Iside e le sue sorelle, tre dee del cielo che appaiono nei pantheon delle prime grandi culture. Creazioni di nuove società organizzate in centri cittadini fortificati, altro non erano che il riflesso dell’arcaica Madre universale venerata durante il Neolitico e forse anche signora del Paleolitico. Con l’avvento delle grandi culture come quella egizia e sumera, la Natura donatrice di vita dovette cedere il primato a potenti divinità maschili. La sua immagine si frantumò in mille pezzi, da una dea ne furono create mille, a seconda delle esigenze delle rispettive culture. Erano tutte signore che affiancavano i loro uomini o/e fratelli in un Olimpo bizzarro, in cui talvolta indossavano i panni di guerriere crudeli, portatrici di distruzione e morte.

Il velo di Iside

Iside d’Egitto è sicuramente una progenitrice delle Madonne Nere medievali. I Romani del II secolo d.C. riconoscevano in lei la dea delle origini, quella che si nascondeva dietro alle molteplici immagini del femminino sacro. Nelle sue “Metamorfosi” Apuleio la presentava così:

Iside Capitolina, John Cheere 1767. Museum Associates-LACMA

Iside Capitolina, John Cheere 1767. Museum Associates-LACMA

“Io sono la Natura madre di tutte le cose, signora di tutti gli elementi, origine e principio dei secoli, divinità suprema, regina dei Mani, la prima tra gli abitanti celesti.

Sono l’archetipo degli dei e delle dee.

È la mia volontà a governare la volta luminosa del cielo, il soffio salubre dell’oceano, il silenzio lugubre dell’inferno.

Potenza unica, sono adorata nell’universo intero in mille modi, con cerimonie diverse, sotto mille nomi differenti.

I Frigi, primi nati sulla terra, mi chiamano ‘Dea Madre di Pessinonte’;

gli Ateniesi autoctoni mi dicono ‘Minerva la ciclopica’;

per i Ciprioti sono ‘Venere di Paphos’;

dai Cretesi armati d’arco e frecce sono detta ‘Diana Dictynna’;

i Siciliani trilingue mi chiamano ‘Proserpina dello Stige’;

per gli Eleusini sono l’antica Cerere.

Gli uni mi chiamano Giunone, gli altri Bellona;

 questi mi dicono Ecate, quelli la ‘Dea di Rahmnonte’.

Ma coloro che per primi sono rischiarati dai raggi del sole nascente, i popoli dell’Etiopia, dell’Asia e gli Egizi potenti d’antico sapere, quelli mi venerano nel modo dovuto e mi chiamano con il mio vero nome: Iside Regina.”

Iside, l’unica dea egizia raffigurata già nelle immagini più antiche con un piccolo trono sul capo. Infatti il suo nome corrisponde al geroglifico st che significa “trono”: st. Una dea regina, come la chiama Apuleio? Non è da escludersi che l’attributo sia proprio il residuo di un culto molto più antico, incentrato su di una divinità femminile preistorica. Anche un uovo appare spesso, come determinativo, accanto al suo nome. L’uovo della nascita.

Iside appare all’alba della storia egizia nell’olimpo nordafricano, e non si riesce ad individuarne la regione d’origine. L’egittologo Hans Bonnet suggerisce che potrebbe essere stata la circoscrizione di Buto, città del Delta. In ogni caso sin dall’inizio Iside è una divinità madre. Madre di un re. La leggenda ne fece la sorella-moglie di Osiride e madre di Horus. Iside è la compagna fedele, colei che raccoglie le membra disperse del marito dopo che questi è stato ucciso dal fratello Seth. Simile alla combattiva Anath di Ugarit, Iside non si arrende e tuttavia non possiede il carattere guerresco e distruttivo dell’Anath assetata di sangue. Iside non è la vergine della guerra, ma la madre per eccellenza. Colei che resuscita Osiride a nuova vita per alcuni momenti, quanto basta per farsi fecondare dal dio e ricevere il seme che darà la vita al figlio Horus.

Splendida statuetta di Iside al Museo del Louvre, Parigi. Ben visibile è qui il simbolo del trono sul capo. Foto: Vania Teofilo CC BY SA 3.0

Splendida statuetta di Iside al Museo del Louvre, Parigi. Ben visibile è qui il simbolo del trono sul capo.
Foto: Vania Teofilo CC BY SA 3.0

Proprio qui, in questa partenogenesi, è da collocarsi la potenza della dea, qui si riconosce l’eco della dea Natura delle origini. Ma Iside riesce a realizzare qualcosa di razionalmente impossibile, quello che nessuna madre sarebbe mai in grado di attuare: ricevere un figlio da un uomo morto. Strappare alla morte nuova vita. Non ci potrebbe essere un’immagine più forte di questa per definire la qualità primaria del sacro femminino preistorico. La capacità di vincere la morte, di superare una fine fisica apparente, creando un nuovo ciclo di vita. Insomma: il potere di far girare la ruota del mondo.

