Quelli che ci rubano la libertà

 

 

Mentre seguiamo le tragiche vicende in Siria con il fiato sospeso, mentre spalanchiamo gli occhi inorriditi dinanzi agli attentati di Parigi e tremiamo all’idea di un futuro dominato dal terrorismo islamico, in Occidente imperversa invece il terrorismo invisibile ma sempre presente del neoliberismo e delle banche. Le creature del governo ombra. Praticamente ci stanno rubando l’Europa sotto il naso e non ce ne accorgiamo nemmeno. Non parlo adesso delle manovre scandalose legate ai trattati come TTIP, CETA, TISA e compagnia bella. Zitti zitti, gli oligarchi si stanno pure spartendo i nostri beni culturali e il nostro patrimonio naturale. Di nascosto, vergognosamente. Proprio come i ladri. Sono quelli che vogliono toglierci anche l’acqua.

Privatizzazione selvaggia

Questa forma di terrorismo invisibile ma estremamente efficace si chiama privatizzazione. Diciamo la verità, in qualche modo ce la siamo voluta. Quando, a partire dagli anni Novanta del XX secolo, si iniziarono a privatizzare le poste, i servizi pubblici come la fornitura del gas e dell’elettricità, le telecomunicazioni, e via dicendo, con la scusa di migliorare le prestazioni a uso e consumo del cittadino, non ci siamo opposti. Li abbiamo lasciati fare, illudendoci di poter fruire di un futuro migliore. In realtà non è così. Basta dare un’occhiata qui, dove vivo io da anni, nell’organizzatissima Germania. Da quando i servizi pubblici sono stati privatizzati, nulla funziona più come prima, con la differenza che adesso il cittadino paga molto più di prima.

Diciamocelo francamente, cosa ci aspettavamo? Credevamo forse che gli oligarchi coltivassero un qualche interesse per le popolazioni? Che fossero dei benefattori dell’umanità? Perché mai avrebbero dovuto interessarsi più dei cittadini che dei proprio profitto? E nel fatidico 1992, quando si discuteva sul tema della privatizzazione in Italia a bordo dello yacht Britannia, chi prendeva parte all’incontro? Naturalmente i banchieri inglesi, primo fra tutti l’istituto Warburg nella persona dell’allora presidente Herman van der Wyck. Una banca potentissima nel panorama internazionale, da sempre strettamente legata agli imperatori Rothschild. Riflettiamo poi, solo per qualche attimo, sul significato del termine “privatizzazione”: il passaggio del patrimonio pubblico in mani private. Quando un bene passa da un proprietario all’altro, il proprietario originario non può più disporne a proprio piacimento. Per lui, il bene è perduto. Ecco cosa gli abbiamo permesso di fare.

Parco Güell, Barcellona. Nella lista dell'UNESCO. Foto: Year-of-the-dragon CC BY SA 3.0

Parco Güell, Barcellona. Nella lista dell’UNESCO. Foto: Year-of-the-dragon CC BY SA 3.0

Conseguenza di questa mossa fallimentare: nelle nostre nazioni europee ogni edificio pubblico, ogni parco, ogni bosco o altro paesaggio naturale che non porti abbastanza introiti allo Stato, viene privatizzato. Spesso e volentieri a nostra insaputa. Da un giorno all’altro non ci appartiene più. La parola d’ordine per poter espropriare senza problemi è: debiti. Le nazioni europee sono indebitate fino al collo e vendono per liberarsi dallo scomodo fardello. Chi vende? I governi, le amministrazioni comunali o regionali. Chi compra? Le grandi multinazionali, banche o altre imprese finanziarie, talvolta miliardari privati. Ciò significa che magari un giorno non troppo lontano vorremo fare una passeggiata nel bosco con i nostri figli e ci troveremo a sbattere il naso contro recinto e cartello: “Vietato l’accesso – Proprietà privata”. Oppure il bosco non ci sarà più, abbattuto da chi ha tratto profitto dal legno degli alberi secolari, da chi ci ha costruito delle palazzine, un nuovo centro commerciale.

Proprio questo stava accadendo in Irlanda solo un paio d’anni fa con i boschi di Stato. In una nazione che da sempre era nota per i suoi terreni boschivi (nel XII secolo le foreste occupavano addirittura il 70 % del Paese) è stata privata di molti di questi spazi verdi per sanare le finanze dello Stato precipitato nella bancarotta. Ciliegina sulla torta: il primo ministro Bertie Ahern, responsabile della crisi finanziaria del 2007 e della conseguente privatizzazione dei boschi irlandesi, dopo le sue dimissioni ha lavorato per una banca svizzera. Questo istituto finanziario – guarda caso – è proprietario dell’impresa irlandese che si è rivelata essere uno dei maggiori offerenti per i terreni verdi dell’isola.

