La Cultura di Jastorf e i guerrieri del nord

 

 

Chi erano i Germani? Questi guerrieri venuti dal nord che per molto tempo diedero del filo da torcere all’Urbe? Ciò che sappiamo di loro deriva dai cronisti del mondo greco-romano, le informazioni possono quindi essere inficiate dal desiderio di fare della propaganda politica oppure anche dalla sincera difficoltà di comprendere un universo totalmente differente, lontano, soggetto ad altre condizioni geoclimatiche.

Migrazioni e cronache

Fatto sta che non sappiamo nemmeno da dove derivi l’etnonimo “Germani” e che cosa significasse esattamente nei tempi antichi. Alcuni linguisti presumono una radice celtica e traducono il vocabolo con “i rabbiosi”, “gli urlanti”. È possibile? In ogni caso i primi Germani non si sono di certo autodefiniti in questo modo. Non si sono nemmeno considerati un unico popolo, ma un insieme di popolazioni differenti unite da parlata, religione e usi: Teutoni, Cimbri, Ambroni, Angrivari, Cherusci, Sigambri, e più tardi Alemanni, Svevi, Sassoni, Goti, Burgundi, Longobardi, e tante altre genti.

Nel 120 a. C. ci fu un esodo di notevoli dimensioni: dalla penisola dello Jutland (che comprende oggi la Danimarca e la parte più settentrionale della Germania), decine di migliaia di Teutoni, Cimbri e Ambroni migrarono verso sud. Erano uomini, donne, bambini, intere comunità con tutti i loro beni. Carovane di persone e animali domestici che lasciavano dietro di sé villaggi spopolati, probabilmente annientati da violente inondazioni, tentando di sfuggire alla fame e sperando di trovare altri territori da occupare, magari presso i più ricchi Celti. Le migrazioni non erano sempre pacifiche. Spesso comportavano feroci saccheggi e incursioni armate nei villaggi delle popolazioni autoctone.

L'Europa vista da Strabone, 63 a. C. - 23 d.C.

L’Europa vista da Strabone, 63 a. C. – 23 d.C.

Questo movimento continuò, a ondate diverse, nei secoli successivi e nel 113 a.C. una grande transumanza raggiunse la Carinzia, dov’erano stanziate popolazioni celtiche alleate dei Romani. Ovviamente i Celti, minacciati dalle incursioni delle tribù germaniche, si videro costretti a chiamare in aiuto i soldati dell’Urbe. Da quel giorno iniziò un conflitto a più riprese, segnato da terribili battaglie che avrebbero traumatizzato Roma in modo indelebile, e sarebbe culminato, nel 476 d. C., con la caduta dell’Impero romano d’Occidente, quando il germanico Odoacre destituì l’ultimo imperatore Romolo Augusto.

Ma già intorno al 330 a. C. si parlava di loro. Di questi barbari sconosciuti. Arrivavano, nei territori del Mediterraneo, le prime notizie del geografo e viaggiatore greco Pitea di Marsiglia (380 – 310) che narrava dei territori situati intorno al Mare del Nord. Tuttavia l’etnonimo “Germani” fu probabilmente usato per la prima volta nel 222 a. C., nei “Fasti triumphales” (lista annuale dei trionfi dei magistrati romani) in riferimento alla vittoria di Marco Claudio Marcello presso Clastidium. Stava a definire i Celti insediati al di là delle Alpi. I cronisti latini e greci fecero largo uso di questo etnonimo nei secoli seguenti per definire sia i Celti che i Cimbri. Evidentemente regnava ancora una certa confusione fra comunità celtiche e tribù germaniche. Finché Giulio Cesare, nella sua opera “De bello gallico”, operò una differenziazione più chiara, chiamando le popolazioni che vivevano di qua dal Reno “Galli” (Celti) e quelle al di là “Germani”.

Si diceva che la terra dei Germani si estendesse dal Reno al Mare del Nord, fino ai confini del mondo allora noto, del settentrione poco esplorato. Fino alla misteriosa Ultima Thule. Foreste gigantesche ricoprivano il Paese rendendolo buio, impenetrabile. Pericolose paludi lo solcavano, ed era popolato da animali favolosi, come unicorni e uri grandi quanto gli elefanti africani. Si diceva che il poeta greco Omero, nella sua descrizione dell’Ade, si fosse ispirato a queste perigliose terre germaniche.

E poi, le genti. I Germani erano individui dalla statura imponente, indomiti, selvaggi, forse addirittura cannibali. Andavano in giro vestiti di pelli di animali e puzzavano, perché si spalmavano i capelli biondi con il burro. Non coltivavano i campi, erano allevatori di bestiame. Mangiavano, già a colazione, grandi quantità di carne accompagnata da latte e vino non diluito. E, come se non bastasse, il vino non lo tenevano per niente. Si ubriacavano con grande facilità, diventavano ancor più irritabili e si scannavano a vicenda. Un bel quadretto.