Pur essendo nata donna, mi sono fatta uomo

Horus, il falco, figlio che Iside riceve dal seme di Osiride, è nato grazie alla forza della dea. Si tratta di un grande mistero che Iside, nel suo lamento per il marito morto, ci presenta con le seguenti parole: “Pur essendo nata donna, mi sono fatta uomo.” Si tratta del mistero di un femminino universale che assume in parte i tratti del grande ermafrodita alchemico, il rebis, l’essere perfetto degli inizi, il doppio che contiene in sé i due caratteri opposti, femminile e maschile. Il rebis è un essere neutro, il simbolo del superamento ideale e armonico dei contrari. Tale motivo non è per nulla estraneo alla sacralità egizia. Anzi, la prima divinità in assoluto che appare nei testi religiosi è androgina: L’ “Uno padre dei padri e madre delle madri”. Da questo Uno asessuato nacquero Shu e Tefnut, divinità portatrici degli attributi rispettivamente maschile e femminile. L’egittologo tedesco Erik Hornung scrive:

“Il creatore è androgino, maschile e femminile, padre dei padri e madre delle madri, oppure Madre-Padre, come Echnaton definisce il suo dio Aton e come egli (…) vede anche se stesso quale rappresentante della divinità creatrice; ciò è dimostrato dai colossi di Karnak, statue nude e asessuate.”

(“Der Eine und die Vielen”, Erik Hornung)

Iside con il piccolo Horus in grembo. Isis lactans. L'immagine che diede origine alle Madonne cristiane. Epoca tolemaica. Musée des beaux arts di Lione. Foto: CC-BY-SA 2.0

Iside con il piccolo Horus in grembo. Isis lactans. L’immagine che diede origine alle Madonne cristiane. Epoca tolemaica. Musée des beaux arts di Lione. Foto: CC-BY-SA 2.0

Ma si potrebbe retrocedere nel tempo e chiedersi se il simbolo della divinità gemella che già appare in misteriose sculture mesolitiche e neolitiche (vedi Göbekli Tepe e Catal Hüyük) non porti in sé proprio questo significato. In tal caso il femminino sacro preistorico sarebbe una sorta di sintesi rivelatrice di opposti: vita e morte, uomo e donna, buio e luce. Un’ipotesi di certo affascinante, cui ben si accorda la teoria dello studioso Gerhard Bott che riconosce nella creazione di divinità rebis come Aton il tentativo disperato dei governanti maschili di strappare definitivamente alle dee il primato naturale di donatrici di vita. Se questo è vero, si potrebbe pensare che il “monoteismo” sui generis di Echnaton fosse il prosieguo della perversione imperante nella teogonia eliopolitana, che vedeva il dio Atum ingerire addirittura il proprio seme per procedere poi alla creazione degli dei suoi figli.

Torniamo ad Iside. La dea nera che si è fatta uomo per dare la vita, è anche la signora della magia. Quella “la cui parola non sbaglia”. Quella che tutto sa, poiché “non c’è nulla nel cielo e sulla terra ch’ella non sappia”. E dunque Apuleio ha ragione quando la chiama “Madre di tutte le cose, signora di tutti gli elementi sin dall’inizio dei tempi.” Ma la religione egizia ci appare proiettata in un flusso continuo. La complicata filosofia che si nasconde dietro di essa e rimane ancora un libro chiuso al nostro mondo moderno, non conosce confini definiti tra una divinità e l’altra.

Una bella immagine di Iside alata, signora del cielo, dalla Valle dei re.

Una bella immagine di Iside alata, signora del cielo, dalla Valle dei re.

Hathor, la vacca cosmica

Divinità differenti si sovrappongono e si fondono l’una con l’altra dando origine a quel fenomeno tipicamente egizio del sincretismo e divenendo così ibridi sgargianti e multiformi, ancor più misteriosi, impenetrabili. Per questo motivo spesso troviamo un’Iside che si amalgama con la divinità, per certi versi complementare, della dea Hathor. La signora dalle corna di vacca che racchiudono il disco solare è un’altra figura sacra femminile antichissima. Il significato del suo nome rimane vago, gli egittologi propongono diverse traduzioni: “Casa di Horus”, “La mia casa è il cielo”, “Casa cosmica di Horus”. E proprio nella seconda interpretazione sta, a mio avviso, il segreto dell’essenza della dea. Hathor è in primis la madre cosmica dell’universo.

