Quegli strani occhi di cristallo del Regno Antico

 

 

Le lenti dei faraoni, gli occhi di alti funzionari al Museo Egizio del Cairo. Occhi di cristallo. Ricordo, come fosse oggi, la prima volta che li vidi da vicino. Mi fecero una grande impressione. Occhi lucenti che risaltavano sui volti di pietra e seguivano i miei movimenti ovunque mi spostassi. Immaginai l’effetto che dovevano aver fatto a chi, per primo, aveva aperto la mastaba in cui la statua dormiva il suo sonno millenario e scorto le iridi brillare nella penombra.

Di certo per un attimo l’archeologo pensò di essere davvero dinanzi al ka del defunto egizio. Sono splendidi occhi di differenti colori: verdi, grigi, marroni, talvolta anche azzurri. Di un azzurro intenso, le iridi spiccano sui volti dal colore bruno. Miracolo della tecnica antica che conferisce a queste statue un bagliore di vita ancora intatto e racconta all’osservatore di oggi come dovevano essere gli sguardi perduti dei vivi. Una traccia d’anima. Ma al di là del valore estetico e artistico, gli occhi dei faraoni pongono domande interessanti.

Una tecnologia dei tempi più antichi che andò perduta?

Prima di tutto colpisce il fatto che, in base ai reperti resi noti fino ad oggi, gli occhi di cristallo siano presenti prevalentemente su delle statue del Regno antico (ca. III-VI dinastia) e poi appaiano di colpo su una statua del Secondo periodo intermedio (XIII dinastia), per sparire di nuovo nel buio. Come si spiega questo fatto? Era una tecnica nota solo a pochi che andò perduta nei disordini politici del Secondo periodo intermedio? Un segreto tramandato da poche persone in un circolo ristretto di artigiani che poi si perse alla morte di questi, magari nel trambusto degli avvenimenti storici?

Statua di Rahotep, Museo del Cairo. Dettaglio degli occhi di cristallo. Calcare dipinto, 2590-2551 a. C.

Statua di Rahotep, Museo del Cairo. Dettaglio degli occhi di cristallo. Un ottimo esempio di lenti dei faraoni. Calcare dipinto, 2590-2551 a. C. Foto Sabina Marineo.

Ma chi ci guarda con gli occhi di cristallo? Qualche esempio: possiamo ammirare quelli delle statue del principe Rahotep e sua moglie Nofret, un bel gruppo scultoreo di calcare che fu scoperto dall’egittologo Auguste Mariette a Meidum, nella mastaba di Rahotep, e risale al 2590- 2551 a.C. (IV dinastia); della statua di calcare del principe e tesoriere Chaemked, scoperta anch’essa da Mariette in una tomba di Saqqara (V dinastia); della famosa statua dello scriba di Saqqara (V dinastia); della statua di legno di Kaaper, alto funzionario, trovata nella sua mastaba a Saqqara (V dinastia); della statua di Ranefer e di Mitri, portate alla luce entrambe nelle loro mastabe di Saqqara (V dinastia). Infine, dalle nebbie della XIII dinastia, ci guardano i meravigliosi occhi grigi del principe Auibre-Hor, applicati alla sua statua di legno ritrovata a Dashour, nel complesso funerario del faraone Amenemhet III. E questa statua risale circa al 1750 a. C..

Come dicevo più sopra, a partire dal reperto di Auibre-Hor e quindi dalla XIII dinastia, scompare definitivamente la tecnica dei maestri egizi. È vero che vi sono altre statue più tarde in cui gli artisti si sono premurati di inserire begli occhi fatti di ossidiana o di lapislazzuli, ma la perfezione della lavorazione necessaria a produrre le più complesse lenti di cristallo e l’espressività che ne deriva, non vengono mai più raggiunte.

Eppure non si può certo dire che i faraoni delle epoche successive mancassero di mezzi per poter finanziare opere di questo tipo. Pensiamo solo al fasto delle costruzioni della regina Hatshepsut e del tesoro di Tutankhamon, oppure ai meravigliosi templi del faraone Ramesse. Tuttavia, così come accadde con l’ineguagliata perfezione della grande piramide di Cheope edificata proprio durante il Regno antico, anche la tecnica degli occhi di cristallo sparì. Sembra quasi che pure in questo settore ci sia stato un salto di qualità… all’indietro. Ma vediamo meglio di che si tratta. A parte la bellezza, qual è la particolarità di questi artefatti?