Cultura in vendita

Altro episodio eclatante è quello del Parco Güell, a Barcellona. Si tratta di un’opera dei primi del Novecento progettata dall’architetto Antoni Gaudi, è talmente bello e curioso da essere stato inserito nell’elenco dei patrimoni dell’umanità dell’UNESCO. Una sorta di città giardino con un museo a cielo aperto, un parco pubblico in cui soprattutto gli abitanti del luogo potevano andare a passeggiare, passare qualche ora di relax, portare i bambini a giocare e al contempo godere delle opere artistiche del Gaudi. Non solo questo. Il Parco Güell è uno dei monumenti simbolici della città, come la basilica della Sagrada Familia. Ebbene, dal 25 ottobre 2013, l’ingresso al parco è a pagamento.

Ora per entrarci è necessario pagare intorno agli otto euro. Ciò significa che molti residenti che prima andavano nel parco ogni giorno – soprattutto pensionati o famiglie con bambini piccoli – oggi non possono più permetterselo e devono accontentarsi di passeggiare… lungo i marciapiedi. È ovvio che queste persone si sentano offese e arrabbiate, espropriate di un bene pubblico che ormai è accessibile quasi esclusivamente al turista di passaggio, il quale non ha problemi a spendere per una volta otto euro, durante le vacanze. E tutto ciò è stato fatto senza nemmeno chiedere il beneplacito dei cittadini. Alle loro spalle.

Hôtel de la Marine nella Place de la Concorde, Parigi. Foto: Siren-Com CC BY SA 3.0

Hôtel de la Marine nella Place de la Concorde, Parigi. Foto: Siren-Com CC BY SA 3.0

In Francia, a Parigi, stava per essere veduto un palazzo di importanza storica, l’Hôtel de la Marine, in Place de la Concorde. Anche qui il motivo era sempre lo stesso: i debiti di Stato. E c’è mancato poco che l’affare andasse in porto. Fortunatamente un gruppo di cittadini, capeggiato dal direttore di un club di storici amatori del palazzo parigino, è venuto a sapere della manovra e ha reagito tempestivamente facendo pressione sull’ex presidente Sarkozy. La stampa francese si è unita al coro di sdegno e il governo ha deciso di dimenticare l’affare che avrebbe finito per sollevare l’opinione pubblica contro l’allora presidente. Hollande ha capito l’antifona e si è attenuto alla medesima linea, così il progetto Hôtel de la Marine è chiuso – almeno per ora – in un cassetto.

Muri vecchi e muri nuovi

In Italia, la piovra della privatizzazione stava addirittura per vendere il Colosseo, il monumento forse più caratteristico in assoluto, cuore della storia romana della Penisola, gioiello dell’Urbe. Un’idea che era stata lanciata a suo tempo dal celeberrimo Cavaliere, il quale aveva fondato una società per azioni con il compito di valutare tutti gli immobili appartenenti allo Stato allo scopo di poterli vendere nel momento più indicato al migliore offerente. Nonostante esista una legge che delega proprio allo Stato il compito di salvaguardare il patrimonio culturale dei cittadini. È arrivato Diego della Valle, boss del brand di lusso Tod’s e salvatore in extremis, che ha sganciato 25 milioni di euro per restaurare il monumento in rovina. In cambio ha reclamato l’esclusiva dei diritti di immagine del Colosseo per 15 anni, a livello internazionale. Ed è diventato così il nuovo “imperatore di Roma” … honoris causa. Meglio lui, imperatore provvisorio, che uno sceicco arabo per sempre? Forse sì.

Meno fortunata è stata la sorte della Villa Favorita ad Ercolano, nella Campania. Un incantevole palazzo del XVIII secolo che sta andando pure in rovina e dovrebbe essere restaurato. Ma il restauro costerebbe intorno ai 40 milioni di euro. In Internet la Villa è stata messa in vendita da un’agenzia immobiliare. Lo stesso destino è toccato – incredibile ma vero! – a due montagne austriache che praticamente erano già state vendute a una grande ditta di computer. Fortunatamente la reazione degli abitanti del luogo che si vedevano vendere, per così dire, la terra sotto i piedi e soprattutto quella dei mass media sbalorditi e pronti a intervenire per diffondere lo scandalo, è stata talmente massiccia da costringere i contraenti a bloccare il progetto.

