In una stele il segreto della necropoli di Giza

 

 

La sfinge di Giza: un rebus scolpito nella pietra che forse può trovare una soluzione in una stele di inventario. Vediamo come. Innanzitutto non mancano le voci che riconoscono nel volto del gigante leonino i lineamenti di una donna. Non si può escludere tale possibilità, dato che, contrariamente a quanto si legge in alcuni testi tendenziosi, i resti di una barba rituale oggi conservati al Museo del Cairo e ritrovati accanto al monumento, risalgono anch’essi al Nuovo Regno. Ciò significa che questa barba fu aggiunta posteriormente, in tempi molto più recenti e non aveva nulla a che fare con la versione originaria della sfinge.

Ne sono conferma le rappresentazioni della sfinge eseguite durante il Nuovo Regno, in cui si può vedere la scultura zoomorfa con la tipica barba arricciata che veniva attribuita agli dèi. Non è detto, quindi, che la statua portasse la barba anche allo stato originario. Forse non c’era nessuna barba. Forse tutta la testa era differente.

Ciò che sappiamo su di lei, è soltanto quello che vediamo adesso e che possiamo riassumere in breve. A giudicare dai resti di colore ritrovati sulla pietra, la scultura doveva essere dipinta di rosso; sul capo portava il fazzoletto pieghettato nemes tipico dei re, e sopra di esso vi era il diadema regale composto da avvoltoio e dall’ureus (il cobra), situato all’altezza della fronte; in seguito a recenti rilevamenti, pare inoltre che dinanzi alla scultura si innalzasse un tempo la statua monumentale di un dio. Questo è tutto.  Alcuni studiosi ipotizzano che il volto della sfinge raffiguri il farone Chefren, altri Cheope (vedi Stadelmann). Ma sono solo ipotesi.

Giacché la testa che vediamo oggi, con molta probabilità, fu scolpita molto più tardi. All’origine doveva esservene un’altra più antica. Il grado di erosione della roccia di cui è fatta la testa della statua e il grado di deterioramento di tutta la parte di roccia che ne costituisce il corpo si differenziano di molto.

In questa immagine è ben visibile la discrepanza fra lo stato di erosione della testa e quello del corpo della sfinge. La testa sembra essere stata "riscoplita" in un secondo tempo, forse perché troppo danneggiata.

In questa immagine è ben visibile la discrepanza fra lo stato di erosione della testa e quello del corpo della sfinge. La testa sembra essere stata „riscoplita“ in un secondo tempo, forse perché troppo danneggiata. Foto di S. Marineo.

Mentre il corpo si presenta alquanto danneggiato – e dobbiamo pensare che invece le sabbie del deserto, tenendolo coperto per secoli avrebbero dovuto proteggerlo – , il capo appare in condizioni di gran lunga migliori. Pur essendo la parte più esposta alle intemperie. Anche il fatto che la testa sia stata scolpita su una roccia più dura di quella utilizzata per formarne invece il corpo, non basta a giustificare lo stato differente di degrado delle due parti. Abbiamo a che fare con due fasi di costruzione del monumento e, quindi, con due sfingi differenti?

E chi rappresentava la sfinge originariamente? L’archeologo svizzero Eduard Naville era convinto che la sfinge raffigurasse una figura femminile, forse la dea Tefnut oppure la vacca cosmica Hathor, importanti dee dell’antico Egitto. Nel caso in cui la scultura originaria presentasse realmente fattezze femminili anziché maschili – sostiene l’autrice svizzera Christa Wolf – potrebbe aver simbolizzato una dea protostorica.