Gli occhi dei faraoni non ci perdono di vista

Gli occhi dell’Antico regno sono ricavati da quarzo e da cristallo di rocca. Le iridi cristalline sono lenti convesse perfettamente molate e levigate. Sono, quindi, in grado di ingrandire la pupilla che è stata dipinta sul retro con una pasta di colore nero oppure inserita (un pezzetto di legno d’ebano), conferendo all’occhio della statua un’espressione viva e fedele al naturale. Non solo questo, la particolare lavorazione della lente provoca l’effetto ottico dello sguardo che segue l’osservatore ovunque egli vada, qualunque sia l’angolazione in cui questi si trova al momento. E sicuramente non si tratta di un caso, ma di un effetto voluto e calcolato.

Gli occhi dello scriba del Museo del Louvre, ca. 2500 a.C.

Gli occhi dello scriba del Museo del Louvre, ca. 2500 a.C.

La cosa, però, non finisce qui. Questi piccoli capolavori di cristallo suggeriscono altri interrogativi. La perfezione delle lenti è infatti la prova della capacità degli antichi artigiani egizi di produrre, volendo, anche delle lenti da vista oppure da inserire in strumenti particolari che producano un ingrandimento di oggetti o/e iscrizioni. Lenti d’ingrandimento, per esempio. Se gli artigiani avevano pensato di applicare alle statue lenti di questo tipo per motivi estetici (e forse pure magici), perché non avrebbero dovuto avere anche l’idea di sfruttare certe proprietà delle lenti per supplire alle debolezze della vista umana?

L’orientalista Robert Temple ha svolto un interessante studio su un gran numero di lenti di cristallo dell’antichità provenienti dalle culture più differenti e che avevano tutte proprietà d’ingrandimento. Nel suo saggio “The Crystal Sun” scrive di aver trovato ed esaminato una di queste lenti perfettamente lavorate dalla mano dell’uomo proprio al Museo del Cairo:

Ho analizzato e fotografato di persona una delle tante lenti che sono state trovate a Karanis, in Egitto (…) Si trovava nella vetrina B, stanza 49, reparto 2 del Museo. (…) Le informazioni del catalogo riguardo a questa lente recitano: “Oggetto che assomiglia a una lente piano-convessa di vetro azzurro-verde, diametro 5 centimetri, III secolo d.C.” (…) La superficie della lente sembra essere perfettamente levigata e mostra una molatura circolare su tutta la superficie, il che significa che la lente è stata prodotta con un movimento circolare. (…) Non si vede nessuna scheggiatura o danno di nessun tipo e la lente si trova in ottime condizioni. Non mostra nemmeno segni di una montatura. È stata levigata in modo ineccepibile, entrambe le superfici sono perfettamente levigate. La cosa più impressionante che caratterizza questa lente egizio-romana è però il fatto che il vetro sia ancora eccezionalmente trasparente. (…) Così risultò facile misurare i valori d’ingrandimento, cosa che con le lenti di vetro antiche spesso non è possibile. Se la lente giaceva direttamente sopra il tavolo, il suo valore d’ingrandimento era uguale a zero. Ma se veniva alzata abbastanza, il valore era 1,5. Si rivelava, quindi, un’ottima lente d’ingrandimento per una persona miope. Era di prima qualità. Il materiale ottimo. Le lenti di Karanis del III secolo d. C. testimoniavano un livello di lavorazione molto elevato.”

 Quelle di Karanis non sono le sole lenti dell’antichità ritrovate, ma un esempio fra tanti. Il professor Temple ne ha esaminate più di 450 in tutto il mondo. Bisogna poi fare anche un’altra considerazione che rafforza la tesi dell’esistenza di strumenti appositamente costruiti per ingrandire iscrizioni oppure oggetti. Esistono manufatti antichissimi con rilievi in miniatura che sarebbe impossibile ammirare senza l’uso di una lente d’ingrandimento, e tanto meno sarebbe possibile scolpirli senza l’ausilio di questa.

Replica della lente di Visby, Deutsches Museum, Monaco di Baviera. „Visby-Linse cropped“ von Torana - Eigenes Werk. Lizenziert unter Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0-de über Wikimedia Commons - http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Visby-Linse_cropped.jpg#mediaviewer/Datei:Visby-Linse_cropped.jpg

Replica della lente di Visby, Deutsches Museum, Monaco di Baviera.
„Visby-Linse cropped“ von Torana – Eigenes Werk. CC BY-SA 3.0

Ci sono diversi indizi in tal senso. Autori come Plinio, Seneca e Cicerone raccontano nei loro scritti di oggetti d’arte così minuscoli, da poter essere visti solo con una lente. In particolare Cicerone parla di una versione dell’Iliade di Omero su pergamena che era così piccola, da essere racchiusa… all’interno del guscio di una noce. Come sarebbe stato possibile scriverla e leggerla senza l’ausilio di uno strumento d’ingrandimento?