Soltanto più tardi, in epoca ellenistica, sarebbe divenuta popolare come divinità dell’amore alla stregua di un’Afrodite egizia, patrona delle danze e delle feste. Invece nelle raffigurazioni più antiche appare dipinta sui soffitti dei templi oppure scolpita sulle pareti millenarie come la grande vacca cosmica, colei che nutre con il suo latte divino l’universo intero. Dalle mammelle di Hathor sgorga la via lattea, quella strada di stelle che gli Egizi interpretavano come immagine celeste del Nilo. E dunque in questo senso Hathor fu sicuramente legata al culto stellare più remoto, quello che precedette il culto del sole.

Del resto la sua antichità è provata dalla famosa Paletta di Narmer, uno dei primi reperti che sta a suggellare l’inizio dell’Antico Regno – custodito al Museo Egizio del Cairo – e rappresenta appunto l’unificazione di Alto e Basso Egitto in un unico Stato. Sopra il bassorilievo guerresco che vede come protagonista il faraone Narmer nell’atto di colpire con la clava i nemici vinti, appaiono due teste di Hathor/Bat. Su entrambe le facce della paletta. La dea è rappresentata con il volto di donna e con le corna e le orecchie di vacca. Un indizio essenziale che testimonia la sua importanza. L’effigie della dea doveva confermare la sacralità della paletta.

Paletta di Narmer. Sul registro superiore sono visibili due immagini della dea vacca cosmica Bat/Hathor. Museo Egizio del Cairo.

Paletta di Narmer. Sul registro superiore sono visibili due immagini della vacca cosmica Bat/Hathor. Museo Egizio del Cairo.

Il luogo di culto principale della dea era la città di Dendera, immersa nelle sabbie dell’Alto Egitto, non lontano da Luxor. Qui, sotto il suo tempio risalente al I secolo a.C., si snoda un sistema sotterraneo di cripte più antico. Nell’importante centro religioso di Dendera, in cui si praticavano misteriose operazioni alchemiche e si celebravano i misteri di Osiride, veniva custodito un tempo un feticcio particolare. Si trattava di un palo sovrastato da due teste della dea Hathor, ognuna delle quali guardava nella direzione opposta: una statua bifronte. Questo feticcio presentava una grande somiglianza con il reliquiario di Osiride, conservato nella vicina Abido. Un contenitore in cui veniva custodita la testa del dio. Doveva esservi dunque un legame più profondo, segreto, tra le due divinità Hathor e Osiride, testimoniato dall’eclatante somiglianza dei loro feticci.

Del resto i templi in cui venivano venerati, Dendera ed Abido, si ergono entrambi in territori sacri ricchi di storia e misteri. Ad Abido, non lontano dal tempio di Seti I e perduta in mezzo alle sabbie del deserto, vi è l’area di Umm-el-Qaab, dove si trovano le tombe più antiche dei re predinastici: Re Scorpione, Re Serpente ed altri importanti sovrani che portavano i nomi di animali e la cui storia viene ricostruita passo dopo passo dal team archeologico tedesco di Günter Dreyer.

Capitello con una splendida testa di Hathor nel tempio di Dendera, Egitto. Foto: Steve F-E-Cameron CC-BY-SA 3.0

Capitello con una splendida testa di Hathor nel tempio di Dendera, Egitto. Foto: Steve F-E-Cameron CC-BY-SA 3.0

Hathor fu detta anche “Signora della palma da dattero” e “Signora dei sicomori del sud”. Ecco che torna il motivo della simbiosi tra donna ed albero, tanto cara alla mitologia africana. In tale sembiante, Hathor offriva ristoro ai morti nell’oltretomba, era l’albero della vita nell’aldilà, che apportava piacevole ombra nella grande calura del deserto e recava ai defunti i suoi frutti più succosi. Non per nulla i Tebani veneravano Hathor proprio come “Signora dei morti”.

Hathor e Iside si dividono la maternità di Horus, il quale viene identificato, a seconda della teogonia vigente nel diverso distretto egizio, talvolta come figlio di Iside e talvolta come figlio di Hathor. Forse per questo motivo può accadere che anche le immagini delle due dee si fondano in un’unica effigie, oppure vengano raffigurate spalla a spalla, entrambe munite di corna e disco solare. In questi casi risulta difficile distinguere l’una dall’altra: Iside si può riconoscere per il geroglifico dell’uovo della nascita che spesso l’accompagna.

