Sorriso eterno, enigma perenne

 

 

Il volto della sfinge di Giza, dell’enorme leone dalla testa umana che fu prima attribuito a Chefren e più recentemente a Cheope, del gigante che sembra vegliare sull’altopiano e voler proteggere l’antica necropoli dei re: un enigma in pietra. La sfinge sta accovacciata dinanzi alle piramidi, da centinaia di secoli il suo sguardo è diretto verso oriente, verso il sorgere del sole, sulla linea dell’orizzonte, e rivolto al mondo dei vivi. Poiché i morti, secondo il pensiero egizio, abitavano l’occidente, il deserto del rosso Seth.

Questa gigantesca scultura non ha ancora rivelato i suoi segreti. E chi mai rappresenta il volto umano della sfinge di Giza? A chi appartengono i suoi lineamenti? Si tratta di un’immagine sacra del faraone Chefren come sostengono gli studiosi più tradizionalisti? Oppure è il ritratto solenne del grande Cheope, costruttore della piramide più alta situata sul pianoro? Noti egittologi, primo fra tutti il professor Rainer Stadelmann, pensano che la sfinge ritragga Cheope. Questo suo disaccordo con la teoria ufficiale mi sembra senz’altro giustificato, poiché l’identificazione più classica (e ancora valida) che vuole la sfinge di Giza quale ritratto di Chefren, si basa su argomentazioni vacillanti, piuttosto vaghe.

È confortante constatare che un’ipotesi sorpassata abbia finalmente perduto la sua sacralità dogmatica e ceduto il posto ad una nuova chiave di lettura. Si era sempre pensato che l’unico reperto a noi giunto con le fattezze di Cheope fosse la minuscola statuetta d’avorio conservata al Museo del Cairo, un capolavoro di pochi centimetri d’altezza.

testa della sfinge

Testa della sfinge di Giza. Foto Sabina Marineo.

L’artefatto fu scoperto nel 1903 dal grande archeologo inglese Matthew Flinders Petrie presso Abidos, in un tempio del dio Osiride-Chontamenti. Altro reperto che eventualmente potrebbe ritrarre il re, è una testina di granito rosa conservata al Museo di Brooklyn. Ed esiste infine anche una minuscola testa di calcite attualmente esposta al Museo di Stato dell’Arte Egizia di Monaco di Baviera, ma anche in questo caso non è certo che essa ritragga veramente il faraone Cheope.

Ebbene, grazie alla revisione odierna, non è da escludersi che a Cheope sia stata dedicata la sfinge di Giza, la scultura di pietra più grande in assoluto. Una meraviglia del mondo antico. Il che ben si sposerebbe con l’immagine del re costruttore del primo gigante di Giza. Si va, insomma, da un estremo all’altro. Sarà vero? È proprio suo il volto della sfinge? È Cheope che ci sorride da millenni, enigmatico e sornione, sotto il cielo egizio?

Testa di Cheope da confrontare con la sfinge di Giza.

Probabile testa di Cheope, Museo di Stato dell’Arte Egizia, Monaco. La sfinge di Giza e Cheope: lo stesso volto? Foto di Sabina Marineo.

 

 

In realtà non lo sappiamo, perché anche la somiglianza tra Cheope e la sfinge di Giza per il momento è solo un’ipotesi. Finché non emerge una prova di fatto, le supposizioni sono destinate a rimanere tali e sono soggette a continuo mutamento. Non sfuggono però all’occhio dell’osservatore attento le dimensioni sproporzionate della testa in confronto al resto del corpo della sfinge, così come il fatto che la testa presenti un grado di deterioramento molto minore a quello presentato dal corpo leonino. Tutto ciò fa supporre che originariamente la statua avesse un’altra testa, più antica, che fu poi “riscolpita”.

Chi rappresentava la testa originaria della sfinge?

Dunque la testa originaria può aver rappresentato un’immagine del tutto differente. Forse era semplicemente una testa di leone in piena sintonia con il resto della statua, forse era una testa di Anubis, il custode delle necropoli. Forse la testa di una divinità ancora sconosciuta, del falco Horus oppure di una dea.

Non bisogna trascurare un elemento, a mio avviso, molto importante: proprio due dei primi egittologi che anzi si potrebbero definire i padri dell’egittologia, vale a dire i famosi Auguste Mariette e Gaston Maspero, sostenevano che la sfinge andava collocata in tutt’altra epoca storica. Secondo gli studiosi, la sfinge di Giza era molto più antica, risaliva addirittura al periodo predinastico. Mariette sosteneva:

“ Questa colossale effigie era, quindi, già esistente prima dell’epoca di Cheope. Essa è di conseguenza più antica della piramide.”

Vediamo quindi che la possibilità di una retrodatazione della sfinge non sarebbe poi così assurda e tanto meno inconsistente. Se ciò fosse vero, verrebbero a cadere le ipotesi di Cheope e di Chefren e bisognerebbe cercare soluzioni del tutto differenti.

sfinge di Giza vista da un tempio

Sfinge di Giza vista dal Tempio a Valle. Foto di Sabina Marineo.

A ciò si aggiunge un elemento molto importante che viene fin troppo spesso ignorato o tralasciato. Nel suo interessante saggio Sphinx, le père la terreur. Histoire d’une statue“ l’egittologa Christiane Zivie-Coche, che ha concentrato le sue ricerche e si suoi studi proprio sull’altopiano di Giza, sottolinea il fatto che durante il Regno Antico non si conosceva un nome preciso per definire la scultura leonina, e anzi: “nessun testo di quell’epoca vi fa riferimento”.

E come si spiega questa mancanza? Se davvero la statua rappresentava Cheope oppure Chefren – due sovrani del Regno Antico -, com’è possibile che non sia stata accostata negli scritti sacri a uno di questi regnanti? I re egizi, noti per la facilità con cui si “appropriavano” di monumenti altrui apponendovi il proprio nome, avrebbero rinunciato a prendere possesso di una statua imponente come la sfinge? Ciò sembra poco credibile.

Potrebbe esserci una sola spiegazione: forse gli Egizi delle prime dinastie non sapevano più nulla sulle origini di una statua situata sull’altopiano di Giza che apparteneva a un’altra cultura molto più antica, predinastica, la cui storia si perdeva nella notte dei tempi. E quindi la ritenevano un testimone muto del passato, un’espressione sacra di divinità perduta e non sapevano che nome attribuirle. È per lo stesso motivo che anche gli storici contemporanei di Plinio (23-79 d.C.) preferirono tacerne l’esistenza?

Di certo sappiamo soltanto che la statua leonina durante il Nuovo Regno veniva chiamata “Quello/Quella del luogo eletto” e definita “Hor-em-achet” e cioè “Horus all’orizzonte”. In quel periodo la piana di Giza costituiva un importante centro di pellegrinaggio. Ma siamo, appunto, nel Nuovo Regno e quindi sono ormai passati millenni dai primi re d’Egitto. Per farci un’idea più concreta: è come se oggi noi cercassimo di identificare una statua sconosciuta costruita da una cultura sconosciuta almeno duemila anni or sono. Le definizioni del Nuovo Regno, quindi, non ci aiutano più di tanto. Dobbiamo retrocedere nel tempo, cercare alle radici della storia delle Due Terre.

Per approfondire il tema dell’Egitto predinastico e protodinastico, rimando al mio saggio „Prima di Cheope“ edito da Nexus Edizioni, 2013.