Al museo della tecnica, il “Deutsches Museum” di Monaco di Baviera, si può ammirare la replica di un’antica lente di Visby che risale all’XI- XII secolo. L’originale si trova, insieme ad altre nove lenti di diverse dimensioni, nel museo “Gotsland Fornsal” della città di Visby, in Svezia. I reperti fanno parte di un tesoro dei Vichinghi.

Lenti dei Vichinghi e degli Assiri

Alcune di queste lenti hanno delle montature d’argento e venivano portate al collo. La faccia inferiore è ricoperta da un sottile foglio d’argento, conferendo così alle lenti la proprietà di specchio. La lente più grande ha un diametro di 50 mm e uno spessore di 28,5 mm. Queste lenti prodotte circa 1000 anni fa sono talmente perfette, da superare nella loro funzionalità quelle di lettura prodotte più tardi, durante il basso Medioevo. La loro perfezione è stata raggiunta soltanto verso la metà degli anni Venti del secolo scorso. La provenienza, invece, rimane un mistero. Furono prodotte in Svezia oppure in un altro Paese?

Il cristallo di rocca a Gotland non si trova. Di primo acchito si penserebbe che abbiano fatto parte di un bottino portato in patria dai Vichinghi dopo aver intrapreso qualche scorreria in altri luoghi lontani, magari in Asia Minore o nell’Europa meridionale. Infatti queste lenti di cristallo in montatura appaiono a Gotland all’improvviso per poi sparire nuovamente.

D’altra parte, però, la tecnica con cui sono state prodotte le montature stesse sembrerebbe essere tipica svedese. Inoltre nel 2002, durante degli scavi archeologici nella località di Fröjel, si trovò anche un utensile per la lavorazione del cristallo di rocca e, accanto ad esso, c’erano diversi pezzi di cristallo non ancora lavorati, così come delle lenti non ancora ultimate. E questo fa pensare che le lenti di Visby siano un prodotto dell’antica tecnologia vichinga.

La lente più antica di cui si abbia notizia è, comunque, assira. Si trova al “British Museum” di Londra e fu scoperta nel 1849 da Austen Henry Layard in una camera del palazzo dell’antica capitale assira Nimrud (nell’odierno Iraq). La lente risale al VIII- VII secolo a.C. e fu trovata insieme con il tesoro di re Sargon II. Così viene descritta da Layard:

“(…)piana da una parte e convessa dall’altra.(…) possiamo pensare che questo sia l’esemplare più antico di lente d’ingrandimento in nostro possesso.”

 A giudicare dalle tracce riportate dal reperto, anche la lente di Layard doveva essere originariamente incastonata in una montatura. A che serviva? Era davvero una lente d’ingrandimento? Magari un prezioso monocolo di re Sargon?

Eppure, a dispetto dell’esistenza di questi incredibili artefatti e delle interessanti informazioni giunte da Cicerone, Plinio e altri letterati dell’antichità, si stenta a credere che gli artigiani egizi, assiri o vichinghi siano stati in grado di produrre oggetti per migliorare la vista e si considerano le loro lenti semplici ornamenti dal valore magico.

Il primo documento che parli chiaramente di uno strumento che aiuti l’occhio umano a vedere meglio, risale all’11 secolo d.C.  ed è opera di un arabo: Ibn al Haitam. Questi scrive di una lente levigata, e proprio a tale oggetto si riferirono nel XIII secolo i monaci dei conventi tedeschi che lo chiamarono “pietra di lettura”: un segmento di sfera di vetro, cristallo di rocca o quarzo che, posto tra l’occhio e lo scritto, ingrandiva le parole. Ne parlò anche Ruggero Bacone, nel 1267, descrivendolo come una lente piano-convessa.

Verso la fine del XIII secolo apparvero poi le lenti convesse prodotte a Murano, celebre isola veneziana dei vetrai, che venivano tenute insieme da una specie di montatura in ferro. Finché, in una predica fiorentina del 1303, si parlò chiaramente di “occhiali”.

Alla luce di questi dati storici avallati da documenti scritti, le lenti antiche di Egizi, Assiri e Vichinghi impallidiscono, restano avvolte dalle nebbie dell’inspiegabile e del non provato. I cristalli da vista perdono l’aura di mistero che circonda la realtà di un prodotto tecnico fin troppo avanzato per il suo tempo, e finiscono chiuse nel cassetto della ritualistica magica oppure tra gli oggetti decorativi, come gioielli privi di funzione pratica.

Ma sarà davvero così? Pensiamo sul serio che i costruttori della grande piramide di Cheope – un enigma di pietra non ancora svelato che continua a irritare ingegneri e architetti di fama mondiale – applicassero alle loro statue occhi vivi dalle lenti perfette e poi non fossero in grado di produrre altre lenti che sopperissero alle mancanze della vista umana?