Purtroppo i testi antichi che ci fornirebbero una risposta sicura, mancano. Come osserva a ragione l’egittologa Zivie-Coche, oggi noi siamo abituati a considerare l’Egitto il paese della scrittura per antonomasia, dimenticando invece che proprio i monumenti più remoti, quali sono per esempio la sfinge e le piramidi di Giza, non presentano in nessuna loro parte testi scritti che possano apportare ragguagli sulla loro vera funzione. Zivie-Coche evidenzia:

“Non conosciamo quasi nulla della storia dei sovrani della IV dinastia, per non parlare poi della loro prospettiva religiosa. (…) Questa mancanza di testi dovrebbe insegnarci ad essere prudenti e umili. Chi fa delle ipotesi, cosa non difficile, dovrebbe almeno presentarle come tali, anziché commutare le sue speculazioni in affermazioni avallate da prove inesistenti.” (“Sphinx, le père la terreur. Histoire d’une statue” , Christine Zivie-Coche)

Statuetta di Iside-Hathor con il piccolo Horus. Museo di Stato dell'Arte Egizia, Monaco.

Statuetta di Iside-Hathor con il piccolo Horus. Museo di Stato dell’Arte Egizia, Monaco.

Non posso che concordare con lei. Sarebbe veramente auspicabile che tutti gli studiosi si conformassero a tale atteggiamento più aperto, imparziale e scientifico. Purtroppo non è così.

In ogni caso, la sfinge rivela un altro volto arcaico e ci conduce alla possibile presenza di una dea sull’altopiano della necropoli sacra: ebbene, sappiamo con certezza che già al tempo di Amenophis II sulla piana di Giza veniva praticato il culto di Iside, la dea chiamata anche “Signora delle piramidi”, culto che a partire dalla XXI dinastia si trovava nella sua massima fioritura.

Il territorio di Giza era definito Ro-Setau che significa appunto “necropoli”, e Horus – così come anche Osiride – era il “Signore di Ro-Setau”, figlio di Iside. Questo è un punto molto importante, perché esiste una stele, la cosiddetta “Stele di inventario” che attribuisce le tre piramidi di Giza a questa grande dea degli inizi. E dunque non posso evitare di chiamare in causa tale reperto tanto discusso.

Oggi è possibile ammirare questa stele d’inventario al Museo Egizio del Cairo, nonostante sia esposta in una posizione tale da rendere difficile non soltanto individuare il punto esatto del museo in cui è collocata, ma anche la sua visione. Si trova in una sala del Regno Antico, non lontana dalla statuetta di Cheope, letteralmente incastrata fra la parete e una vetrina.

La stele d’inventario, reperto discusso e quasi nascosto in un angolo del museo

La stele di inventario fu ritrovata nel 1858 da Auguste Mariette nei pressi della sfinge, e riporta una lista di oggetti sacri che appartenevano al tempio di Iside. La lapide risale, conformemente ad un’analisi di stile e compilazione dei geroglifici, alla XXVI dinastia. Ma il testo del reperto, se pur compilato nel Nuovo Regno, si riferisce invece ad avvenimenti molto più remoti che avrebbero avuto luogo già durante il governo di Cheope e, quindi, nel Regno Antico, per la precisione nella IV dinastia. Tale anacronismo ha portato gli studiosi ad etichettare la stele come un falso privo d’importanza storica.

Stele di inventario

La stele di inventario, reperto in cui si parla della sfinge. Fotografia storica.

È chiaro che questa argomentazione non possa soddisfare del tutto, dato che la funzione della stele era probabilmente proprio quella di rimpiazzare una lapide più vecchia andata in rovina, evitando così che gli avvenimenti remoti del tempo di Cheope cadessero per sempre nella dimenticanza. E quindi, perché considerarla un falso in toto?

In breve, la stele d’inventario attesta alcuni lavori di restauro eseguiti appunto durante l’Antico Regno per ordine di Cheope sulla piana di Giza, allo scopo di risanare la piramide di Cheope, quella della principessa Henutsen e il tempio di Iside. Nel testo geroglifico Iside viene detta “Signora delle piramidi”.

Questa lapide, osserva Christiane Zivie-Coche, è quindi un elemento importante, che può fornirci diversi dettagli sulla topografia del pianoro durante la XXVI dinastia. E veniamo così a sapere, osservando la zona dalla direzione sud, che accanto alla piramide di Cheope si levava allora il tempio di Iside, dinanzi al quale vi era la sfinge.