Seshat, colei che per prima ha scritto

Iside e Hathor: due signore del cielo. Un’altra rappresentazione iconografica di Iside era la stella Sothis, detta anche Sirius, compagna del cacciatore Orione. Sothis, dipinta e scolpita come un astro a cinque punte, simbolizzava il grembo lucente della dea, da cui era nato Horus. Non stupisce dunque l’affascinante teoria dell’autore belga Robert Bauval che vede i più grandi monumenti sacri della terra del Nilo in connessione diretta con la costellazione di Orione e della stella Sothis che l’accompagna. Non soltanto le tre piramidi di Gizah, ma anche il tempio di Karnak e la misteriosa città sacra di Amarna, fondata da Akhenaton, – ci dice Bauval – furono orientati e costruiti in base a calcoli astronomici ben precisi che tenevano in considerazione Orione e Sothis. E, di pari passo con lo spostamento degli astri nel cielo durante lo scorrere dei secoli e dei millenni, gli Egizi spostavano l’ubicazione dei loro monumenti sacri più importanti, costruendone sempre di nuovi in luoghi differenti, affinché l’immagine dell’Egitto terrestre continuasse a corrispondere a quella speculare dell’Egitto celeste. Soltanto così l’armonia avrebbe continuato a regnare.

Raffigurazione geroglifica della dea Seshat nel tempio egizio di Luxor. Sul capo di Seshat si vede il simbolo di Sothis, la stella a sette punte, mentre nella mano la dea tiene un utensile di scrittura. Foto: Reimund Schertzl

Raffigurazione geroglifica della dea Seshat nel tempio egizio di Luxor. Sul capo di Seshat si vede il simbolo dell’Orsa maggiore, la stella a sette punte, mentre nella mano la dea tiene un utensile di scrittura. Foto: Reimund Schertzl

Qualora la teoria dell’autore belga risponda al vero, avremmo a che fare con una topografia sacra della terra del Nilo, una geografia stellare. Un’immagine rivoluzionaria, che dovrebbe farci riflettere sulla profondità delle cognizioni astronomiche e filosofiche raggiunta dagli antichi Egizi. Profondità che fino ad oggi gli si vuole negare a tutti i costi, attribuendo la palma delle scienze matematiche e astronomiche ai Greci antichi, mentre proprio questi ultimi non si stancavano di sottolineare nei loro scritti che le loro conoscenze provenivano dalla terra dei faraoni. Del resto l’iconografia egizia appoggia la teoria di Bauval, tant’è vero che la dea Seshat – divinità legata alla scrittura e alla matematica – porta in tutte la raffigurazioni una stella sul capo, in questo caso una stella a sette punte: l’Orsa Maggiore.

Accanto alle potenti Iside e Hathor e di certo altrettanto antica, c’è anche Seshat, terza signora del cielo rappresentata sempre con gli utensili da scriba in pugno. Partecipava all’imponente piano religioso-architettonico del Paese. A Dendera, Seshat fu rappresentata come “Colei, che per prima ha scritto”, “Quella che dirige la casa dei libri”. Ad Edfu fu immortalata come “La Signora dei progetti e degli scritti”. Una sacerdotessa che assumeva il ruolo di Seshat era la sola persona che, insieme al faraone, eseguiva le misurazioni rituali con la fune per fissare il punto esatto in cui qualsiasi nuovo edificio sacro doveva essere eretto. Una cerimonia della massima importanza, immortalata in diverse raffigurazioni murali dei templi egizi.

Ma vi è di più. La sacerdotessa Seshat era anche colei che stabiliva la data dell’importantissima festa heb sed, il giubileo trentennale incentrato sul faraone.  Nel corso di questa cerimonia dalle origini remote, il sovrano, sottoponendosi a delle prove di forza e agilità, doveva dimostrare pubblicamente che le sue facoltà fisiche e mentali si trovavano ancora al livello più alto, per poter continuare a regnare il Paese. Ebbene, non è da escludersi che l’heb sed derivasse da un rituale ancor più antico, durante il quale l’anziano monarca veniva addirittura sacrificato agli dèi per lasciare il posto ad un re giovane nel pieno delle forze, ed assicurare così al regno una guida infallibile. In questo caso la sacerdotessa Seshat dei primordi avrebbe addirittura stabilito la durata del regno di ogni faraone in carica e, di conseguenza, la data della sua morte. Un compito della massima importanza. Il potere sulla vita e la morte di un re.

Sappiamo che il faraone incarnava il dio Horus sulla terra, ed era, quindi, per il popolo egizio una figura semidivina. La funzione di Seshat ci aiuta a comprendere a quali altezze si spingesse il raggio d’influenza femminile nella struttura politico-religiosa dell’Egitto nascente. Un’influenza che si rispecchiava nel culto stellare originario, quello che precedette l’avvento del culto solare culminato durante la V dinastia, con i “i re del sole”, come li chiama l’egittologo Hermann Schlögl.

Per l’Egitto predinastico e protodinastico, rimando al mio saggio „Prima di Cheope“ edito da Nexus Edizioni, 2013.