I Germani secondo Tacito

Nella sua opera “De origine et situ Germanorum” lo storico Publio Cornelio Tacito (56 – 120 d. C.) interpretò questa cultura straniera a suo modo. Lo scritto di chiara tendenza ideologica, redatto intorno al 98 d. C., intendeva infatti descrivere gli usi e le tradizioni incorrotti dei Germani per poi contrapporvi la Roma corrotta del suo tempo che, secondo l’autore, era precipitata nel baratro della decadenza morale. Dunque i Germani di Tacito erano leali guerrieri legati alla natura, uomini saggi e valorosi, amanti della libertà.

Già Tacito parlò delle rune, sistema di scrittura dei Germani che appaiono anche su questa stele di Uppsala, Svezia

Già Tacito parlò delle rune, sistema di scrittura dei Germani che appaiono anche su questa stele di Uppsala, Svezia

Tacito operò una suddivisione dei Germani in numerose tribù differenti, collocandole in un contesto geografico. Scrisse anche dei loro misteriosi “segni” oracolari. Le rune, sistema di scrittura nordica, erano usate esclusivamente in ambito religioso e le datazioni più antiche di iscrizioni runiche sono tuttora argomento di discussione. Uniche pecche dei Germani secondo Tacito: la primitività e la dipendenza dall’alcol. Caratteristiche che, a detta di alcuni studiosi, si rivelerebbero prive di storicità nel caso in cui Tacito… avesse confuso anch’egli i Germani con i Celti.

In ogni caso, lo storico romano formulò anche una profezia che avrebbe colpito nel segno. Tacito non poteva di certo immaginare che la sua visione di un futuro scontro fra Germani e Romani, da cui i primi sarebbero usciti vincitori, si sarebbe avverato a tutti gli effetti centinaia di anni dopo, in seguito a un’altalena di battaglie vinte e perdute che culminarono, nel 410 d.C., con il tragico episodio del Sacco di Roma.

Durante la lettura della sua opera bisogna però tener presente che Tacito non visitò mai, di persona, le terre dei Germani ed era quindi dipendente da informazioni di terzi. Di inestimabile valore sono tuttavia le sue notizie geografiche ed etnografiche. Una panoramica che si estende dai territori ai confini dell’Impero romano sino a quelli situati sul Mar Baltico.

Dall’est all’ovest, dal nord al sud: Cultura di Jastorf

Dunque oggi sappiamo ancora molto poco sui guerrieri del nord. Archeologia e genetica si danno da fare per schizzare un quadro almeno approssimativo. Certo è che intorno al 1000 a. C. alcune popolazioni di matrice indoeuropea, molto numerose, si stabilirono nei territori situati fra le Alpi e il Mar Baltico. Ancora si discute sulla patria originaria di queste genti appartenenti alla “cultura dell’ascia da combattimento”, ma generalmente si propende per l’ipotesi delle steppe russe. Una volta arrivati nell’Europa centrale, gli indoeuropei si mischiarono con le popolazioni locali, non sappiamo se in modo pacifico o bellicoso. E fu da quest’incontro che derivarono più tardi Celti, Veneti, Germani. Comune denominatore: ascia da combattimento, uso del bronzo per fabbricare utensili di uso quotidiano, armi e ornamenti, e carri trainati da cavalli.

Carta che rappresenta la diffusione della Cultura di Jastorf e nei secoli

Carta che rappresenta la diffusione della Cultura di Jastorf (VII secolo a. C.) nella Germania settentrionale a est e ovest dell’Elba. Le frecce indicano le rotte dei Cimbri, Teutoni e Ambroni che sono migrati intorno al 120 a. C. dai loro territori dello Jutland e le celebri battaglie contro i Romani. Carte Sabina Marineo

Durante l’Età del ferro, che nell’area della Germania sud-ovest iniziò intorno all’800 a. C., il progresso tecnico si sviluppò con grande velocità. Nell’orizzonte della cultura celtica sorsero le prime città fortificate, in cui si producevano monete d’oro e spade di damasco saldato. Più a settentrione, invece, nell’area intorno all’odierna Hannover, fino al 600 a. C. le popolazioni vivevano ancora nell’Età del bronzo. In quest’epoca e in questo orizzonte storico si sviluppò la cultura di Jastorf, così chiamata dal nome di una necropoli situata presso Uelzen (Bassa Sassonia). Secondo alcuni studiosi, questa sarebbe stata la cellula madre della cultura germanica che si diffuse dal VII al I secolo a.C. e abbracciava i territori della Germania settentrionale sino allo Jutland.

La cultura di Jastorf era caratterizzata da uno sviluppo più lento di quella celtica. Forse il fatto era dovuto alle lotte intestine fra tribù e tribù, oppure alla situazione geoclimatica che, a partire dal I millennio a. C., era interessata da un raffreddamento progressivo, in seguito al quale si verificò una diminuzione dei raccolti. Ciò è dimostrato dalla mortalità infantile delle genti di Jastorf e dalla durata media della vita, che si aggirava sui 30 anni. Erano agricoltori e allevatori di bestiame. Vivevano in piccoli villaggi che ospitavano in media 200 persone, oppure in fattorie isolate.