Muro di Berlino. Foto: KarleHom CC BY SA 3.0

Muro di Berlino. Foto: KarleHom CC BY SA 3.0

Invece niente speranze per il Muro di Berlino. I resti di questo monumento che ormai fa parte della nostra storia ed è stato dipinto da centinaia di artisti, viene distrutto pezzo per pezzo senza pietà. E senza preavviso. Un paio d’anni fa, il costruttore Mike Uwe Hinkel ha fatto rimuovere 5 metri di muro, e questo è stato soltanto l’inizio. Tanto più che i monumenti pubblici sono amministrati da una società privata e che anche Berlino è piena di debiti. Nell’area occupata dal muro devono sorgere palazzine di lusso. Dove sono attualmente dei quartieri poveri, nel luogo memore di decenni di sofferenze e lotte dei berlinesi, si vuole realizzare un nuovo paradiso per i benestanti con tanto di night club. Chi se ne frega dei poveri – che verranno semplicemente sfollati – e della memoria.

Il prezzo dell’acqua

Ci sarebbe tanto da dire sul tema della privatizzazione. Sono centinaia gli esempi dell’impostura messa in opera dal governo ombra nelle nazioni europee in nome della privatizzazione, troppi per essere citati tutti in un breve articolo. Ma il tema dell’acqua non deve mancare. Perché l’acqua è vita e viene quindi al primo posto, ancor prima della cultura, dato che senza vita non rimane proprio nulla. In testa alla classifica dei predatori d’acqua ci sono i giganti Veolia, Suez e Thames Water che approfittano delle difficoltà economiche di città e regioni europee per impadronirsi della gestione dei loro acquedotti. Molte città francesi sono già cadute preda del tranello. Nella città portoghese Paco de Ferreira la privatizzazione ha portato a un aumento dei prezzi di acqua potabile del 400 % e – non è uno scherzo – al divieto di bare acqua dalle fontane.

Dobbiamo renderci conto che Veolia e Suez sono presenti in ben 69 nazioni di cinque continenti. 450 città tedesche ne hanno fatto le spese, tra cui la vessata Berlino. I berlinesi ora hanno aperto gli occhi, si sono resi conto dello sbaglio, e stanno lottando per riprendersi indietro i loro diritti trafugati. Anche nella Polonia, nella Slovacchia e in Spagna Veolia è presente. Pure in Italia. E, facendo spaziare lo sguardo un po’ più a sud, nuove vittime della privatizzazione saranno prossimamente gli acquedotti greci di Atene e Tessalonica.

Sede parigina della Veolia, in Avenue Klebér. Foto: Tangopasso CC BY 2.0

Sede parigina della Veolia, in Avenue Klebér. Foto: Tangopasso CC BY 2.0

Il pericolo principale derivato dalla privatizzazione dell’acqua sta nel fatto che le imprese private non sono in grado di produrre con più profitto dei comuni perché, a differenza dei comuni, devono realizzare utili. Tipico esempio è la privatizzazione dell’acquedotto londinese vittoriano avventa nel 1989. Dopo la privatizzazione, il profitto derivò dal risparmi operato sulle misure di restauro e manutenzione. Con il risultato che il prezzo dell’acqua per i cittadini aumentò notevolmente mentre, a forza di risparmiare, le tubature andarono sempre più in rovina, l’acqua finì per essere contaminata e in gran parte assorbita dal terreno circostante. Con le conseguenze che possiamo immaginare.

Difendiamo fino all’ultimo, perciò, la nostra acqua. Impariamo dagli sbagli delle città tedesche che, dopo essersi accorte dell’errore fatale di aver ceduto i loro acquedotti alle imprese private, oggi combattono per riprendersi i diritti perduti. Come per esempio Stoccarda. A duro prezzo. Quando il contratto con la ditta EnBW nel 2013 doveva essere rinnovato, un referendum popolare è riuscito a mettere i bastoni fra le ruote dell’impresa, invocando a gran voce lo scioglimento del contratto. Ma uscire da un patto con il diavolo non è così facile. Il demone non intende di certo mollare la presa. Da allora si susseguono i processi. La EnBW esige ben 700 milioni, vale a dire una somma cinque volte maggiore del prezzo da lei originariamente pagato.

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