum a Mettmann presso Düsseldorf nelle cui vicinanze si trova la caverna della valle di Neander

Video sulle caverne dipinte della Cantabria (anche Cueva de los Castillos dove si trovano le impronte di mani forse di Neanderthal) 15:05

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