La White Lady d’Africa

 

 

La Dama bianca. The White Lady, la chiamano gli africani. Un’immagine misteriosa tra decine di migliaia di pitture rupestri. Sono state realizzate dai cacciatori-raccoglitori della Namibia in un periodo che oscilla da 2000 a 4000 anni fa sulle pareti del Brandberg È una montagna situata a nord-ovest del Paese, nella terra dei Damara. Una volta attraversato il massiccio del Brandberg, continuando il viaggio verso occidente, ci si immette nel Namib, fascia costiera atlantica desertica che misura ben 80 chilometri di larghezza. Uno dei deserti più antichi del mondo.
Il massiccio del Brandberg è molto suggestivo. I colori della pietra sono magnifici. Passano dal grigio al viola, al rosa, sino all’arancio, sotto il cielo di un blu intenso. Il Brandberg gode di un clima proprio. È un’isola temperata nel mezzo di una regione arida grazie alle sue rocce, che assorbono anche le minime quantità di pioggia. E proprio qui, sulle pareti di questa montagna, i cacciatori-raccoglitori preistorici hanno immortalato le loro visioni in pitture variopinte che raffigurano esseri umani e animali.

Il massiccio del Brandberg in Namibia. Fonte: Carport CC-BY-SA-3.0

Il massiccio del Brandberg in Namibia. Fonte: Carport CC-BY-SA-3.0

Le pitture furono scoperte dal mondo occidentale nel 1918, quando il topografo Reinhard Maack, che prima aveva lavorato per le truppe coloniali tedesche, cercò riparo dal sole nel massiccio montuoso e incappò nella Dama bianca. Dieci anni prima anche il suo connazionale luogotenente Hugo Jochmann aveva individuato alcuni dipinti del Brandberg ma non la White Lady, e la scoperta di Jochmann non riscosse particolare interesse da parte del grande pubblico. Fu quindi proprio la Dama bianca, con la sua magica aura di mistero, a richiamare l’attenzione sul sito archeologico africano en plein air.

Panorama del Brandberg dove si trova la pittura rupestre della Dama Bianca. Foto: CC-BY-SA-3.0

Panorama del Brandberg dove si trova la pittura rupestre della Dama Bianca. Foto: Joel Holdsworth CC-BY-SA-3.0

La scoperta si rivelò essere una vera sensazione per tutti, non fu un novum solo per gli europei. Anche i namibiani autoctoni riscoprirono la loro eredità spirituale e culturale perduta nel vortice del tempo. Prima del ritrovamento di Maack, infatti, le pitture dei cacciatori erano cadute nel dimenticatoio. Da centinaia d’anni dormivano un sonno profondo. Era stato l’arrivo dei Bantù prima, poi degli Herero e infine anche dei coloni europei a sancire la fine della funzione sacra del sito. I San persero di vista le pitture tradizionali dei padri. Il Brandberg divenne un luogo abbandonato, frequentato solo da chi cercava la solitudine.
Dopo il ritrovamento di Maack, il massiccio montuoso conobbe una rinascita. Soprattutto negli anni Trenta del secolo scorso si parlava del Brandberg. La protagonista indiscussa era sempre lei: la White Lady. Una figura dalla pelle bianca, lunghe gambe muscolose e nude, lunghi capelli ricci, calzari, arco e frecce nel pugno. Sembra procedere a grandi passi fra gli animali e altri cacciatori dalla pelle scura. Un’ottima ispirazione per chi amava inseguire miti e leggende alla ricerca di una cacciatrice impavida, forse una principessa europea nel cuore dell’Africa. Alcuni pensarono subito a un influsso mediterraneo sulle antiche culture namibiane, forse un collegamento con gli antichi Egizi.

Pitture con effetto antistress

La Dama Bianca del Brandberg. Foto: Zigomar CC-BY-SA-3.0

La Dama Bianca del Brandberg. Foto: Zigomar CC-BY-SA-3.0

Invece no. La Dama bianca in realtà è un uomo. E la sua pelle chiara non è altro che la pelle scura di un giovane cacciatore dipinta di bianco. L’archeologo Tilman Lenssen-Erz, specialista dell’arte rupestre africana, l’ha confermato già diversi anni fa. Lo studio scientifico delle pitture rupestri africane è iniziato negli anni Sessanta ad opera dell’Istituto Archeologico di Colonia e quelle del Brandberg sono state sistematicamente copiate negli anni Settanta dal grafico e ricercatore Harald Pager. Un lavoro monumentale, perché parliamo di migliaia di pitture. Si tratta di ben 43.000 immagini provenienti da 879 siti archeologici diversi che hanno trovato posto su sei chilometri di foglio trasparente.

La Dama bianca. Disegno di Reinhard Maack. Dominio pubblico.

La Dama bianca. Disegno di Reinhard Maack. Dominio pubblico.

Nulla sappiamo degli autori delle pitture rupestri. Le raffigurazioni mostrano armi da caccia, una miriade di animali in movimento, a cominciare dalle giraffe e dalle gazzelle. Gli archeologi immaginano che queste raffigurazioni fossero un mezzo per tramandare importanti informazioni ai posteri e che siano state realizzate durante periodi aridi, in cui i cacciatori abbandonavano i territori circostanti privi d’acqua e trovavano riparo nel clima temperato del Brandberg.
Molto interessante è la teoria di Lenssen-Erz che nelle pitture rupestri non vede soltanto la salvaguardia della tradizione atavica, ma anche un metodo per eliminare eventuali situazioni di stress che venivano a crearsi nei periodi di siccità. Alcune immagini sembrano, infatti, esaltare un habitat rigoglioso, ideale e intatto. Per esempio sono spesso raffigurate delle gazzelle in gran numero, mentre pascolano tranquille sui prati insieme ai loro piccoli. Lenssen-Erz afferma:
“Se le gazzelle sono ritornate, ciò significa che le preoccupazioni sono finite, che tutto è tornato a essere sereno com’era stato prima. Chiunque può capire questo linguaggio delle immagini.”

E come luogo di ritiro nel tempo dell’arsura, il Brandberg costituiva anche il punto d’incontro in cui i cacciatori preistorici praticavano i loro rito, facevano musica, danzavano e cantavano. Proprio questo, infatti, appare nelle raffigurazioni rupestri. Riti magici e danze, cui prendono parte sia uomini che donne. Un’osservazione a margine: sulle pitture rupestri del Brandberg a carattere rituale, le donne appaiono più frequentemente degli uomini.

Pittura rupestre con la Dama bianca. Foto: Harald-Süpfle CC-BY-SA-2.5

Pittura rupestre con la Dama bianca. Foto: Harald-Süpfle CC-BY-SA-2.5

Ciò potrebbe confermare la funzione importante della donna preistorica in seno alla comunità. Lenssen-Erz le immagina come sciamane, custodi della tradizione e garanti dell’armonia nel clan. La teoria si basa sulla ricerca che ha svolto l’archeologo tedesco nei miti e nelle leggende africane antiche. Queste sono state trascritte nel XIX secolo dai linguisti Lucy Lloyd e Wilhelm Bleek. Interessante è nei racconti namibiani l’elemento della pioggia. Si parla sempre di pioggia maschile per definire un temporale spaventoso, mentre la pioggia femminile è una precipitazione mite, benigna, che porta fertilità della natura. Non solo questo. Lenssen-Erz è sicuro che fra gli artisti sconosciuti del Brandberg ci fossero molte donne.