È ovvio che confermare la validità della stele in quanto documento storico dell’Antico Regno, significherebbe ammettere che originariamente Iside era definita la Signora delle piramidi di Giza, e cioè sin dalle prime dinastie, e questo elemento nuovo non potrebbe essere al momento sufficientemente spiegato, tantomeno le implicazioni che esso porterebbe con sé. Eppure la stele parla chiaro:

“Lunga vita ad Horus Madjid, re dell’Alto e del Basso Egitto, Cheope, il vivente. Egli trovò il tempio di Iside, Signora delle piramidi, presso il tempio della Sfinge a nord ovest del tempio di Osiride, Signore del Ro-Setau; egli edificò (restaurò) la piramide della principessa Henutsen accanto a questo tempio. Egli fece scolpire per sua madre, Iside, madre divina, Hathor, signora dei Cieli, un inventario sulla pietra. Egli rinnovò per lei le offerte sacre e costruì (restaurò)il suo tempio di pietra. Ciò che egli trovò in rovina, ora è restaurato, e gli dèi sono di nuovo al loro posto.”

Vorrei sottolineare che la traduzione qui riportata non esce dalla mia penna, ma è tratta dall’opera già citata dell’egittologa Christiane Zivie-Coche.

Come vediamo, il termine geroglifico “qd” riferito alle azioni edili compiute da Cheope sulla piana, può essere tradotto sia con “edificare” che con “restaurare” (n.d.A.: per la traduzione del terminus“qd”, vedere il Dizionario Egizio Rainer Hannig, pag. 1342). D’altra parte però alla fine del testo vi è scritto: “Ciò che egli trovò in rovina, ora è restaurato”, e questo farebbe pensare che Cheope si sia limitato a risanare i monumenti che già erano sulla piana, non a costruirli ex novo.

Piramide di Cheope vista dalla necropoli ovest. Foto di Sabina Marineo.

Piramide di Cheope vista dalla necropoli ovest. Foto di Sabina Marineo.

Ma allora sorge spontanea l’obiezione: se Cheope restaurò monumenti più antichi, le piramidi e la sfinge non furono opera sua e di conseguenza vanno retrodatati.

Può essere che nel futuro emerga qualche nuovo reperto a conferma di questa necessità. Per ora accanto alle opere monumentali della necropoli rimane un grosso punto di domanda. Fatto sta che nessuna delle piramidi che furono costruite prima o dopo il grande complesso di Cheope, riuscì a raggiungere la perfezione e la durata dei tre giganti di Giza.

Lo stile stesso di tutta la necropoli è talmente particolare e nella sua nuda monumentalità e si differenzia talmente dallo stile degli altri complessi cimiteriali egizi del Regno Antico, da essere stato definito in egittologia con una categoria propria: “lo stile di Giza” (vedi Janosch). È sorprendente poi che la stessa necropoli di Djoser, ancor più antica, presenti uno stile del tutto differente da quello di Giza e molto meno monumentale. Lo stesso si può dire dei complessi funerari dei re della V dinastia.

È come se lo stile di Giza fosse apparso all’improvviso, perfetto, gigantesco, austero e privo di iscrizioni, per poi sparire nel giro di un paio di generazioni ed essere rimpiazzato da complessi cimiteriali molto più modesti. La spiegazione che tira in campo fattori economico-politici, come ad esempio una maggiore prosperità al tempo di Cheope, una migliore organizzazione logistica o anche il governo tirannico di questo faraone, non basta a spiegare la differenza stilistica dell’insieme, che sembra poggiare su un concetto del sacro completamente diverso.

Tornando alle dee: qualora il testo della stele, se pure compilato in epoca più recente, dovesse riferirsi realmente ad un testo originario della IV dinastia, avremmo un indizio di notevole importanza che testimonia l’esistenza di un legame antico tra Iside e la piana di Giza. La dea sarebbe stata sin dall’inizio della storia egizia la “Signora delle piramidi” e forse anche il vero personaggio che si nasconde oltre le fattezze della sfinge. Un’ipotesi, a mio avviso, sicuramente affascinante.

Per approfondire il tema dell’Egitto predinastico e protodinastico, rimando al mio saggio „Prima di Cheope“ edito da Nexus Edizioni, 2013.