Coltivavano cereali: avena, frumento, segala ma soprattutto orzo. Nel terreno sabbioso usavano l’aratro. Manzi, pecore, maiali e capre erano gli animali da allevamento da cui ricavavano carne, latte e formaggio. Gli insediamenti erano costruiti con la tecnica del disboscamento e della formazione di ampie radure, su cui i Germani erigevano le loro case lunghe sorrette da pali di legno che venivano conficcati nel suolo sino alla profondità di un metro, dalle pareti di fango e legno e i tetti ricoperti di paglia. Da questi edifici più primitivi sarebbero derivate, nel Medioevo, le case con intelaiatura a traliccio tipiche della Germania centro-settentrionale. Intorno al focolare centrale si concentrava la vita quotidiana, si viveva e si lavorava. Spesso affiancati dal bestiame.

Poco sappiamo del loro universo spirituale. Probabilmente i luoghi di culto erano laghi, paludi, fiumi, stagni immersi nella natura. Ritrovamenti di ossa suggeriscono riti sacrificali di cavalli, cani ed eventualmente anche esseri umani. Forse, in quanto contadini, praticavano un culto della fertilità. Dal punto di vista tecnologico, i Germani della cultura di Jastorf non erano molto evoluti e dovevano importare gli articoli che non erano in grado di produrre dalle popolazioni vicine, come per esempio le armi d’acciaio, gli oggetti di vetro oppure d’oro. La loro lingua cominciò a differenziarsi da quella indoeuropea originaria, che li accomunava ai Celti e ad altre popolazioni indoeuropee, nel 500 a. C. In questo periodo si sviluppò una sorta di protogermanico.

Casa lunga germanica a Feddersen Wierde, Frisia. Ricostruzione. Così dovevano essere le abitazioni della Cultura di Jastorf.

Casa lunga germanica a Feddersen Wierde, Frisia. Ricostruzione. Così dovevano essere le abitazioni della Cultura di Jastorf.

Le necropoli delle genti di Jastorf sono numerose e appartengono alla “cultura dei campi di urne”. I defunti venivano cremati e seppelliti, appunto, in urne che talvolta erano accompagnate nella sepoltura da torque o pendenti, più tardi anche da armi o recipienti di metallo importati dal Meridione. La struttura sociale era quella patriarcale, suddivisa in individui liberi, sudditi e schiavi. Il potere decisionale spettava esclusivamente ad assemblee di uomini liberi chiamate “thing”. Anche i reperti funerari suggeriscono una differenziazione sociale che aumentò sempre più con il passare del tempo. Si cristallizzò una casta dominante che avrebbe portato, nell’Alto Medioevo, al re per diritto divino.

Ma perché gli individui della cultura di Jastorf erano così poveri e tecnologicamente arretrati in confronto ai loro vicini appartenenti all’orizzonte celtico? Alcuni archeologi ritengono tipico per il modus vivendi di Jastorf il fatto che un numero esiguo di persone si stabilisse in un vasto territorio. In questo modo venivano preventivamente evitati conflitti fra tribù e tribù. La conseguenza era una rigorosa spartizione dei pochi beni, immediatamente suddivisi nel gruppo. Questa situazione avrebbe frenato l’impulso di produrre in eccesso e quindi decretato una sorta di parsimonia forzata che, non di rado, sfiorava la povertà. Avrebbe anche ostacolato la competizione fra famiglia e famiglia, necessaria al veloce sviluppo tecnologico.

Altre teorie vedono invece questi contadini del nord continuamente colpiti da inondazioni, cambiamenti climatici sfavorevoli e carestie. Tale ipotesi può spiegare anche le continue migrazioni dei Germani in direzione sud. Dopo alcuni decenni di grande lavoro e pochi frutti, alla fine le tribù si vedevano costrette ad abbandonare i loro villaggi e cercare nuove terre da coltivare. Da sempre i Germani sarebbero stati in movimento. Di continuo le loro carovane erano alla ricerca di una nuova esistenza.

Oppure le comunità più aggressive intraprendevano degli attacchi armati contro altri villaggi, vere e proprie razzie in gruppi di guerrieri al seguito di un capo. Se la rapina prevedeva un ricco bottino, altri guerrieri di clan diversi si univano all’impresa. Se l’esito era positivo, il leader aumentava d’importanza e prestigio. I protetti diventavano suoi sudditi, secondo quel rapporto di capo e cliente tipico per le culture indoeuropee. E fu così che intorno al II – I secolo a. C. si formarono le tribù germaniche di Teutoni, Cimbri, Svevi. Quelle tribù che un giorno misero a dura prova i Romani, signori indiscussi del Mediterraneo.